Granada

Davide Picatto

Alhambra, Granada, gennaio 2012. Fotografia di Valeria Contartese.

Nel 1236 Ferdinando III di Castiglia “Il Santo” prese Cordova, dal 711 capitale prima dell’emirato e poi del califfato arabo di al-Andalus. Due anni dopo Muḥammad ibn Yūsuf ibn Nāsr “Il Rosso” entrò trionfante a Granada dando origine alla dinastia Nasride e fondando l’ultimo sultanato in terra iberica a reggere la reconquista cristiana.
Per garantire l’esistenza del suo emirato, esteso dallo stretto di Gibilterra fino alla costa mediterranea di Almeria, Muhammad ibn Nasr venne a patti con i castigliani, offrendo loro il suo appoggio nella conquista della Siviglia musulmana. In cambio fu riconosciuto re di Granada, ma anche vassallo del Regno di Castiglia. Per giustificare il suo operato, il sovrano affermò che “non v’è vincitore se non Dio”, frase che divenne il motto della casata.
Granada, erede della ricchezza economica, culturale e scientifica di al-Andalus, divenne una delle città più floride di tutta l’Europa. I sovrani nasridi dominarono l’emirato dalle splendide sale dell’Alhambra (dall’arabo al-Ḥamrā, “la Rossa”, per il colore delle mura o per quello della barba del suo fondatore), il palazzo che Muhammad inaugurò e che i successori ingioiellarono, la Sierra Nevada sullo sfondo e i quartieri di artigiani e commercianti ebrei e musulmani ai suoi piedi.

Capitulación de Granada, dipinto di Francisco Pradilla y Ortiz, 1882. Boabdil offre le chiavi della città a Ferdinando e Isabella. Immagine di pubblico dominio.

Due secoli e mezzo dopo, nel 1484, il ventiduesimo sultano Abu ‘Abd Allāh Muhammad, o Muhammad XII, conosciuto dai cristiani come Boabdil, dopo essersi ribellato al padre, Abu Hasan, in guerra con i regni cristiani, fu fatto prigioniero dai nemici. Tre anni più tardi riottenne la libertà promettendo ai re cattolici Isabella I di Castiglia e Ferdinando II di Aragona la sottomissione di Granada e la non ingerenza nei loro tentativi di conquista di Malaga. Il regno, sconvolto dalla lotta interna per il potere che a Boabdil vide avversa la fazione guidata dal padre prima e dallo zio poi, fu rosicchiato dalle truppe cristiane che nel 1491 giunsero alle porte della capitale. L’ultimo nasride fu costretto a capitolare accettando il trattato di Granada, con il quale il sultanato veniva ufficialmente sciolto e i suoi territori ceduti alla Spagna, ma imponendo anche al condottiero Gonzalo Fernández de Córdoba alcune clausole che avrebbero garantito alla popolazione di fede musulmana ed ebraica la libertà di culto e un trattamento equo.
Il 2 gennaio del 1492 Isabella e Ferdinando fecero il loro ingresso trionfale nella città in abiti musulmani, presero possesso dell’Alhambra e vi insediarono la loro corte. Boabdil partì per l’esilio con un esiguo bottino di 30.000 monete d’oro e il possesso delle valli delle Alpujarras, sull’altro versante della Sierra. Secondo la leggenda, prima di svalicare all’altezza del passo oggi conosciuto come “Sospiro del Moro”, Boabdil ammirò per l’ultima volta il suo palazzo e pianse per la sua perdita. La madre lo avrebbe apostrofato con queste parole: “piangi come una donna questo reame che non hai saputo difendere come un uomo”.
Boabdil non si fermò sul Mediterraneo: attraversò lo stretto e si rintanò in Marocco, dove morì a Fez. E i cristiani non mantennero la parola data e infransero il trattato di resa.

Torquemada. Immagine di dominio pubblico.

Il 31 marzo 1492 i re cattolici promulgarono il Decreto di Alhambra, formalmente ritirato nel 1968, con il quale costrinsero gli ebrei alla conversione e i non convertiti all’espulsione dalla Spagna. Il clima antisemita era stato reso torrido grazie al processo-farsa con cui l’inquisizione di Torquemada, sfruttando la credulità popolare, diffuse il timore che i giudei stessero tramando contro i cattolici, eseguendo fra le altre cose riti di sangue in cui venivano trucidati bambini, come il Santo Niño de La Guardia.
L’arcivescovo Francisco Jiménez de Cisneros diede inizio alle persecuzioni anti islamiche dando alle fiamme manoscritti arabi. Alcuni punti del trattato di Granada furono cancellati, e con essi molti diritti di cui godevano musulmani ed ebrei. A una prima rivolta la Spagna rispose offrendo una scelta fra esilio, morte o conversione. I “moriscos”, i musulmani convertitisi ufficialmente al cristianesimo ma di fatto ancora vessati, si ribellarono nuovamente nel 1568. Filippo II represse la rivolta nel sangue, mentre Filippo III espulse definitivamente i fedeli di Allah dalla Spagna, ottocento anni dopo il loro arrivo.
Il paese, privato dei migliori artigiani, dei commercianti più esperti e di migliaia di contadini, cadde in miseria, ma si rialzò presto: dalle Americhe cominciarono ad arrivare galeoni colmi d’oro.

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