Virgin

Riccardo Magagna

John Lennon durante le registrazioni di 'Give Peace A Chance'. CC 2.5

Dicevano che somigliasse a John Lennon. Credo che fosse per via di occhialetti tondi e di quel sorriso da schiaffi, tipico di certi miopi che non vogliono sembrarlo. Tutti i giorni, all’ora della vasca, lo vedevamo sotto i portici, con lo zainetto da sherpa tibetano e la camiciona hippy di cotone fuori dai jeans. Estate e inverno, quella era la sua divisa. Si chiamava Virginio. All’inizio io e Patrizio non gli davamo troppo peso. I nostri miti erano Lillo, Grillo e Pier che aveva inventato gli Strock 84 mettendo insieme a calci in culo quattro ragazzetti come noi, finché era riuscito a farli diventare un gruppo.
Pier era ricco di famiglia continua

Gli angeli di Altamont

Riccardo Magagna

Gli Stones nel 2006, Nizza.

“Erano il più grande gruppo rock del mondo, capite che intendo quando dico così? Erano qualcosa che non potrà esistere mai più. Quei tempi sono finiti. Eravamo tutti uguali. Le canzoni di Mick parlavano di quello che facevamo tutti. Scopare nel sedile di dietro della macchina, fare su e giù per le strade in cerca di qualcosa che non sapevamo come descrivere con esattezza neanche noi. La soddisfazione dei desideri. Satisfaction. Eravamo tutti figli della guerra. Mick e Keith continua

Gram, safe at home

Riccardo Magagna

Joshua Tree, California. Il memoriale di Gram Parsons. Fotografia di Staxnet, CC 2.0

“Una cosa è certa, amico, non voglio finire seppellito in una maledetta buca. Promettimi una cosa Phil, se muoio, giura che porti il mio corpo al Joshua Tree e gli dai fuoco”.
“Che cazzo stai dicendo Gram, sei completamente andato”.
“No, Phil, dico sul serio. Promettimi che se muoio, porti il mio corpo in mezzo al deserto, brindi e lo bruci. Non voglio finire in un fottuto cimitero con i fiori in testa, preferisco sapere le mie ceneri confuse con il luogo che ho amato di più nella mia vita”.
È il 19 luglio del 1973, Palmdale, continua

Immigrant Song

Riccardo Magagna

Joan Baez e Bob Dylan durante la marcia per i diritti civili a Washington, 28 agosto 1963. Immagine di dominio pubblico.

Fin dall’inizio ho sentito mia madre usare le parole wop e dago in tono che denota un profondo disgusto. È come se le sputasse fuori. Come se le si slanciassero dalle labbra. Per lei, contengono l’essenza stessa della povertà, dello squallore, della sporcizia. Se non mi lavo i denti, se non mi scappello quando è il caso, mia madre dice: “Non fare così. Non fare il wop”. Così, mano mano che i suoi valori diventano i miei, wop e dago sono sempre più sinonimi del male.
Mio padre no. Come gli gira, così continua

Cuori spezzati

Riccardo Magagna


Nell’universo esisteva un luogo dove il rock’n’roll era il bene più prezioso. Il bene ultimo. Ebbene quel luogo si chiamava Appledrama City.
E dove campa un bene ultimo, c’è chi vuole possederlo. Solo per sé.
Nella zona alta della città comandavano insegne e luci psichedeliche al neon. Sotto quel lucore un mosaico di varia umanità. Ogni tanto dei vuoti, ritagli che mostravano squarci di cielo azzurro.
Nella zona bassa locali malfamati e bande di allucinati, esaltati dalle droghe e dal desiderio di dominarlo. Il rock s’intende.
I punk-rocker portavano capelli pettinati verso l’alto, più in alto possibile, cosicché esprimessero in qualche modo la loro individualità. Sagome fatte a vite, uncini, aureole, grovigli di colori e di strati. Ma rispettavano il vecchio rock. Odiavano allo stesso modo i feticisti high-tech e i rastafan. Ma soprattutto odiavano i new-electro.
I new-electro erano post punk, elettronica delle continua