Unheimlich¹ (Claudio Conte e le sue figure)

Salvatore Smedile

Adamo ed Eva, disegno di Claudio Conte. Collezione privata di Salvatore Smedile.

Mai come per questo articolo il nome Blick (punto di vista, sguardo, come possiamo tradurlo dal tedesco) è così calzante. Sto per parlare di quadri che ho riscoperto, rivisto con occhi diversi nel loro déplacement, causato da una riorganizzazione interna delle mura domestiche. Trattasi di una collezione personale di disegni e pitture di Claudio Conte, mio compagno di avventure estetiche interrotte nel 1995 con la sua morte.
È difficile racchiudere in una pagina tratti e figure che da anni fanno da sfondo al palcoscenico del menage quotidiano. “È come se ne avessi sposato due in una volta sola“, usa  dire ironicamente mia moglie quando ritorna con la mente a quel periodo. Anni in cui poteva accadere che la mia cassetta della posta rimanesse vuota per settimane o che giungessero anche tre lettere al giorno dal mio sodale in viaggio per il mondo. Io scrivevo, rappresentavo le esplorazioni dentro e fuori di sé di un amico che per indole e per passione, per storia e per destino, non riusciva e non poteva stabilizzarsi per lungo tempo in un luogo. Le sue origini ungheresi, svelate dal celeste orientale dei suoi occhi, lo chiamavano all’erranza, alle esplorazioni senza meta. Le sue missive grafiche e pittoriche in risposta alle mie lettere erano schizzi, studi, messaggi, resoconti, elucubrazioni, sollecitazioni dell’ambiente che viveva. Sull’involucro di un formaggio o sul tovagliolo di carta a quadretti di un bistrot parigino, le forme estemporanee che gli nascevano si risolvevano per sempre nel limite di un perimetro teso all’infinito, di un confine travalicato dall’idea.
Tu sei la mia cassaforte mentale“, mi scrisse un giorno a lato del disegno di un guerriero bardato e pronto per la pugna. Non sapevo se andarne fiero o se ritenermi parte di un gioco che non riuscivo del tutto a interpretare. Generoso, umile e con una incommensurabile visione estetica che trasformava anche gli atti insignificanti in qualcosa di unico e originale, Claudio aveva i suoi lati oscuri. Quando cadeva nel baratro interiore, per sopravvivere aveva bisogno di anestetizzare il corpo e le sue ferite taciute. Succedeva, allora, che mi capitasse in casa nel cuore della notte. “Ho freddo, mi dai una coperta?” mi chiedeva; e il mattino dopo lo trovavo addormentato sul divano. Noto e affermato pittore dell’ambiente artistico zurighese a cui certo non mancavano amicizie e amori, aveva solitudini e vuoti che a parole non riusciva a colmare. “Sie war schon immer da. / Sie war schon immer hier / Sie war schon immer dort / Sie war schon immer present, / diese figure so an jedem bekannt.” (Lei era qua da sempre. /  Lei era qui da sempre / Lei era là da sempre / Lei era da sempre presente, / questa figura così conosciuta a tutti), scriveva in Figure che non corrono, il nostro primo volume autoprodotto nel 1990, la cui stampa finanziammo con due dei suoi quadri. Ancora oggi mi chiedo quanto siamo riusciti ad esplicitare quell’unheimlich, quell’inquietudine, quel fremito che avevamo in corpo, quella assenza di dimora, di casa, di quiete a cui abbiamo risposto con i nostri mezzi e le nostre possibilità.
I nostri incontri avvenivano sempre lontani da luoghi affollati e da sguardi indiscreti. Quando andavo a trovarlo nel suo studio di Zurigo, bohémien e accogliente, parlavamo dei suoi lavori in corso e di quello che pulsava intorno. Ogni tanto gli compravo dei disegni o dei quadri come Lichturm Sie-Er, due quadri congiunti e divisi, legati da un’unica cornice. Un uomo e una donna immersi nei loro mari di acqua e parole separati da un confine inespugnabile. Una delle metafore della sua esistenza.
Alla morte di Claudio, sopravvenuta improvvisamente ma non inaspettata per la malattia che lo stava devastando, il mondo per un attimo si è fermato. Ma anche quella domenica  pomeriggio mi è bastato volgere lo sguardo ai suoi quadri per ritrovarlo e diluire il dolore e l’assenza nei suoi tratti sicuri. Perfino le sue Parche violacee, che tanto abbiamo inseguito invano sulle carte e che ancora non hanno smesso di interrogarmi dalle pareti, erano più quiete e silenziose quel giorno. Quasi a dire: “Ce lo siamo ripreso, è tornato a casa“. Il suo vagabondare, il suo unheimlich aveva trovato finalmente l’Heim². Come ogni volta che affrontava le sue figure.

1: Unheimlich: in psicanalisi è il perturbante, ma per l’autore è l’assenza di casa (Heim).
2: Heim: “casa” in tedesco.

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