Don Chisciotte: eroe del razionalismo o uomo qualunque?

Alessandro Barella

Don Chisciotte, Honoré Daumier, c. 1868, olio su tela, Neue Pinakothek, Monaco. Immagine di pubblico dominio.

Quando per il protagonista di un romanzo cavalleresco arriva l’ora di lasciare la storia e uscire di scena, lo fa sempre in maniera tragica e sublime. Si pensi a Orlando che, nonostante le gravi ferite, uccide un nemico dopo l’altro e, prima di esalare l’ultimo respiro, suona l’Olifante per avvertire dell’imboscata le truppe di Carlo Magno. Oppure a Lancillotto che, dopo la fine del regno di Artù, sceglie sceglie la vita dell’eremita e muore da santo. O a Sigfrido, assassinato per una tragica storia d’amore.
Nella scena della morte di Don Chisciotte, invece, si respira un’aria completamente diversa. Siamo al suo capezzale assieme al fido Sancho e lo vediamo spegnersi lentamente, costretto a letto da una malattia. Appena un istante prima della fine ha un ultimo guizzo di forza e, aprendo gli occhi, proclama di aver ritrovato la sanità mentale e scaglia un anatema contro i libri sulla cavalleria errante. I giganti sono di nuovo mulini a vento, gli eserciti greggi.
L’interpretazione di questo passo, quella che si è preferito dare nel

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Altai

Davide Picatto

N.d.R: questo articolo è stato pubblicato in origine sul blog Storie, narrazioni, sguardi obliqui il 25 novembre dove potrete leggere i commenti alla recensione lasciati da Wu Ming 1.

Altai, Wu Ming. Copertina.

Se ti ritrovi alle due del mattino coricato sul divano a leggere un libro quando il giorno seguente ti dovrai svegliare alle sette e mezza per andare al lavoro, beh, allora quel libro davvero ti appassiona: questa è legge.
L’ultimo romanzo dei Wu Ming, Altai, l’ho atteso a lungo, l’ho fortemente desiderato, l’ho prenotato, l’ho pagato l’assurda cifra di €19.50 (che diavolo sta passando per la testa delle case editrici?), l’ho divorato nello scarso tempo a disposizione rinunciando ad ore di sano riposo e l’ho lasciato depositare. Risultato? Non è uno di quei libri che rileggerei, non è una di quelle opere che raccomanderei caldamente. Qualcosa non mi è andato giù, qualcosa è andato storto nella lettura.
L’attesa era grande: dopo dieci anni ecco il seguito di Q, un romanzo che ha venduto parecchio e che ha fatto epoca, che letto al momento giusto ti mette fuoco al culo (ma anche se letto in altri momenti: ad ogni rilettura, negli anni, l’effetto rimane immutato) e che tutti gli ammiratori volevano ritrovare. Fortunatamente non è stato così. Nonostante i Wu Ming avessero annunciato il ritorno al loro esordio, nonostante la fascetta pubblicitaria che avvolge il volume e nonostante gli acchiappa lettori scritti un po’ ovunque, dalla quarta di copertina al più minuto commento su continua