Il viaggio delle anguille

Danilo Chioni

Abituati come siamo a vederle chiuse in casse di polistirolo nei mercati del pesce, quelle masse nere e viscide incutono in molti di noi un po’ di ribrezzo.
Probabilmente non tutti sanno cosa si è negato a quei pesci pescandoli.
Il nostro viaggio comincia in una notte umida, nei fiumi, torrenti e laghi di tutto l’emisfero boreale. Milioni di anguille cominciano a discendere i corsi d’acqua, colte da un impeto irresistibile, magnetico, superiore. Già da qualche giorno un rapido cambiamento investe i corpi degli animali: gli occhi si ingrandiscono, l‘intestino si chiude, la pelle si ispessisce. Tutte a cercare la strada per il mare, poco importa cosa c’è di mezzo. In migliaia abbandonano l’acqua, scivolano tra campi e prati, in molte muoiono col calore del sole che cresce. Quelle che raggiungono il mare cominciano un viaggio di circa quattromila chilometri che le porterà nel Mar dei Sargassi.
Nessuno conosce davvero il motivo di questa “scelta“. Ogni anno in autunno le anguille di tutto il mondo partecipano alla più grande e straordinaria migrazione del mondo animale; guidate da un aura misteriosa non mancano all’appuntamento, tutte lì a prender parte all’inevitabile meccanismo di trasmissione della vita. In una danza sinuosa si accoppiano, si producono nell’ultimo sforzo. Dopo due mesi senza cibo, stremate dal viaggio, muoiono lasciando un tappeto biancastro.
Protette dai sargassi, in ventiquattro ore, le uova schiudono i piccoli, la cui vita comincia in un groviglio vegetale che li nasconde per i primi due mesi: lunghi appena un paio di millimetri, i minuscoli leptocefali sarebbero infatti un facile boccone per qualsiasi predatore. Passato questo periodo ovattato la decisione è presa ed è di comune accordo: è tempo di partire. La natura vuole che il loro viaggio sia lo stesso percorso tempo prima dai genitori. Le anguille europee impiegheranno circa due anni ad attraversare l’Oceano, un filo rosso unisce i due viaggi, una mappa che si perde nella magia della materia.
Nuvole nere si accalcano alle foci dei fiumi, i corpi degli animali cambiano nuovamente. Le cieche, nome che assumono in questo stadio poiché gli antichi pensavano non avessero gli occhi, risalgono il fiume o il torrente che le vedrà crescere per decine di anni. Qui passeranno le loro giornate tra il fango, protette dalla luce, per poi uscire la notte a cacciare lombrichi, molluschi e piccoli crostacei.
Una notte, così come fu per i loro genitori, sentiranno forte il richiamo del mare; un altro lungo viaggio le attende.
Plinio il Vecchio pensava nascessero dal fango. Sarebbe forse meno magico.

2 thoughts on “Il viaggio delle anguille

  1. Anonimo ha detto:

    L’anguilla di Montale

    L’anguilla, la sirena
    dei mari freddi che lascia il Baltico
    per giungere ai nostri mari,
    ai nostri estuari, ai fiumi
    che risale in profondo, sotto la piena avversa,
    di ramo in ramo e poi
    di capello in capello, assottigliati,
    sempre più addentro, sempre più nel cuore
    del macigno, filtrando
    tra gorielli di melma finché un giorno
    una luce scoccata dai castagni
    ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,
    nei fossi che declinano
    dai balzi d’Appennino alla Romagna;
    l’anguilla, torcia, frusta,
    freccia d’Amore in terra
    che solo i nostri botri o i disseccati
    ruscelli pirenaici riconducono
    a paradisi di fecondazione;
    l’anima verde che cerca
    vita là dove solo
    morde l’arsura e la desolazione,
    la scintilla che dice
    tutto comincia quando tutto pare
    incarbonirsi, bronco seppellito;
    l’iride breve, gemella
    di quella che incastonano i tuoi cigli
    e fai brillare intatta in mezzo ai figli
    dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
    non crederla sorella?

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