A‘nciuria camina. Società e tradizione nei soprannomi botricellesi

Giovanna Viscomi

Tesi di laurea magistrale in geografia linguistica, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Letteratura, Filologia e Linguistica italiana, Università degli Studi di Torino, Relatore Prof. Lorenzo Massobrio, anno accademico 2007/2008.

Le modalità di nominazione tradizionali, ovvero “de li antichi”, rendevano poco libera la scelta del nome proprio, il quale più che individuare classificava e forniva delle precise indicazioni sulla posizione genealogica della persona all’interno della famiglia e del proprio casato. In questo contesto la capacità individuante del nome si rivela assai debole: nell’ambito di uno stesso casato lo stesso nome distingueva oltre al nonno tutti i cugini maschi della linea maschile e tutti i cugini cadetti della linea femminile. È anche per questa ragione che interveniva il soprannome, il quale, insieme con altre importanti funzioni, veniva ad assumere quella non secondaria, lasciata scoperta dal nome proprio, di nominare per individuare, lasciando al nome il compito primario di nominare per classificare. Il soprannome quindi, lungi dall’essere un’aggiunta continua

L’Adulto nello sguardo dell’adolescente e del giovane

Cristina Muccilli

Università degli Studi di Torino Facoltà di Scienze della Formazione, corso di studio triennale in Scienze dell’Educazione, Relatore Anna Marina Mariani, anno accademico 2007/2008.

Una delle evidenze che maggiormente colpisce riguarda l’attuale situazione in cui non è tanto la famiglia a essere in crisi, quanto la sua rete di sostegno: ciò che si riscontra è, difatti, una assenza di permeabilità tra il dentro e il fuori le mura domestiche che ha, conseguentemente, trasformato la famiglia stessa in un fatto privato, al punto da non essere sostenuta nemmeno più dagli stessi genitori nel momento in cui questi escono di casa per occuparsi d’altro.
La linea di demarcazione che separerebbe il dentro e il fuori, il familiare dallo sconosciuto, non si limita, tuttavia, ad isolare alcune persone dalle altre, ma determina, all’interno della stessa mente dei singoli individui, la proliferazione di confini che ritagliano, isolano e impediscono una reale comunicazione e interazione tra le varie funzioni e i differenti ruoli che l’adulto deve saper interpretare nella vita quotidiana.
Sembra, dunque, che questi adulti non sappiano vivere e comportarsi come continua

Raccogliere ghiande

Luciana Della Bruna

Città di Torino, Servizio Formazione Educazione Permanente, Relatrice Dott.ssa Alessandra Francescato, A.S. 2007/2008.

Strategie integrative
Il panorama delle arti-terapie comprende una rosa di strumenti appartenenti alla storia della cultura umana, che va dall’espressione corporea, alla musicoterapia, il teatro, la danza-movimento terapia, alle terapie artistiche che utilizzano le tecniche figurative, scultoree, di manipolazione di materiali plastici, e di costruzione con i materiali di recupero.
Avere a disposizione luoghi dove l’approccio all’espressione corporea e alla manualità è possibile e facilitato rappresenta un’opportunità per i continua

Voci e immagini da Samuel Beckett

Elena Capriolo

Voci e immagini da Samuel Beckett (Krapp’s Last Tape – Not I ), Università degli Studi di Torino, Facoltà di Scienze della Formazione, corso di laurea Dams, Relatore Prof. Ruth Anne Henderson, anno accademico 2003/04.

Capitolo 3

Krapp’s last tape

L’attore irlandese Patrick Magee nel dicembre del 1957 nel Third Programme di BBC Radio, lesse alcuni brani tratti da Molloy e Da un’opera abbandonata di Samuel Beckett: quella fu la scintilla che generò L’ultimo nastro di Krapp.
Beckett, infatti, restò così impressionato e colpito dalla qualità inconfondibile della voce di Magee, da quel suono stridulo che sembrava catturare tristezza, rimpianto e rovina, che iniziò a scrivere un monologo per il personaggio di un uomo anziano “con una vecchia voce affannosa e distrutta, dall’accento caratteristico”. In seguito ad alcune modifiche del testo originale, l’autore diede al vecchio uomo debole il nome di continua

Max’s Mood: la musica di Massimo Urbani

Gianni Denitto

Max’s Mood,  “La musica di Massimo Urbani”. Conservatorio Statale di Musica “G. Verdi”, Torino, diploma di jazz, 2006/07, docente Furio Di Castri.

Prefazione

Nel maggio 2007 acquistai un Cd, Easy to Love, Red Records. Mi avevano già parlato di Massimo Urbani, ma non avevo ancora ascoltato nulla di suo. È stato come trovarsi improvvisamente di fronte ad un bivio.
Incominciai non troppo presto a pensare alla parola “jazz”, a giocare con il sassofono mentre concludevo i miei studi di clarinetto classico al Conservatorio di Torino, con l’amato maestro e padre artistico Vittorio Muò. Si parlava di improvvisazione, ma non come concetto da studiare e approfondire, semplicemente in senso ludico. Decisi quindi quasi per gioco di iscrivermi alla classe di Jazz del Conservatorio di Torino, docente Furio di Castri, nel 2004.
Non avevo una discografia jazz, solo qualche disco, ascoltato con disattenzione. Kind of Blue, una raccolta economica di pezzi di Charlie Parker, poco altro. Sentire i miei “compagni” parlare e discutere di standards, interpretazioni, versioni, musicisti jazz mi faceva venire la pelle d’oca. Aveva un senso continua