Il perno delle conciliazioni

Salvatore Smedile

Conversare con Maurizio Balboni è un’esperienza sciamanica. Appena si tocca uno dei suoi manufatti il suo eloquio verboso esplicita quello che per definizione è dichiarato al di là delle parole. È come se l’artista ripercorresse le tappe della sua creazione: va a ritroso all’idea originaria, al nome con cui l’ha battezzata, al materiale di composizione, ai problemi teorici e tecnici che ha affrontato, ai ragionamenti che l’hanno condotto a realizzare una forma chiamandola ad esistere fuori dal caos dell’indifferenziato. Ad ascoltarlo si torna alla rarefazione della prefigurazione, alle origini di quel disegno mentale che nelle sue mani è diventato pietra indissolubile. E si aprono innumerevoli parentesi sui mondi e sulle esistenze circostanti.
Essendo un orafo-scultore, Balboni è scrupoloso nel salvaguardare le forme. Non nell’ottica del comune ben pensare ma nel senso artistico più puro e autentico.
Si può andare oltre la figura? Si può scomporla all’infinito senza riuscire più a ritrovarla? Le sue domande sono le questioni stesse dell’arte contemporanea in cui ogni desiderio di sperimentare non può essere messo da parte. “Quando inizio a disegnare un gioello emergono archetipi e valori indefinibili“, dice Balboni. L’artista non è mai solo a creare: parlano in lui e per lui visioni del mondo primordiali e arcane che agiscono silenziosamente nel suo DNA. A sua insaputa codificano significati che appaiono individuali ma che, sostanzialmente, sono collettivi, appartengono a tutti.
Dopo 25 anni di carriera possiamo finalmente estrapolare dal percorso di questo artista una prima sintesi di un discorso estetico perennemente alla ricerca di una trama.
A me pare che l’insieme possa essere riassunto nell’idea di perno, ossia quella parte meccanica che rende possibile ad un pezzo di ruotare rispetto ad un altro e che, dunque, è accoppiamento, legamento, sostegno, cardine, fulcro, fondamento. Di cosa, nell’opera di Balboni? Della conciliazione, il termine che più contraddistingue il suo idioma, il suo pensare e il suo agire. L’unione degli opposti che nella pratica artistica intende far coesistere materiali preziosi con altri di memoria più quotidiana come interni di vecchi orologi che hanno smesso di indicare il tempo, reperti rari della natura con materiali quali acciaio, rame, legno, pietre che troviamo sui fondali dei fiumi o per le strade di ogni giorno.
Se “l’arte è un impegno culturale per l’inedito e l’originale“, come egli stesso dichiara, nell’epoca dell’uniformazione contraddistinguersi è il principale mandato per l’artista in lotta con cloni di forme che lo assediano ovunque. Perché la necessità di distinguersi e di riconoscersi è diventata la prima urgenza dell’artista e di chi gode delle sue figure.
Con Balboni il discorso va sempre a finire sulla meccanica dei perni, su come, evitando di saldare, irrigidire e unire in blocco, sia possibile riunire quello che forse si era perduto e che si respinge solo apparentemente.
Le cose, gli oggetti del mondo che sono apertamente a nostra disposizione, chiedono un diritto che le nostre disattenzioni e le nostre frette non considerano. Se è più facile e più redditizio produrre e indossare gioielli preconfezionati per un uomo omologato e, in fondo, inesistente; se è meno faticoso convivere con sculture che pochi hanno pensato per tutti, è doveroso ricordare che ogni abitante della terra è unico e che uniche e irripetibili sono le tracce di ciascuno. In ogni angolo dell’universo si respira quello che eravamo e quello che siamo. Tutto è magia, stelle, ricordo di epoche da cui, a ben guardare, non ci siamo mai allontanati. A questo ci riportano i perni delle conciliazioni di un artista che non vuole vivere separato dalle voci sommesse della natura e del suo mondo interiore.

Maurizio Balboni, scultore-orafo
Studio: CRISOFOLIES – Via S.Croce 6/A, Rivoli

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