Hugo Cabret

Giacomo Bosio

Parigi, anni Trenta. Un giovanissimo orfano, Hugo (Asa Butterfield), vive tra i vecchi cunicoli dimenticati della stazione dei treni di Parigi-Montparnasse, dove continua il lavoro di orologiaio del padre (morto) e dello zio (ubriacone). Solo al mondo, Hugo vive di furtarelli e di un sogno: rimettere in funzione un misterioso automa umanoide sul quale stava lavorando col padre al momento della morte. Sulla sua strada, un ispettore ferroviario (Sacha Baron Cohen) che non vede l’ora di catturarlo e spedirlo in orfanotrofio (dal quale egli stesso proviene), e il proprietario del negozio di giocattoli della stazione continua

Il vento fa il suo giro

Salvatore Smedile

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Se è vero che la speranza non muore continueremo ad avere delle aspettative su film indipendenti che partecipano con successo a numerosi festival (seppure non a quelli giusti, evidentemente) e aprono varchi nelle questioni della contemporaneità. Il vento fa il suo giro è uno di questi. Diretto da Giorgio Diritti, un regista andato a scuola da Pupi Avati, va subito detto che la sua opera prima è sua e non è sua. Alla coproduzione hanno partecipato gli attori principali, la troupe e, indirettamente, i valligiani che hanno messo a disposizione del progetto beni materiali (mezzi, case, oggetti di scena) e animali. Ispirato da una storia di Fredo Valla, interpretato da due attori professionisti e da una fantastica comunità occitana che si è lasciata persuadere a raccontare se stessa, il film è ambientato in un mondo rurale e locale metafora di qualcosa di più esteso. Un microcosmo che ha valore universale. Ogni aspetto della narrazione non si risolve nella narrazione stessa: un mistero, un che di segreto si continua

Wall Street

Salvatore Smedile

Passerà anche questa crisi e chissà se ci saremo arricchiti di un po’ di esperienza. Alcuni prospettano che il centro del mondo non sarà più l’Occidente e che faremo fatica ad abituarci a questo cambiamento radicale di prospettiva. Persino l’arcivescovo di Monaco di Baviera, Reinhard Marx, ha affermato in un’intervista sul Der Spiegel che il suo omonimo Karl Marx aveva visto giusto rispetto al capitalismo. Di questi tempi la scienza economica fa sentire la sua rilevanza a tutti i livelli. Ognuno, nel suo piccolo, cerca di capire come sia possibile che nella quotidianità si riflettano decisioni globali di uomini fedeli solo al proprio tornaconto. In ogni caso viene voglia di intendersene un po’ di più, di masticare un linguaggio che ci possa aiutare a decifrare quello che succede. Da una settimana all’altra cambia tutto, di ora in ora i prezzi della benzina ai distributori oscillano con logiche che a noi consumatori sfuggono. I professori di economia, i nuovi santoni della conoscenza, vengono interpellati come antichi oracoli. Uno su tutti Paul Krugman, il neo Nobel titolare di cattedre a Yale, Harward, Mit e opinion maker sul New York Times. Dove stiamo andando? Come sarà il nostro domani? Forse lui ce lo può dire.
Capita che il cinema svolga una funzione di guardia di certi problemi epocali. Un’arte particolarmente ambigua. Se da un lato costruisce e predispone i nostri sogni collettivi, ci seduce senza tante resistenze sul piano dello svago, dall’altro diventa un’arma tagliente di critica sociale. A volte legge con grande anticipo gli scenari del futuro. Wall Street (1987) di Oliver Stone, è un film incredibilmente continua

Standard Operating Procedure

Mattia Plazio

S.O.P.: Standard Operating Procedure. Sigla gelida e asettica che sembra riemergere dalle carcasse più nere della storia, evocando qualcosa di lugubre e inquietante, ancorché difficilmente afferrabile. È con queste tre parole che la commissione giudicatrice delle torture perpetrate dall’esercito americano nel lager di Abu Ghraib ha liquidato alcune fra le pratiche più umilianti cui i prigionieri iracheni sono stati sottoposti in questo luogo franco, dove tutto è parso come sospeso, un purgatorio terrestre che ha accolto anime in attesa di giudizio, uno dei tanti – forse dei pochi svelati – che hanno trovato e trovano tuttora posto nella nostra storia più o meno recente. Ed è questo, anche, il titolo scelto da Errol Morris per il suo ultimo, invisibile documentario, che mette sotto la lente di ingrandimento i protagonisti di questo spettacolo raccapricciante da loro stessi voyeuristicamente impressionato su pellicola e poi incautamente divulgato, in un corto circuito cognitivo nel quale è la ragione stessa, offuscandosi, ad autocondannarsi. Sì perché il sipario di questo triste spettacolo non si sarebbe mai aperto se l’ossessione tutta moderna per la registrazione del reale non avesse spinto i malcapitati a fissare indelebilmente le atrocità commesse per mezzo di una o più macchine fotografiche, come divertiti nell’immortalare le loro ignobili “prodezze” e nel rendere poi partecipi tutti del loro stesso divertimento. Quegli scatti hanno fatto il giro del mondo, hanno scosso, a dire il vero un po’ ipocritamente, le coscienze civili, macchiando di fatto l’immagine già ampiamente compromessa dell’America, costretta a imbastire in fretta e furia un’inchiesta per fare luce sull’accaduto. Un’inchiesta che, nella più autentica tradizione a stelle e strisce, si è conclusa con continua

Maradona di Kusturica

Tiziano Colombi

TITOLO ORIGINALE: Maradona by Kusturica; REGIA: Emir Kusturica; SCENEGGIATURA: Emir Kusturica; FOTOGRAFIA: Rolo Pulpeiro; MONTAGGIO: Svetolik Zajc; PRODUZIONE: Francia/Spagna; ANNO: 2006; DURATA: 90 min.

Si dice che quando il presidente del Napoli Corrado Ferlaino comprò Maradona dal Barcellona per portarlo all’ombra del Vesuvio, in realtà, non avesse i quattrini da versare alla società catalana. Forse per questa ragione ai 70mila tifosi che accorsero al San Paolo per la presentazione del nuovo acquisto fu chiesto di pagare 2000 mila lire per l’ingresso allo stadio. Un obolo per due palleggi e per i futuri trionfi, col senno di poi si può dire che ne valse la pena.
Anche il regista serbo-bosniaco Emir Kusturica ha pagato un piccolo pegno per riuscire a portare a termine il progetto di raccontare la vita del più grande calciatore di tutti i tempi. Infatti, gli ci sono voluti due anni, qualche viaggio intercontinentale e alcune attese forzate, causa improvvisi ricoveri del protagonista. Ma a giudicare dal sorriso radioso dello slavo mentre gioca a pallone con Diego nel campo della Stella Rossa di Belgrado, c’è da giurare che anche per lui, come per i tifosi partenopei, il gioco valeva la candela. Quello che Kusturica mette in scena è un documentario d’azione sceneggiato con lacrime e sangue continua