Slasher

Mattia Plazio

Che le aberrazioni più feroci della moderna globalizzazione siano l’effetto di un radicamento acritico del modello liberal-capitalistico coltivato e imposto su scala planetaria dagli Stati Uniti d’America è un fatto unanimemente riconosciuto. Lo è meno che sia proprio dal suo interno che negli ultimi anni sono nate – moltiplicandosi ad ogni nuova mossa dell’amministrazione Bush – le voci di dissenso e di denuncia contro una deriva etica e civile galoppante. E se questo, da un lato, conferma la vitalità e lo spirito vigile e battagliero dell’intellighenzia statunitense, dall’altro sottolinea il lassismo politico e il vuoto che circonda il mondo delle idee nella vecchia e stanca Europa, che, proprio per l’incapacità di promuovere valide alternative, di quel radicamento ne è certo corresponsabile.
Il cinema, forse più di qualsiasi altro, sembra essere lo strumento privilegiato attraverso il quale dipingere con maggior efficacia lo stato attuale delle cose, e fornire così, al pari della rete, punti di vista trasversali rispetto a ciò che i più comuni mezzi di informazione si sforzano quotidianamente di imporre agli occhi di lettori/spettatori sempre più passivi e impotenti. D’altronde siamo in America. E se è lecito aspettarsi che scendano in campo mostri sacri come Brian De Palma (The Redacted) e Robert Redford (Leoni per agnelli), o giovani promettenti come Paul Haggis (Nella valle di Elah) e autori di culto come Erroll Morris (Standard Operating Procedure) – per non citare che gli ultimi -, più singolare è scoprire come anche un “giocherellone” del calibro di John Landis, il re della commedia demenziale americana anni Ottanta, non abbia voluto far mancare il suo contributo alla causa.
Risale al 2004 il suo Slasher, una docu-fiction a sfondo politico che, proprio perché percorso da quel gusto sfrontato per la battuta insolente e beffarda, si inserisce con grande coerenza nella tradizione dei suoi film più dichiaratamente “contro”, dall’ormai mitico Animal House (corredato non a caso nell’ultima riedizione in DVD di un finto documentario che ne accentua i lati più velenosi) a Una poltrona per due fino allo sgraziato The Stupids. Mai come in questo caso, tuttavia, la metafora risulta così manifestamente scoperta ed efficace – venata in fondo da un’amarezza quasi del tutto assente nelle precedenti pellicole -, a dimostrazione, ancora una volta, della ritrovata urgenza da parte di molti registi d’oltreoceano di opporsi, con le armi a loro disposizione, alla deriva di un sistema impazzito, cinico, a tratti spietato. Sì perché, al di là dell’incipit, con il quale Landis, per mezzo di un divertito/divertente montaggio di storiche bugie presidenziali (da Nixon a George W. Bush, passando per Reagan, Clinton e il celebre “read my lips” di Bush senior), traccia programmaticamente l’inquietante parallelismo fra il protagonista Michael Bennet, lo “stracciaprezzi”, e il politico di professione, Slasher suona innanzitutto come un attacco frontale al sistema capitalistico americano e alle sue perversioni più recenti, di cui Bennet non è che un semplice, e per certi versi incolpevole ingranaggio.
Fuori e dentro la concessionaria di Memphis il ritmo frenetico ed incalzante con il quale la macchina da presa pedina a tempo di blues il nostro piazzista – impegnato in esagitati monologhi e folli tentativi di (auto)convincimento – svela infatti l’immagine di un uomo che è allo stesso tempo artefice e vittima di un ordine che sembra sorretto da un’unica quanto deplorevole legge: “inganna il prossimo, sempre e comunque”. Norma eticamente esecrabile certo, ma che trova tuttavia un suo preciso riscontro non solo nelle azioni e nelle parole dei grandi venditori di fumo (i boss che hanno governato e governano tuttora il mondo), ma anche in quelle, quotidiane, dei pesci infinitamente più piccoli, indaffarati in un’impietosa, seppur necessaria, lotta per la sopravvivenza, dominata dal principio del saper vendere (sé stessi, la guerra, una macchina per 88$…) e da un individualismo feroce e malato nel suo premiare chi si distingue per furbizia e cinismo. Landis, dal canto suo, non si sente, e lui con noi, di condannare la seppur discutibile condotta del protagonista, colto spesso in atteggiamenti melanconici che rivelano la consapevolezza di essere lui stesso un loser, al pari dei suoi malcapitati clienti, costretto ogni giorno a “doparsi” di birra e adrenalina per essere in grado di spararle ancora più grosse e mettere così in atto il suo quotidiano one-man-show. Né si sente di condannare l’ingenuità e l’ignoranza della povera gente, che accorre alla svendita senza preoccuparsi di arrivare a comprendere il significato che si cela dietro la luccicante superficie di parole e slogan, attirata da facili, quanto improbabili, affari che, come quello propinato da Bush agli States sulla guerra in Iraq, si rivelano poi essere per quello che sono.

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