Il sacro fuoco di Beijing

Diego Meggiolaro

E il mondo scoprì che i cinesi non sono buoni. O meglio, forse lo sapeva già ma soprattutto negli ultimi tempi preferiva dimenticarselo, troppi interessi in ballo. È servito il massacro di Lhasa ad aprire gli occhi ai potenti dell’Occidente. Gli scontri, le violenze, i massacri di incolpevoli tibetani, più di 400 arresti per reati di ideologia da parte dell’esercito cinese hanno posto il problema Olimpiadi. È giusto disputarle in un Paese ancorato a vecchie ideologie sanguinarie, è giusto disputarle in un Paese in cui i diritti degli individui vengono calpestati quotidianamente? E tutto per il Dio Denaro?
Anche in Italia è divampato il dibattito, ad alti livelli, vedi le frasi di Petrucci, presidente del CONI e capo dello sport italiano, che ha ribadito l’idiozia e la fondamentale inutilità del boicottaggio.
A volte la storia funziona in una maniera strana però: nel 1979 l’Urss invade l’Afghanistan. L’anno dopo le olimpiadi di Mosca vengono boicottate da Stati Uniti, Canada, Germania Ovest, Norvegia, Kenia, Giappone e Cina senza nessuna remora. Ed ora, invece, la discussione sul boicottaggio sembra una prerogativa di quattro esaltati filo-umanitari e troppo attenti ai destini di una comunità storico-culturale che rischia di scomparire per sempre. Sulle vicende del Tibet in questi giorni anche il sommo pontefice ce ne ha messo di tempo per prendere una posizione e rompere il silenzio denunciando le barbarie di Pechino, ma anche lui sempre attento a controllare i toni per non rischiare di offendere nessuno. A livelli più terreni, Goffredo Bettini, deus ex machina del PD, ha dichiarato al Corriere che si potrebbero “mandare solo gli atleti, senza i politici”. Però, un vero boicottaggio con le palle. Anzi, un boicottaggio in vera salsa Pd: “potremmo boicottare, ma anche no.”
Ma con l’avvicinarsi dei giochi olimpici di Pechino 2008, le perplessità, riguardanti le condizioni politiche in cui si svolgeranno le prossime olimpiadi, ancora non sono state fugate, anzi.
Sul piano dei diritti umani non si sono ancora visti quei progressi e quelle riforme che il governo cinese aveva promesso al Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e all’opinione pubblica mondiale al momento dell’assegnazione dei giochi. E per questo motivo alcuni si sono addirittura riuniti in un blog http://turnoffpechino2008.splinder.com/ con tanto di lettera aperta indirizzata a capi di stato, a leader di partiti politici, ai direttori delle testate giornalistiche, a Hu Jintao, Presidente della Repubblica Popolare Cinese, a Jacques Rogge, Presidente del Comitato olimpico internazionale, e a Doru Romulus Costea, Presidente del Consiglio Onu per i diritti umani.
Il comitato, dopo una breve premessa dove indica di essere convinto che lo svolgimento dei Giochi potrebbe aiutare lo sviluppo dei diritti umani in quel paese perché metterà finalmente la Cina in contatto con il mondo intero, a patto però che questo accada veramente, elenca una lunga serie di delitti e deficienze democratiche made in china, richieste e infine l’arma di dialogo da utilizzare per il boicottaggio: lo spegnimento delle tv durante i Giochi della XXIX Olimpiade che si svolgeranno a Pechino dal 8 agosto 2008 al 27 agosto 2008. Firmato: Bloggers e cittadini uniti per i diritti umani, la libertà, la democrazia.
Recentemente, in una lettera aperta, 37 intellettuali cinesi hanno messo in dubbio la reale volontà di democrazia del regime cinese ed hanno ricordato che, senza una promozione dei diritti umani, gli slogan olimpici rischiano di tradire i loro ideali e lasciano un mondo “dove persone soffrono discriminazione, persecuzione politica e religiosa, mancanza di libertà, come anche povertà, genocidio e guerra”.
Ma nonostante tutte queste autorevoli prese di posizioni, denunce, raccomandazioni, avvertimenti e minacce, i XXIX Giochi Olimpici di Pechino non subiranno alcun serio boicottaggio. E per dire questo mi avvalgo di alcune tangibilissime ragioni a svariati zeri.
120 milioni di dollari. Questa la cifra stanziata da ognuno dei principali sponsor o partner di Pechino 2008. Multinazionali come Coca Cola, McDonald’s, Nike, Adidas, Visa, Microsoft, Johnsons&Johnsons, Panasonic. Soldi ben spesi, e ben spesi due volte. La prima, per il ritorno immediato di apparire in diretta mondiale durante la cerimonia di apertura, con una audience prevista di un miliardo di spettatori. La seconda, per l’irripetibile occasione di posizionamento del brand in un mercato potenziale, quello interno cinese, di 1 miliardo e 300 milioni di consumatori.
1550 miliardi di dollari: è il totale, astronomico, delle riserve cinesi in dollari e in buoni del tesoro Usa. Il surplus commerciale cinese finanzia il gigantesco debito pubblico statunitense, ne sostiene i consumi con prodotti a basso costo e contiene l’inflazione. L’economia cinese e quella Usa sono, di fatto, intrecciate.
190 miliardi di dollari. È il volume di interscambio fra la Cina e l’Unione europea nel 2007. Le merci cinesi dominano il mercato europeo e monopolizzano molti settori produttivi. Se chiudessero al made in cina, quei settori semplicemente si fermerebbero.
18 milioni di dollari. Il totale delle esportazioni di beni italiani di lusso verso la Cina nel 2005. In rapida crescita, considerato che i milionari cinesi, 350.000 circa nel 2007, rappresentano già il quarto mercato mondiale.
Ecco per chi arderà veramente e spessatamente il sacro fuoco di Beijing.

Non arderà invece sicuramente per i 2.5 milioni di tibetani nella Regione autonoma del Tibet, 5.5 in tutta la Cina, che ancora molto, forse moltissimo, dovranno aspettare prima di ottenere l’agognata indipendenza. Quale autorità o coscienza, nazionale o sovranazionale, vorrà o potrà mai fermare tutto questo? Qualche ultimo superstite e amante dello sport sussurra sottovoce, ma non troppo… per fortuna che il rugby non partecipa a questa vergogna!

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