Il Monte Testaccio

Davide Picatto

Il Monte Testaccio alla fine del XIX sec.Il Monte Testaccio è il più grande dei sette colli artificiali dell’antica Roma: Augusto, Cenci, Citorio, Giordano, Savelli e Secco gli altri. Alto circa 35 m, ha una pianta vagamente triangolare, un perimetro di 1490 m e un’area che si aggira intorno ai 2200 mq. Sorge sulla riva sinistra del Tevere, nella zona meridionale della città, presso gli Horrea Galbae, il grande complesso di magazzini destinati durante l’Impero a contenere l’annona publica (il grano destinato al popolo), olio d’oliva, vino, marmo, stoffe ed altri prodotti. E probabilmente di questi magazzini il Testaccio era la discarica.
Formato da milioni di testae, frammenti di anfore, il monte (detto anche Monte dei Cocci) è uno dei più grandi cumuli di rifiuti dell’antichità. Strato su strato, fu innalzato soprattutto con la deposizione ordinata di cocci di larghi vasi globulari dalla capacità di 70 litri, le anfore di tipo Dressel 20, destinate al trasporto marittimo di olio proveniente dalla Baetica, la regione spagnola del fiume Guadalquivir, mentre altri frammenti minori appartengono ad anfore olearie giunte dalla Tripolitania (Libia) e dalla Byzacena (Tunisia). È stato calcolato che il colle sia costituito dai resti di 53 milioni di recipienti usati per importare 6 miliardi di litri di olio destinati al milione di cittadini che all’epoca abitavano Roma. All’apice di questo commercio, alla fine del secondo secolo, 130.000 anfore venivano depositate ogni anno sul sito, per un totale di 7,5 milioni di litri. Le navi da carico sbarcavano le merci alla foce del Tevere, dove sorgevano i porti di Claudio e di Traiano, e da qui venivano poi fatte risalire il fiume su delle chiatte fino al sistema portuale e ai magazzini che sorgevano ai piedi dell’Aventino.
Molti recipienti recano delle iscrizioni amministrative dipinte o stampate che indicano il peso a vuoto dell’anfora, il nome del mercante o della società esportatrice, il peso dell’olio, le firme dei funzionari che verificavano l’operazione, la località di produzione, il nome del produttore e, sovente impresso su un’ansa, chi aveva costruito il vaso. Tutti questi dati sono una miniera di informazioni sull’economia dell’epoca e indicano che questa importazione avveniva sotto l’autorità statale per rifornire d’olio l’annona urbis, l’ente che si occupava di approvvigionare la popolazione cittadina, e l’annona militaris, che si occupava invece dell’esercito.
Il deposito non era un accumulo casuale, ma era un’opera eseguita e controllata attentamente, probabilmente gestita dall’amministrazione pubblica: gli scavi archeologici hanno messo in luce la presenza di una serie di terrazze rinforzate da muri di contenimento realizzati con anfore intatte riempite di frammenti per mantenerle saldamente in posizione, mentre lo spazio così racchiuso veniva colmato con i cocci ottenuti da altri recipienti rotti sul posto. Questi non venivano gettati ma posizionati stabilmente uno sopra l’altro e cosparsi di calce per contrastare l’odore di olio rancido. Quando la terrazza veniva ultimata, se ne costruiva un’altra al di sopra, e così via per almeno un secolo. I depositi studiati furono realizzati fra il 140 ed il 250 d.C., ma è possibile che il cuore della discarica risalga al I secolo a.C..
Le anfore olearie erano quindi dei vuoti a perdere: giunte ai magazzini, il loro contenuto veniva probabilmente versato in grossi recipienti prima di essere fatte a pezzi ed accumulate sul Testaccio. Curiosamente però non vi sono depositi simili per anfore cerealicole o vinarie, e sul colle i recipienti sono per la maggior parte della stessa tipologia, la Dressel 20: forse il tipo era difficile da riciclare. Mentre tante altre classi di anfore erano convertite al trasporto dello stesso prodotto, alla realizzazione di tubi di drenaggio, di riempimenti, di contenitori di diversa destinazione o, fatte a pezzi, usate in architettura (opus signinum), queste, impossibili da riutilizzare intatte per la qualità del contenuto e a frammenti per i larghi cocci incurvati difficili da ridurre che se ne ottenevano, era più economico gettarle.
Il monte fu utilizzato come discarica di anfore fino alla metà del terzo secolo, quando fu introdotto un nuovo tipo di recipiente e le strutture portuali furono spostate. Con la caduta di Roma, l’area intorno al Testaccio, nonostante si trovasse all’interno delle mura antiche, fu abbandonata. Durante il medioevo il colle divenne il centro di giochi e di alcune festività: novello Golgota, il giorno del Venerdì Santo era la meta della Via Crucis celebrata dal Papa e sulla sua sommità venivano innalzate le croci del Cristo e dei due ladroni. Ma era anche il luogo in cui, durante il carnevale, ci si preparava ai quaranta penitenti giorni della Quaresima issando sulla sommità del monte due carri pieni di maiali per poi spingerli giù lungo il pendio a sfasciarsi con il loro carico di porci che, fatti a pezzi, venivano arrostiti e mangiati. Ancora nell’Ottocento al Testaccio, in occasione delle Ottobrate, si riunivano per festeggiare la vendemmia, ogni giovedì e domenica del mese di ottobre, tutti gli abitanti della città, ricchi e poveri: si danzava, cantava, mangiava e beveva il vino dei Castelli Romani che, grazie alla ventilazione procurata dalla struttura porosa del colle, era conservato al fresco nelle cantine in esso scavate. Nel 1849 invece, sotto il comando di Giuseppe Garibaldi, sulla sua sommità era stata installata una batteria di cannoni durante la vittoriosa di Roma dalle truppe francesi, mentre nel corso della Seconda Guerra Mondiale ospitò una batteria antiaerea.
Durante il Novecento l’area fu raggiunta dall’industrializzazione e fu trasformata in un quartiere operaio, con il colle al centro. Colle che oggi è una importante area archeologica.

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