La torre di Babele

Giovanni Guizzardi

...sono un'anima semplice... Illustrazione di Fabio Ruotolo.

...sono un'anima semplice... Illustrazione di Fabio Ruotolo.

Da giovane ho viaggiato molto. Piace, ai giovani, viaggiare. È la più superficiale e vistosa esibizione di indipendenza dai genitori, ed è anche il più comodo e innocuo succedaneo degli antichi riti di passaggio, la maternità e la guerra. Come Ulisse, viaggiavo per sentirmi lontano da casa, ma la mia meta era il ritorno. Da allora è passato tanto tempo, e mi capita sovente di confondere i ricordi. Ancor più spesso, quando di quei viaggi racconto ad altri, vengo smentito. Non è che ricordi male, è che da quando la vidi io, quella realtà esotica e lontana è cambiata. Io ricordo ancora una Atene senza traffico, una Praga dove era difficile trovare un litro di latte, una Damasco orgogliosa di non essere islamica. Così, di tutto quel viaggiare non mi resta quasi nulla. Da un po’ di tempo però rivivo più spesso di quanto vorrei una sensazione proustiana. Le mie madeleines però hanno l’afrore delle ascelle sudate anche d’inverno, il sentore di curry e di aglio, il suono di idiomi incomprensibili ed esotici. Non ho più bisogno di andare lontano per sentirmi lontano da casa, mi basta salire su un autobus. Ma non c’è più ritorno, l’esilio è dietro l’angolo.
Io sono un’anima semplice. Talvolta, quando mi capita di mettere il cervello in stand-by, i miei occhi vagano sulle etichette degli oggetti più disparati che mi circondano e mi risveglio di soprassalto dal mio torpore solo quando leggo qualcosa di diverso da “made in china”. Di solito accade quando mi soffermo su un manufatto del secolo scorso. E allora mi domando, pensoso: “Ma c’è qualcosa ormai che non si fabbrica in Cina?”; oppure: “Ma gli operai italiani, sono diventati una specie protetta dal WWF?” Poi magari vedo in tv le immagini di uno sciopero contro i licenziamenti e osservo quei volti inquieti e adirati. Ce l’hanno con quelli che tolgono loro il lavoro e credono che siano gli stessi che li hanno licenziati. Non è così. L’industria italiana non regge più la concorrenza dei cinesi e traferisce le proprie produzioni laggiù, dove gli operai costano cento volte di meno. Sono quei loro colleghi con gli occhi a mandorla che hanno messo nei guai i nostri operai. E loro forse non riescono nemmeno a capirlo.
Ieri sera, verso le undici, hanno suonato al campanello di casa. Mi sono alzato da letto e ho latrato al citofono un ineducato “Che cazzo c’è?” Era la polizia. Per fortuna non volevano arrestarmi. Al contrario, volevano informarmi che la mia automobile, parcheggiata sotto casa, era stata coinvolta in un incidente stradale. Mi hanno spiegato che un’auto rubata era stata avvistata dalla polizia ed era cominciato un inseguimento che si era concluso sotto le finestre di casa mia, quando i ladri, dopo aver fatto filotto con cinque auto parcheggiate, avevano abbandonato la vettura ed avevano proseguito la fuga a piedi, venendo bloccati pochi minuti dopo dalle volanti. Erano tre albanesi, sull’auto sono stati ritrovati arnesi da scasso.
Stamattina me ne stavo in piedi alla fermata della linea 11. Tenevo le mani in tasca, faceva freddo. Ad un tratto mi si è avvicinata una signora tutta imbacuccata in un cappottone e in un berrettone di lana. Mi ha guardato un po’, titubante, poi mi ha chiesto: “Scusa, segnore, tu es italiano?” Le ho risposto di sì. Mi ha sorriso ed ha esclamato: “Oooh!”, dopo di che mi ha chiesto un’indicazione stradale. È evidente che aveva fatto una certa fatica a trovare un italiano a Bologna.
Ho una nuova alunna. Mi è piombata in classe in ottobre, a scuola già iniziata da un mese. Viene da Krasny Okny. Alzi la mano chi sa dove si trova. E non barate. Bene, è in Ucraina. Io non lo sapevo, ho dovuto guardare su un atlante. È arrivata in Italia da pochi mesi, ma era da prima dell’estate che aspettava il visto per raggiungere la madre e la sorella, che già vivono qui da due anni. Il suo arrivo mi aveva messo di malumore, mi immaginavo di dover fare chissà cosa per cercare di insegnare letteratura italiana e storia ad una ragazzina che non conosce l’italiano.
Mi sbagliavo: lei è, dal primo giorno in cui è arrivata, la prima della classe. Ha studiato da sola l’italiano per tutta l’estate, in attesa del visto. A scuola poi, non si perde un solo secondo delle mie lezioni, studia con metodo, con costanza, con serietà. Le ho chiesto le ragioni di questo suo comportamento, e lei mi ha guardato perplessa. Temevo che non avesse capito la domanda, gliel’ho ripetuta con parole più semplici. Mi ha sorriso, imbarazzata. Aveva compreso benissimo cosa avevo detto, ma le sembrava strana la mia domanda. Ho capito perché. In realtà lei deve andare bene a scuola, perché non ha nessuna voglia di andare a fare le pulizie o la badante nelle case degli italiani. Lei vuole andare bene a scuola, perché insegue un futuro nel nostro paese, un futuro migliore di quello che si può attendere nel suo paese d’origine. La vita non le ha fatto sconti.
I suoi compagni di classe la guardano ammutoliti. È come se ne avessero soggezione, o se l’avessero vista scendere dall’ultima astronave proveniente da Marte. Per loro fino ad oggi tutto è stato gratis, e non a caso sono un branco di Peter Pan con la testa vuota e le mutande firmate, arroganti ed ignoranti come capre, nonché orgogliosi di esserlo.

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