Liberamente Zombie. Sul perché i non-morti piacciono.

Marzia Cikada

Uno zombie in una piantagione di canna da zucchero ad Haiti, Licenza Arte Libera.

Nessuno ha veramente bisogno di un mondo fatato e perfetto, in primo luogo perché sarebbe utopico pensare che questo esista, e sebbene sia piacevole credere e lottare per le proprie utopie, arriva sempre il momento che queste finiscono con l’incontrare l’iceberg terribile della realtà, affondando poi, lentamente, come il celebrato Titanic. In secondo luogo il bene da solo ha ben poco valore di mercato se non esiste una controparte. Il male ha il merito di definire il suo contrario, accreditandogli il valore che tutti gli riconoscono per differenza. Ugualmente, un mondo perfetto esiste solo se confrontato con la mancanza di perfezione, la vita esiste se continua a esserci sua sorella, la morte, e così via. Ma questa coesistenza non ci è gradita se a ospitarla siamo noi. Il brutto, il male, o meglio quanto  siamo portati per cultura ed educazione a ritenere tale, non ci piace accettarlo come parte di noi. Come un peccato imperdonabile viene nascosto, taciuto. Così la mamma non accetta di avere, anche solo una volta nella vita, il pensiero di liberarsi del suo bambino, la moglie devota non vuole sentire il fremito procuratogli dal vicino di casa, invece che dal pur amato marito, il ragazzo non prende in considerazione di studiare disegno piuttosto che fare il chirurgo come piace a papà. Il male va bene per gli altri.

E qui arrivano gli  Zombie.

Cosa sono gli zombie? Persone non morte, classicamente. Nato dalla tradizione folcloristica di Haiti e dalle sue pratiche vudù, lo zombie è una creatura non più viva nel modo usuale che abbiamo per ritenere viva una persona. Solitamente in quanto esposti a sostanze psicotrope, virus, parassiti, maledizioni, gli zombie perdono la loro umanità, insieme al sentimento del dolore, al piacere dell’estetica, alla coscienza, alla consapevolezza e alla parola. Sono corpi che si muovono barcollando per le strade, senza altro istinto che quello primario della nutrizione. E il loro cibo è per lo più carne umana. Se di zombie se ne parla da diversi decenni, ora sembrerebbero tornati più prepotenti che mai nel comune immaginario. In un periodo in cui il cinema scopre il bisogno di magia, basti pensare alla produzione di film su Biancaneve, favole e altre fantastiche storie, in televisione vince su tutto la serie tv “The Walking Dead”, storia fumettosa di un mondo di pochi uomini che cercano scampo dalla mandria degli zombie, dando vita a una vera propria zombie cultura. Basti pensare al Best Seller di Max Brook Manuale per  Sopravvivere agli Zombie dove tutto viene spiegato e illustrato con cura e dovizia di particolari.

Non solo. Recenti episodi di violenza, hanno messo in atto una vera e propria psicosi, fenomeno di perdita del controllo e della ragione, nel nome di una prossima Apocalisse Zombie. I casi sono, in vero, inquietanti. Giovani uomini che nudi e ringhianti divorano letteralmente la faccia, il cuore, il cervello delle loro vittime, a volte persino filmando il tutto e mettendolo online. Succede a Miami, nel Maryland, in Cina.  A chi urla, specie negli ambienti mediatici, l’arrivo dell’allarme zombie segue smentita da parte del “Centers for disease control and prevention” che, in data 3 di giugno u.s., si è trovato a dover rendere noto che non c’era ragione di parlare di nessuna epidemia ma più probabilmente degli effetti di una droga piuttosto violenta ( la “bath salt’s zombie drug”).

George Romero, regista cult sul tema Zombie, ha dato alla sua saga (La notte, l’alba e il giorno dei morti viventi fino anche alla Terra dei morti viventi) un significato tutto sociologico. Come lui stesso afferma, gli zombie “Sono un gruppo rivoluzionario. Vedono le cose in modo diverso.”  E si ribellano. Nei suoi film gli zombie sono i poveri del mondo, gli emarginati che si moltiplicano e non prendono le distanza dal mondo dei potenti, lo mangiano, trasformandolo in maniera tale da annientare le differenze. A poco serve scappare. Annalee Newitz, autrice del saggio Fingiamo di essere morti. Mostri capitalisti della cultura pop americana, traccia in merito la storia della storia del capitalismo americano dal Novecento usando come metafora proprio lo zombie, simbolo della contraddizione di un popolo alienato, vissuto all’ombra di un ideale di profitto e non morto all’ombra di un sistema economico che lo rende inerte, nutrendosi di lui.

Ma gli zombie sono anche altro, e qui riprendo quella madre, quella moglie, quel ragazzo di cui si parlava all’inizio.

Cos’è lo zombie, in fondo, se non la possibilità di esprimere gli istinti che ci si nega, quotidianamente trasformati e uniformati al buon senso riconosciuto come il doveroso bene? Lo zombie incarna l’istinto di morte a braccetto con quello di vita, la distruzione e la creatività che si incontrano in un essere che ha superato qualunque forma di repressione e vive di puro istinto. La resurrezione ha liberato lo zombie da ogni forma precedente di limite. In poche parole, il Super Io, l’istanza intrapsichica che secondo Freud giudica e censisce le azioni dell’uomo, redarguendolo a seguito dell’interiorizzazione di regole, codici di comportamento e divieti appresi, nello Zombie non esiste. Lo zombie è libero e sembrerebbe essere pura energia sessuale sfuggita a qualunque controllo. Il suo solo desiderio è mangiare e mangiando trasforma gli altri, tramite il cannibalismo, in altri zombie, creature libere di manifestare la loro pur rozza istintualità, lontani dal dolore e dalle regole. Non per niente, il cannibalismo che gli zombie praticano, ha una valenza squisitamente sessuale.  Mangio quello che desidero affinché sia con me per sempre, perché con il gesto estremo del mangiarlo gli impedisco di abbandonarmi mentre, se glielo permettessi, mi sentirei solo, soffrirei, invece mi fondo con lui e celebro l’unione perfetta.  Episodi reali di cannibalismo non mancano, forse uno illustre è quello del 2001 a Rotenburg, dove la vittima era consenziente secondo regolare contratto con il cannibale. D’altro canto, restano sempre, nelle storie di zombie, alcune persone vive sul serio e che si contrappongono agli zombie. Sono la Ragione, l’Io, la consapevolezza che vive a contatto con la realtà. Nei film questa è personificata dagli eroi, i sopravvissuti che lottano ma spesso (anzi nella maggioranza dei casi) non riescono a sopravvivere e soggiacciono, infine, allo strapotere degli zombie, che sono tanti. Una moltitudine dove è difficile farsi domande e cercare concetti come responsabilità e dovere che tanto torturano i vivi. Negli zombie, non solo la parte negativa di noi viene espulsa e manifestata ma questa è vinta dalla spinta vitale, dall’energia sessuale che si muove al di là dei limiti e, salva da repressioni e rimozioni, manifesta se stessa.

Se il mostruoso ci permette di vedere, di mostrare il malessere altrimenti rilegato negli angoli indicibili o nei racconti che inventa il sogno, lo zombie libera dalle categorie, dalla repressioni, dal pensiero.
Se il mostro delle favole è quanto di brutto non riusciremmo ad accettare in noi se non filtrato dal fantastico, quanto di cattivo che si trasforma in avvicinabile perché altro, mostruoso e lontano, lo zombie è la vittoria del desiderio di per sé.
Se il mostro è fuori si può dormire rassicurati e tranquilli: niente potrà farci del male o, ancor peggio, farci vedere la parte di male che è presente in noi. Non è un caso che gli adulti, ancor più spaventati dall’inquietudine dell’imperfezione, siano più affini a storie regolate dalle leggi dell’armonia e del lieto fine, dove a vincere è l’eroe, mentre gli adolescenti, che vivono nel loro quotidiano la difficoltà di trovare un posto nel mondo, sono i primi a trovarsi a loro agio con il mostro, a fare il tifo per le creature al limite, esorcizzando la loro paura di apparire mostruosi per primi.

È lo zombie che si guarda allo specchio e non si riconosce, ma sorride di se stesso, fa anche il tifo sotto sotto per quel se stesso non-morto contro il se stesso, in fondo, non completamente vivo.

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