Wall Street

Salvatore Smedile

Passerà anche questa crisi e chissà se ci saremo arricchiti di un po’ di esperienza. Alcuni prospettano che il centro del mondo non sarà più l’Occidente e che faremo fatica ad abituarci a questo cambiamento radicale di prospettiva. Persino l’arcivescovo di Monaco di Baviera, Reinhard Marx, ha affermato in un’intervista sul Der Spiegel che il suo omonimo Karl Marx aveva visto giusto rispetto al capitalismo. Di questi tempi la scienza economica fa sentire la sua rilevanza a tutti i livelli. Ognuno, nel suo piccolo, cerca di capire come sia possibile che nella quotidianità si riflettano decisioni globali di uomini fedeli solo al proprio tornaconto. In ogni caso viene voglia di intendersene un po’ di più, di masticare un linguaggio che ci possa aiutare a decifrare quello che succede. Da una settimana all’altra cambia tutto, di ora in ora i prezzi della benzina ai distributori oscillano con logiche che a noi consumatori sfuggono. I professori di economia, i nuovi santoni della conoscenza, vengono interpellati come antichi oracoli. Uno su tutti Paul Krugman, il neo Nobel titolare di cattedre a Yale, Harward, Mit e opinion maker sul New York Times. Dove stiamo andando? Come sarà il nostro domani? Forse lui ce lo può dire.
Capita che il cinema svolga una funzione di guardia di certi problemi epocali. Un’arte particolarmente ambigua. Se da un lato costruisce e predispone i nostri sogni collettivi, ci seduce senza tante resistenze sul piano dello svago, dall’altro diventa un’arma tagliente di critica sociale. A volte legge con grande anticipo gli scenari del futuro. Wall Street (1987) di Oliver Stone, è un film incredibilmente vero e attuale.
Per una buona parte dell’umanità, questo titolo, volente o nolente, richiama il centro del mondo. Ambientato negli apparentemente vuoti anni ’80, l’era di Reagan e della Thatcher, costituisce una parodia spietata del caotico mondo finanziario di New York. In una giungla dove la violenza è sempre indiretta, psicologica, il broker Bud Fox, dopo “cinquantanove giorni filati” di telefonate andate a vuoto, riesce con uno stratagemma a farsi ricevere da Gordon Gekko, l’uomo d’affari del momento. Nome non casuale (il geco è un piccolo sauro in grado di arrampicarsi ovunque) che mette in evidenza le regole dell’american way of life dove vince soltanto il più forte in termini di risorse finanziare e di furbizia. Dopo varie prove sul campo Gekko permette a Fox di misurare il proprio talento in cambio di informazioni illegali (“Dimmi qualcosa che non so“: è una delle prime cose che il maestro chiede all’allievo). Improvvisamente Fox è ricco: può permettersi un attico da un milione di dollari e conquista Darien, l’arredatrice ex amante di Gekko. In una scena, dopo aver consumato una cena sofisticata e aver fatto l’amore, Fox al balcone del suo appartamento si chiede. “Chi sono?” Realtà e sogno si sovrappongono. Un giorno sei niente; un giorno sei tutto. La vicenda procede in un classico passaggio dall’inferno al paradiso e successiva ricaduta.
Il punto saliente del film è quando Gekko partecipa all’assemblea di azionisti della Teldar, una società che sta per conquistare . L’attacco viene formulato con un discorso memorabile: “L’avidità è buona, è giusta, funziona. L’avidità in tutte le sue forme, avidità per la vita, il denaro, l’amore, la conoscenza, ha segnato l’ascesa del genere umano. E l’avidità salverà non solo la Teldar, ma anche l’altra compagnia in cattive acque, gli Stati Uniti d’America“. È più che un film. È un punto di vista sull’America e sull’Occidente. Michael Douglas si è meritato il suo Oscar quale migliore attore con una interpretazione che gli è riuscita al massimo. Forse non aveva tanto bisogno di inventarsi questo personaggio così cinicamente insaziabile di potere e smanioso di imporsi con la sua forza. Il suo linguaggio militaresco ( “Taglia loro la gola”, “Ficcali nel tuo cassone delle immondizie”, “Zona mortale”, “Fare un’incursione”) è quello della finanza e del libero mercato, campo di battaglia senza etica retto sul codice guerriero che non guarda in faccia a nessuno e vive unicamente per il raggiungimento del suo obiettivo. Non conta altro che vincere. Le opportunità di realizzarsi e la libertà sono pura retorica, parole vuote per giustificare i fondamenti del mondo finanziario: unico valore per cui conviene vivere è il denaro e la gente comune che fatica a vivere va considerata soltanto in quanto umanità da sottomettere.
Ma da che parte sta Oliver Stone? È talmente fine la sua capacità di rappresentare il mondo di Wall Street che si capisce immediatamente la sua attrazione per gli individui aggressivi e ambiziosi che stanno ai vertici della società. Stone comprende bene il loro linguaggio, lo conosce dal di dentro (il film è dedicato a suo padre, Louis Stone, agente di borsa per ben cinquan’anni), sa a quali archetipi va ricondotto. Se i suoi film hanno successo è perché il pubblico si identifica nelle sue storie.
In Wall Street la redenzione avviene attraverso un tribunale che condannerà Bud Fox alla prigione, ma i momenti forti della trama sono gli interventi di Gekko. Un figlio dell’America, un patriota che rispetta soltanto le leggi funzionali al suo dominio sugli altri, in barba a qualsiasi democrazia. Sarà vero che stiamo giungendo alla fine di questo inganno che continua a reiterarsi alle nostre spalle? Bisogna arrendersi all’idea che l’avidità sia il solo motore della storia?

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