Alessandro Barella

Don Chisciotte, Honoré Daumier, c. 1868, olio su tela, Neue Pinakothek, Monaco. Immagine di pubblico dominio.
Quando per il protagonista di un romanzo cavalleresco arriva l’ora di lasciare la storia e uscire di scena, lo fa sempre in maniera tragica e sublime. Si pensi a Orlando che, nonostante le gravi ferite, uccide un nemico dopo l’altro e, prima di esalare l’ultimo respiro, suona l’Olifante per avvertire dell’imboscata le truppe di Carlo Magno. Oppure a Lancillotto che, dopo la fine del regno di Artù, sceglie sceglie la vita dell’eremita e muore da santo. O a Sigfrido, assassinato per una tragica storia d’amore.
Nella scena della morte di Don Chisciotte, invece, si respira un’aria completamente diversa. Siamo al suo capezzale assieme al fido Sancho e lo vediamo spegnersi lentamente, costretto a letto da una malattia. Appena un istante prima della fine ha un ultimo guizzo di forza e, aprendo gli occhi, proclama di aver ritrovato la sanità mentale e scaglia un anatema contro i libri sulla cavalleria errante. I giganti sono di nuovo mulini a vento, gli eserciti greggi.
L’interpretazione di questo passo, quella che si è preferito dare nel