Dublino da bar

Davide Picatto

Guinness, fotografia di Diego Meggiolaro, Dublino, novembre 2011.

La Guinness sembra un oggetto solido, un blocco di basalto sormontato da un disco di calcare, il tutto servito in una pinta vera, quella imperiale inglese, da 0,56826125 litri, e non in una farlocca tipica dei pub italiani, la media da 0,4.
Quando te la passano da sopra al banco sembra che debba pesare una dozzina di chili. L’afferri, avvolgi con la mano il vetro freddo, lo fai tintinnare contro quello dei tuoi compagni di viaggio, dici sláinte (salute), porti il bicchiere continua

Gli angeli di Altamont

Riccardo Magagna

Gli Stones nel 2006, Nizza.

“Erano il più grande gruppo rock del mondo, capite che intendo quando dico così? Erano qualcosa che non potrà esistere mai più. Quei tempi sono finiti. Eravamo tutti uguali. Le canzoni di Mick parlavano di quello che facevamo tutti. Scopare nel sedile di dietro della macchina, fare su e giù per le strade in cerca di qualcosa che non sapevamo come descrivere con esattezza neanche noi. La soddisfazione dei desideri. Satisfaction. Eravamo tutti figli della guerra. Mick e Keith continua

Gram, safe at home

Riccardo Magagna

Joshua Tree, California. Il memoriale di Gram Parsons. Fotografia di Staxnet, CC 2.0

“Una cosa è certa, amico, non voglio finire seppellito in una maledetta buca. Promettimi una cosa Phil, se muoio, giura che porti il mio corpo al Joshua Tree e gli dai fuoco”.
“Che cazzo stai dicendo Gram, sei completamente andato”.
“No, Phil, dico sul serio. Promettimi che se muoio, porti il mio corpo in mezzo al deserto, brindi e lo bruci. Non voglio finire in un fottuto cimitero con i fiori in testa, preferisco sapere le mie ceneri confuse con il luogo che ho amato di più nella mia vita”.
È il 19 luglio del 1973, Palmdale, continua

Immigrant Song

Riccardo Magagna

Joan Baez e Bob Dylan durante la marcia per i diritti civili a Washington, 28 agosto 1963. Immagine di dominio pubblico.

Fin dall’inizio ho sentito mia madre usare le parole wop e dago in tono che denota un profondo disgusto. È come se le sputasse fuori. Come se le si slanciassero dalle labbra. Per lei, contengono l’essenza stessa della povertà, dello squallore, della sporcizia. Se non mi lavo i denti, se non mi scappello quando è il caso, mia madre dice: “Non fare così. Non fare il wop”. Così, mano mano che i suoi valori diventano i miei, wop e dago sono sempre più sinonimi del male.
Mio padre no. Come gli gira, così continua

Il mistero delle barricate

Giovanni Guizzardi

François Couperin, c. 1638. Immagine di dominio pubblico.

Qualche mese fa mia figlia ha cominciato a prendere lezioni di pianoforte. È stata per me un’occasione ghiotta e scriteriata per rimettere le mani su una tastiera dopo più di quarant’anni. Malgrado la ruggine qualcosa ancora mi ricordavo, per cui mi sono scatenato alla ricerca su Internet degli spartiti di quei brani musicali che hanno costituito la colonna sonora della mia vita, da Imagine a Moon river, dal Canone di Pachelbel al primo movimento della Sonata al Chiaro di luna di Beethoven.
Tra gli altri, uno dei brani a me più cari è Les barricades mistérieuses di François Couperin. Solo ora però, dopo che da alcuni mesi mi affanno per domare le difficoltà esecutive delle sue tre variazioni, mi è sorta la voglia di scoprire perché mai il titolo sia questo. Perché le barricate? E perché poi sono misteriose?
François Couperin era nato a Parigi nel 1668. Nel 1693 fu assunto come continua