Fuoco amico

Giovanni Guizzardi

Da molti anni mi interesso di storia militare. Sarà che da piccolo giocavo a soldatini, sarà che da grande ancora lo faccio, e senza vergogna. Ho letto parecchio, sull’argomento, e più volte mi sono imbattuto, nel corso di queste letture improbabili, in episodi di “fuoco amico”. Ogni volta non ho potuto evitare di avvertire dentro di me un disagio profondo, un senso di impotenza, una frustrazione cosmica, come quella che prova un tifoso di calcio quando la sua squadra fa autogol. C’è qualcosa di diabolico, io credo, nell’atto involontario di sparare addosso a chi condivide con te il rischio della morte e la finalità della vittoria. E dall’altra parte, nulla è più indecente che morire per sbaglio. Tuttavia il fuoco amico è certamente un evento probabile, ma circoscritto di norma all’interno di un dramma che peraltro rispetta a grandi linee le regole generali.
Ogni norma ha però le sue eccezioni. Poco tempo fa mi è capitato di trovare in libreria uno di quei volumetti fra il serio e il faceto che descrivono i più clamorosi casi storici di stupidità umana in campo militare. Ho così avuto modo di conoscere i tragici eventi che occorsero durante la battaglia di Karansebes. Mai sentita nominare, lo so. Anch’io non ne avevo mai avuto notizia, ma oggi me ne rammarico e sono certo di far cosa utile e gradita divulgandone gli insoliti accadimenti.
Karansebes è un villaggio non molto lontano da Timisoara, in Romania. Qui, ai primi di settembre dell’anno 1788, un immenso esercito austriaco guidato dal vecchio maresciallo Laudon si accampò in attesa di un ancor più grande esercito turco. Nelle intenzioni asburgiche, quella battaglia avrebbe permesso la conquista della Valacchia e avrebbe dato onore e gloria all’imperatore Giuseppe II. “Qui”, disse il sovrano, “noi dovremo vincere, poiché è nei disegni della storia.”
Ciò che in realtà accadde nessuno, tantomeno l’imperatore, poteva immaginarselo.
La notte del 19 settembre, una notte senza luna, uno squadrone di ussari ungheresi in ricognizione passò il ponte sul fiume Timis e sulla sponda opposta trovò un accampamento di nomadi che li accolsero con grande generosità offrendo loro donne e acquavite. Alcune ore dopo, quando ormai gli ussari erano sbronzi, un reparto di fanteria si accinse a sua volta a passare il ponte, con l’evidente intenzione di partecipare alla baldoria, ma gli ussari, per difendere l’unico barile di acquavite rimasto, si schierarono dietro un’improvvisata barricata e li respinsero a fucilate. I fanti, riavutisi dalla sorpresa, serrarono le file e attaccarono alla baionetta, ma furono di nuovo respinti. Allora ricorsero a uno stratagemma e si misero a urlare “I turchi! I turchi!”, provocando la fuga degli ussari. Padroni del campo e del barile, i fanti si dispersero per il campo di nomadi, mentre il loro colonnello cercava di fermarli urlando “Halt! Halt!”. Di là dal ponte, frattanto, numerosi reparti erano stati destati dagli spari e inviati in gran fretta a far fronte alla minaccia. Udendo grida che potevano anche essere intese come “Allah! Allah!” gli ufficiali si convinsero di essere di fronte ad un assalto notturno dei turchi e, schieratisi in linea, aprirono il fuoco. Altri reparti, giunti da un’altra direzione, risposero al fuoco e chiesero l’intervento dell’artiglieria. Il boato dei cannoni e i lampi degli spari fecero imbizzarrire i cavalli e i buoi da tiro nei recinti, provocando la fuga in massa degli animali, che devastarono gli accampamenti travolgendo tutto al loro passaggio e provocando molteplici incendi. Ovunque questa carica notturna fu interpretata come un assalto della cavalleria turca, e in preda al panico migliaia di uomini si diedero alla fuga nella notte, fra grida di “Si salvi chi può!”. Essendo poi di diversa etnia, perlopiù i vari reparti non si capivano fra loro e moltissimi credettero che le grida e le ombre degli altri fossero invece dei turchi.
L’imperatore Giuseppe II si era appisolato sulla sua carrozza. Intontito dal sonno scese a terra e osservò quel finimondo. Salì in sella, ma subito fu attorniato dalla marea dei soldati in fuga. Un aiutante di campo cercò di difenderlo a sciabolate, stendendo numerosi fuggiaschi, ma alla fine fu sbalzato di sella e calpestato a morte. L’imperatore stesso, disarcionato, finì nel fiume. Fradicio e sconvolto, si rifugiò in un cascinale lì vicino, dove fu trovato ore dopo da alcuni ufficiali della guardia imperiale. Da quella esperienza non si riprese più.
Il caos era totale. Cavalli a briglia sciolta, carri e cassoni in fiamme, esplosioni e scariche di fucileria, lampi e boati nella notte, grida selvagge, occhi allucinati dalla paura. Solo molto più tardi i generali riuscirono ad arrestare quella fuga. L’esercito austriaco era a pezzi, il panico, l’insubordinazione e la devastazione erano totali.
Due giorni dopo il Gran Visir Jussuf Pascià e la sua armata arrivarono a Karansebes e rimasero piuttosto perplessi. Davanti a loro, a perdita d’occhio, il terreno era disseminato di soldati e cavalli austriaci morti, carri incendiati, cannoni abbandonati. Secondo la loro macabra usanza, ai soldati morti tagliarono la testa. Fu un’operazione lunga, alla fine ne furono contate più di diecimila. Di quella vittoria però, Jussuf Pascià a lungo non riuscì a darsi ragione.

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