Fotografie orfane di padre

Chiara Ceolin

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MALICEVO, JUGOSLAVIA, 18 febbraio 1999.
Un rifugiato albanese di 70 anni, rientrato nel piccolo villaggio di Malicevo (a sud di Pristina), fissa il luogo dove sorgeva la sua casa che è stata distrutta.
©Joël ROBINE/AFP/Grazia Neri.
Dalla mostra AFP: IL MONDO IN CONFLITTO.

Facciamo un esercizio, quasi un test di attenzione. Prendete un quotidiano qualsiasi tra i più diffusi nel nostro paese e osservate attentamente le fotografie stampate. Sceglietene una. Fate attenzione ai bordi, alla cornice, allo spazio che la circonda. Troverete un breve commento sotto. Ora spostate di poco lo sguardo e soffermatevi sull’articolo che accompagna, non serve leggerlo. Osservate la parte finale dell’articolo, noterete un nome.
È necessario a questo punto assumere una certa distanza allontanando il giornale, anche metaforicamente, e lasciare spazio alle domande. Spesso la distanza e il confronto aiutano ad interrogarsi. Non vi sembra che manchi qualcosa alla fotografia? Non serve entrare nel merito dell’immagine. È un esercizio visivo, almeno all’inizio. Anche lo sguardo, come la mente, perde in finezza, in acutezza e si uniforma a quanto gli viene proposto o imposto se non è alimentato da un certo spirito critico e una certa curiosità. Lo sguardo ha a che fare con il pensiero, prima o poi. Oggi, non a caso, l’ottundimento passa proprio dagli occhi, attraverso quello sguardo che si incolla alla televisione dove diviene sbarrato e immobile nel suo rigor mortis. A me sembra che qualcosa manchi e che sia un vuoto enorme, incomprensibile e inammissibile. Il giornale lo pago e vorrei essere informata bene. E allora come mai nessuno cita chi ha scattato le fotografie pubblicate? Vi sembrerà una questione da poco, forse. Non hanno nome i fotografi, i fotoreporter? Quale idea, ideologia o pseudo-cultura risiede sotto questo dettaglio quasi invisibile? Immaginate un giornale senza un solo articolo firmato, senza il nome del direttore e di tutti i membri della redazione, e ancora di più, un giornale senza nome e un’edicola dove nessun giornale abbia nome e per sceglierne uno bisogna indicarlo sperando sia stato messo nella stessa posizione di ieri! Certo, la differenza la fa il contenuto, la forma stilistica, l’intelligenza ma, attenzione, lo stesso accade per la fotografia. Il fatto di non dover scrivere con le lettere ma con la luce non significa che l’intento non sia quello di informare e raccontare qualcosa. La rabbia e il fastidio aumentano quando inizio a sfogliare un quotidiano straniero, dove immancabilmente è scritto nero su bianco il nome dell’autore della fotografia o almeno il nome dell’agenzia di distribuzione. La nostra cultura editoriale, invece, ci propone i fotografi come ignoti individui e non come professionisti, persone degne di un nome, con una formazione alle spalle e spesso con parecchio coraggio. Negli anni trenta, e fino a quando non so, sulla carta d’ identità andavano indicati il nome del padre e della madre. I figli di ragazze madri si ritrovavano sul documento di identità la dicitura NN affianco al nome del padre: Non Noto. Un marchio a fuoco certamente non piacevole e di certo discriminante. Oggi le fotografie sui giornali italiani sono come orfane pur avendo un padre. E i padri si ritrovano vivi pur venendo uccisi quotidianamente. Anzi, dai quotidiani.
Dietro alla scelta di non indicare il nome dell’autore della fotografia ci sarebbe da chiedersi quale sia il ruolo della fotografia nell’editoria italiana, o meglio, nel giornalismo. Sembra che l’immagine sia un abbellimento dell’articolo, quasi una decorazione, un luccichio, per spezzare la monotonia di una pagina altrimenti di sole parole (e pubblicità).
Forse ci si è dimenticati della forza evocata dalle fotografie di guerra e degli effetti di cambiamento in termini di consapevolezza che è riuscita a generare e che continua a produrre. Ricordate la foto della bambina vietnamita che scappa nuda dopo che il suo villaggio è stato bombardato con il napalm? Era il 1972, Vietnam del sud, l’autore è Nick Ut dell’AP e la bimba è Kim Phuc. Sono poche informazioni ma necessarie.
La fotografia giornalistica dovrebbe servire a informare, a dar voce e visibilità a chi spesso non ne ha. È paradossale che proprio a chi si è preso la briga di andare sul posto a vedere, a raccogliere e a raccontare storie spesso drammatiche e pericolose venga tolto il nome e la dignità.

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