Il telaio di Penelope

Matteo Salusso

Penelope, l’inganno, il telaio, il giorno e la notte, il lieto fine; tutti conoscono la storia. Forse non tutti l’hanno letta, forse non tutti sanno dove si può leggerla, ma pochi non conoscono la storia. Penelope, l’inganno, il telaio, il giorno e la notte, il lieto fine: combinazione di elementi che piace. Uomini hanno fatto una selezione e hanno deciso che quella storia andava bene, che non andava dimenticata ma che valeva la pena di impararla a memoria, parola dopo parola, metrica dopo metrica, cantarla piazza dopo piazza. Quella storia insomma: era un business. Piace all’uomo che si sente rassicurato e piace alla donna che si sente eroina di un’azione politica. Piace dunque e, piacendo, entra nel DNA più profondo del pensiero di chi l’ascolta e gli insegna così le leggi che porta e l’etica (il modo giusto di fare le cose) che ha nella pancia. La scrittura ha fiutato l’importanza di quella memoria e non doveva lasciarsela scappare, ma copiarla, pergamena dopo pergamena, perché poi sarebbe arrivata la stampa, la fotocopiatrice, il floppy, la chiavetta, l’online a regalarle l’immortalità.

Penelope
l’inganno
il telaio
il giorno e la notte
il lieto fine.

Combinazione di elementi che, dopo Schliemann, conviene considerare come mappa di una possibile verità e che, in quanto mito, è parte dell’enciclopedia del popolo che la racconta e del popolo che l’apprezza. Il mito, quindi, è una sintesi di informazioni trasformate da nozione a immagine e tanto più un’immagine suscita fascino, tanto più quell’immagine è carica di un passato di nozione.
Il mito in esame fornisce un’immediata e statuaria immagine con ai suoi piedi la sua ombra di nozione: Penelope. Lei è la principessa rinchiusa nella torre e di fuori, i proci, che gozzovigliano facendo politica. Le donne, insomma, da una parte e gli uomini dall’altra. Se a una società l’immagine Penelope suscita fascino, ciò significa che per tale società la nozione contrasto uomo-donna, politico-privato, è accettata, consolidata, o ancora, malinconicamente viva. Il femminismo degli anni settanta conferma e accentua la difficoltà di intreccio fra questi opposti. “L’universo tessile è, nel mondo greco e nella cultura occidentale (e curiosamente solo in quello), una prerogativa femminile” (Valeria Andò – L’ape che tesse). Come dice Adriano Sofri (Il nodo e il chiodo) “la figura scura e seminuda di Gandhi… accoccolato a filare il suo cotone: come un ragno, sarebbe stata improponibile nella cultura di derivazione classica greco-latina e ebraico-cristiana”. Se per i greci tessere e filare era considerato un lavoro indegno all’uomo (Erodoto riporta casi di viaggiatori in Egitto che trovavano colà il mondo alla rovescia, con gli uomini che tessevano e le donne che andavano al mercato) per gli ebrei prima, e per i cristiani dopo, una donna efficiente è quella che:
si interessa della lana e del lino,
sta sempre occupata con le mani…
le sue mani le mette alla conocchia
le dita sue si occupano del fuso…(Proverbi di Salomone)
Domi mansit, lanam fecit. È l’elogio riservato alle romane virtuose. Se ne stette a casa, a fare la calza. In Grecia una corona annuncia la nascita di un maschio, una manciata di lana di una femmina (Adriano Sofri – Il nodo e il chiodo).
Se è vero che il mito è un’enciclopedia, quello di Penelope è il capitolo sulla tessitura. Le donne stanno al telaio come gli uomini alla guerra. “La navette est à la tisserande ce que la lance est au guerrier” (Papadopoulou-Belmehdi). Gli opposti sono gli elementi più interessanti di questo mito. “Le popolazioni primitive, e anche le civiltà classiche, hanno elaborato accurate tabelle dei principi dualistici che dominano la vita umana sulla terra… la tabella dei Pitagorici elencava così i principali: finito-infinito; dispari-pari; unità-pluralità; destra-sinistra; maschio-femmina; quieto-mosso; retto-curvo; luce-oscurità; buono-cattivo.
Queste coppie di opposti sono largamente sovrapponibili. Così la destra, il sesso maschile, la luce, il bene, la forza, la vita stanno da una parte; la sinistra, il sesso femminile, il buio, il male, la debolezza, la morte, stanno dall’altra. Più radicale è, per una cultura, il contrasto fra i due opposti, più forte è il valore che vi si attribuisce a una qualità e il disvalore di cui si carica la qualità contraria” (Adriano Sofri – Il nodo e il chiodo). Le coppie di opposti sono invece vitali alla tela; la tessitura come armonia del contrasto. L’intreccio è la forza diplomatica data dal filo di trama che lega i fili pari con i fili dispari dell’ordito in un universo altrimenti inconciliabile. Penelope per unire maschile e femminile (il ritorno di Ulisse) usa il telaio, che di opposti è formato e che di opposti si nutre, e come trama usa il filo del ragionamento e, di questo, il suo figlio prediletto, l’inganno, trasformando la tela in un’operazione della mente, e non in un prodotto concreto frutto di abilità manuale.
L’inganno è un aspetto della tessitura molto antico che risale forse alla sua nascita, al suo parto nel neolitico. “Per quanto in alto si possa risalire, il vocabolario della metis associa sempre chiaramente quest’ultima alla caccia e alla pesca. Si tesse, si trama, si combina una metis, come si tesse una rete, si intreccia una nassa, si dispone una trappola per la caccia” (Detienne, Vernant). Mente – caccia – tessitura – sono elementi legati da un forte legame di parentela che il ragno, per sua natura, riassume dentro di sé perché tessendo ordisce la sua astuta caccia. Come dice Democrito, la tessitura è un’arte appresa proprio imitando il ragno e gli uomini sono suoi discepoli. Esiodo precisa poi che il giorno più adatto a una donna per drizzare il telaio e dedicarsi al lavoro è quello nel quale il ragno svolge i fili della sua tela (Opere e giorni). La caccia del ragno è scuola per la condotta in battaglia di Atena (tessitrice anch’essa), “non è selvaggia impetuosità – incarnata invece nella figura di Ares -, ma un qualche cosa di coltivato con raffinatezza, è danza, tattica, abnegazione” (Burkert). Atena sostituisce la lancia al filo, la forza alla strategia. Se l’inganno è frutto della metis e se l’inganno diventa metafora della tessitura, telaio e metis hanno qualche cosa in comune. L’astuzia ha aiutato l’uomo nella sua sopravvivenza e si è guadagnata a pieno titolo la sfera del divino. Nel mondo greco l’astuzia era il campo di gioco di pallade Atena, partorita dalla testa del re degli dei, padrone del tutto. Atena dunque è figlia della mente del tutto e ama chi fa della metis la sua arma prediletta. Penelope porta dentro ogni sillaba del suo nome i tre elementi divini di Atena: mente, guerra e arti domestiche. Penelope deve cioè combattere una guerra e la sua strategia (mente) è il telaio. Il telaio rappresenta il cosmo, il moto perpetuo dell’universo. La tessitura si inserisce nella vita di un popolo, nel pensiero e nella fede che ritma quotidianamente le sue abitudini e le attribuisce così significati sacri e preziosi. Nell’Africa settentrionale e in tutto il bacino del Mediterraneo (Sumeri, Egizi, Greci) il telaio è simbolo della struttura dell’universo. Un mito egizio narra di come Neith stenda sul suo telaio il cielo e di come vi tesse la terra. Le donne berbere lavorano ancora oggi su dei telai semplici, due fianchi reggono i due subbi. Il subbio superiore rappresenta il cielo, quello inferiore la terra. Questi quattro pezzi del telaio rappresentano l’universo. Tessere dunque significa partecipare alla vita del cosmo, unirsi a lui, ricreare l’unità del mondo nella sua diversità, nei suoi opposti.
Il mito di Penelope si apre con il caos, confusione. L’ordine (Ulisse) è lontano, manca autorità, disciplina, regole. Penelope è costretta a stare chiusa nelle sue stanze, Telemaco è ancora un ragazzo per dettare legge. Quello che domina l’inizio del mito è il rumore assordante del banchetto dei proci. Le loro continue richieste di matrimonio non sono la soluzione alla fine del disordine, ma al contrario, un ultimatum alla resa, alla sconfitta, alla conferma del disordine. Il compito di Penelope è porre fine all’entropia cosmica del suo universo insulare. Se tessere è partecipazione attiva alla vita del cosmo, lei entra nel file centrale della tessitura e prende tempo. Immobilizza lo scorrere naturale degli eventi, paralizza l’alternanza del giorno e della notte in un tempo senza sviluppo. Da una parte il tempo finito dei proci, all’opposto, il tempo infinito dell’andirivieni della tela. Così, alla velocità dell’inseguimento e della freccia scoccata in corsa fa contrasto l’immobilità della rete tesa, che attende a sua volta la preda.
Penelope entrando così nell’essenza più intima della tessitura tocca con mano un altro aspetto del mondo: la vita. Come intuiva Carlo Michelstaedter, noi siamo come un peso che “pende ad un gancio, e per pender soffre che non può scendere: non può uscire dal gancio, poiché quant’è peso pende e quanto pende dipende”. Penelope tessendo e stessendo il lenzuolo di morte di Laerte sembra sostituirsi alle Parche, divinità che filano i destini umani. La vita di Laerte dipende da quel filo che Penelope tesse e stesse immobilizzandolo nello spazio e nel tempo, ne dilata i suoi giorni, ne determina gli anni. Tutta l’isola è paralizzata nel limbo dell’attesa, intrappolata come un insetto nella ragnatela del ragno, anche il cane di Ulisse, incredibilmente longevo, sembra sospeso in quest’assenza di tempo aspettando senza nulla potere il ritorno del padrone.
Con il ritorno di Ulisse e la cacciata dei proci il mito si conclude in un festoso lieto fine. L’ordine gerarchico è ristabilito, ha ripreso forma lo scorrere naturale degli eventi, è svanita la minaccia di anarchia. L’enciclopedia-Penelope, a differenza della ribelle Aracne, viene premiata, alzata sul piedistallo dell’esempio da seguire. Aiutata da Atena, perché usa tutte le nozioni di tessitura ai fini dell’ordine e della tradizione, Penelope si carica il peso del simbolo della tessitrice occidentale per eccellenza in un ben escogitato racconto sull’elogio dell’etica della brava massaia. Penelope sembra così rispecchiare le volontà di Tertulliano quando nel 200 d.C. dice: “Tuo marito è il tuo padrone, Dio vi ordina di stare velate, sarete salve se occuperete le vostre mani con la lana”. Penelope, il cui nome significherebbe “dal viso coperto da una rete”, è fedele al marito e salva il suo equilibrio domestico occupando le mani al telaio. Se le interpretazioni sulla figura di Ulisse cambiano nel corso dei secoli (come se il suo esplorare seguisse di pari passo il cammino dell’uomo e di questo le sue idee e le sue scoperte) Penelope all’opposto sembra restare ferma nella sua stanza, immobilizzata lei stessa nella tela che non cresce, con la finestra aperta sul Mediterraneo e con lo sguardo perso nell’infinito. In Italia cambia nome, diventa una santa (Santa Agata), ma la sua fatica è sempre la stessa, pari a quella di Sisifo, vittima di se stessa per essere un’immortale tessitrice e per usare quel telaio, simbolo dell’eterna fatica dell’eterno ritorno.

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