Se i ciliegi potessero parlare

Salvatore Smedile

Insaziabile aria del Midi che muovi per le campagne piene di foraggi il sospetto che tutto sia andato e non tornerà, aria di un sogno che non vorrei finisse sul più bello e che invece finirà perché tutte le cose sono finite e finiranno come finisce questa storia che non è una storia ma una voce che sta per raccontare.
Siamo questo racconto che non riesce a dire più di quello che può dire e che vorrebbe dire. Siamo il frammento, il ritaglio una storia che nessuno racconterà. Così ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, ogni mattino, ogni minuto, ogni secondo sono parte di una trama, di un paesaggio che si va riempiendo.
L’estate è austera e indisponente. Le colline sono irte di rovi secchi, dimenticate dalle piogge.
Il tempo si consuma, lentamente esaurisce le sue forze e i suoi grovigli. Verranno tempi duri, irriconoscibili e maledettamente duri. Gli uomini cadranno in un delirio che nessun pittore rappresenterà.
L’arte non può tutto e non è tutto. L’arte può quel che può: indicare, rivoltare, aprire finestre sul cortile, creare nelle stalle, vendere tele arrotolate in cambio di un favore, un taglio di capelli, un tacco, una suola di scarpa, una cena a base di fromage e vino rosso di paese senza pregi né difetti. O riempire i salotti di Montmartre, edificare nelle case chiuse un senso dell’ignoto e del mestiere noto. L’arte, ovvero quello che sta fuori e che sta dentro a tenere compagnia nei meriggi e nelle sere mentre qualcuno che lo sappia fare suona il piano e canta, fa dell’aria un canto, fa dell’arte un’aria del Midi. Se poi non lo sa fare che cambi pure, a ciascuno il suo strumento, a ciascuno la sua arte, il suo pennello. La zappa, la falce, l’aratro, la trebbia, il chiavistello.
Ma tu, perché ingrata e irriverente, non mi saluti? Perché non accompagni lo sguardo come quello dei baroni tuoi maestri, magnati capaci di fare e di non fare, di volere e non volere, dominatori delle circostanze ostili che avrebbero potuto frapporsi tra loro e le abitudini secolari, millenarie, perdute e non perdute, inclini a conservarsi, a reiterarsi nelle società uguali a loro stesse?
Ti sarai accorta che ci sei e stai cantando il tuo motivo su una corda che sta per slegarsi in alto mare? In un grand bleu dove qualcosa può avvenire oppure non avvenire mai…
Ti sarai accorta del povero Toulouse, malodorant di sesso e bagattelle raccolte per le strade del quartiere?… Di un malfermo che cammina al ritmo della canna di bambou, di un bruto che zoppica e che punta alla tua intimità. La gamba gli fa male, la testa gli fa male, il cuore gli fa male, l’anima gli fa male ma Toulouse cammina. Cammina, cammina e non si ferma. Giungere non sta nel suo vocabolario, nel suo istinto che vede e respira e sente, ascolta, riconosce il suo Midi…

“Ah, se i ciliegi potessero parlare!…”, dice guardandoti negli occhi.
“Sì che possono parlare!…”, rispondi con voce governata dalla forma, figlia della tua educazione da salotto, di chi riceve in cambio più di quel che dà. “Madame, je suis peintre!”, reitera.
“Monsieur, je suis danseuse!”, aggiungi con disinvoltura e spontaneità, come fai ogni notte per difenderti da chi ti vuole bene.

Le parole di Jane e Toulouse, lievemente ispide, si fronteggiano nello spazio impalpabile tra i due. Al di là dei contorni delle figure.
“Votre nome s’il vous plaît!”.
“Jane… ou Janette… comme vous voulez… ”.

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N.d.A.: ispirato dal racconto “Sogno di Henri de Toulouse-Lautrec, pittore e uomo infelice” (Antonio Tabucchi, Sogni di sogni, Sellerio, 1992).

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