L’occhio azzurro 3/3

Andrea Cangeri e Ástrid Jaimen (illustrazioni)

Di fronte all’oceano che gli bloccava il passo, Alessandro Magno guardava il sole che tramontava lentamente alla fine del mondo. Il sole che ogni giorno versava il suo sangue sull’orizzonte, però non si fermava né deviava mai. E alla fine entrava nel mare.
Presto si fece buio. Alcuni soldati guardarono da lontano la figura immobile del generale, debolmente illuminata dalla luce lampeggiante dei falò, finché la notte e il sonno la inghiottirono.
L’accampamento si destò in un’alba fumosa, tra nitriti, grida e risa, perché per un soldato sopravvivere nella guerra non dipende solo dalle armi, ma anche dal buonumore.
Guardarono verso il mare e lo videro, in groppa a Bucefalo, esattamente dove lo avevano lasciato la notte prima, guardando l’oceano. Aspettandoli.
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L’occhio azzurro 2/3

Andrea Cangeri e Ástrid Jaimen (illustrazioni)

Un occhio marrone, come la terra, e l’altro azzurro, come il mare. Un occhio per guardare tutto ciò che aveva conquistato e l’altro, come un insulto, per guardare ciò che gli era sempre stato negato. Sin da quando era un bambino non c’era stato uomo o donna – all’infuori dei suoi genitori – che non evitasse lo sguardo di quegli occhi diversi ed inquieti. Uno sguardo che non incontra altri sguardi prima o poi si fa solitario e rimane bloccato nel tempo. Lo sguardo di Alessandro era rimasto bloccato in quell’istante in cui per la prima e forse l’unica volta aveva conosciuto quello che neppure il suo maestro Aristotele era stato capace di fargli capire: il concetto di limite. E se lo stesso Poseidone fosse emerso adesso dal mare per guardare dentro quegli occhi, non avrebbe visto riflesso l’oceano infinito, ma delle immagini di molti anni prima, dei giardini reali di Pella, in Macedonia: un grande prato fiorito accanto a un viale interminabile nell’occhio marrone, e nell’occhio azzurro una magnifica fontana, con zampilli d’acqua che uscivano dalle bocche di tre ippogrifi, brillavano alla luce dorata del tramonto e ricadevano nella vasca piena di pesci d’argento.
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L’occhio azzurro 1/3

Andrea Cangeri e Ástrid Jaimen (illustrazioni)

A trentatré anni, Alessandro Magno aveva già conquistato tutte le terre conosciute. I suoi soldati lo seguivano ovunque, come in un delirio: «Dove andremo, una volta passato il Gange? Generale, parla, dicci solo dove!». Si ubriacavano di vino, di vittorie e di futuro. Un futuro di letti più comodi e pasti sicuri, un futuro di spose e figli, un futuro che a stento riuscivano a immaginare, perché dopo tanti anni di guerra la pace era un ricordo talmente sbiadito che alcuni dubitavano che fosse mai esistita, o che potesse mai ritornare.
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Sambusi 6/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

«Biglietto?»
Si gira. È un controllore. Tira fuori quello del treno e glielo porge.
«Questo è del treno. Voglio quello del bus, ce l’hai?»
Fa finta di non comprendere, mette nello sguardo l’aria da cane spaventato.
«Mi capisci?»

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Sambusi 5/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Il treno si ferma per l’ultima volta e Ghedi è pronto a saltare giù. È in fondo al binario e si affretta nel risalirlo alzandosi ogni tanto in punta di piedi per scrutare la folla alla ricerca di Asad. Spera che sia da qualche parte ad aspettarlo, ma era stato chiaro sul luogo dell’incontro: casa della cugina. E Ghedi ne comprende il motivo: conta nella stazione quattro divise di polizia e fuori ne vede altre.

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