Mattia Plazio
S.O.P.: Standard Operating Procedure. Sigla gelida e asettica che sembra riemergere dalle carcasse più nere della storia, evocando qualcosa di lugubre e inquietante, ancorché difficilmente afferrabile. È con queste tre parole che la commissione giudicatrice delle torture perpetrate dall’esercito americano nel lager di Abu Ghraib ha liquidato alcune fra le pratiche più umilianti cui i prigionieri iracheni sono stati sottoposti in questo luogo franco, dove tutto è parso come sospeso, un purgatorio terrestre che ha accolto anime in attesa di giudizio, uno dei tanti – forse dei pochi svelati – che hanno trovato e trovano tuttora posto nella nostra storia più o meno recente. Ed è questo, anche, il titolo scelto da Errol Morris per il suo ultimo, invisibile documentario, che mette sotto la lente di ingrandimento i protagonisti di questo spettacolo raccapricciante da loro stessi voyeuristicamente impressionato su pellicola e poi incautamente divulgato, in un corto circuito cognitivo nel quale è la ragione stessa, offuscandosi, ad autocondannarsi. Sì perché il sipario di questo triste spettacolo non si sarebbe mai aperto se l’ossessione tutta moderna per la registrazione del reale non avesse spinto i malcapitati a fissare indelebilmente le atrocità commesse per mezzo di una o più macchine fotografiche, come divertiti nell’immortalare le loro ignobili “prodezze” e nel rendere poi partecipi tutti del loro stesso divertimento. Quegli scatti hanno fatto il giro del mondo, hanno scosso, a dire il vero un po’ ipocritamente, le coscienze civili, macchiando di fatto l’immagine già ampiamente compromessa dell’America, costretta a imbastire in fretta e furia un’inchiesta per fare luce sull’accaduto. Un’inchiesta che, nella più autentica tradizione a stelle e strisce, si è conclusa con continua
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