Intervista a Marco Vacca

Chiara Ceolin

Marco Vacca, laureato in filosofia e storia, fotogiornalista dal 1990. Romano, vive a Milano. Premiato al World Press Photo nel 1999, è presidente dell’associazione Fotografia e Informazione.

© Marco Vacca, tutti i diritti sono riservati.
Il procuratore Antonio di Pietro durante una delle ultime udienze del processo Enimont, Milano 1994.

Quando hai cominciato a fare il fotogiornalista e come hai cominciato?
Ho iniziato agli inizi degli anni ’90, prima facevo il fotografo di moda e di pubblicità. Ho iniziato mettendo assieme un portfolio di cose tutto sommato improbabili e ho avuto fortuna perché erano periodi di grande sviluppo della fotografia in Italia. Ho trovato un’agenzia romana, Sintesi, che mi ha dato credito e mi ha buttato immediatamente sulla strada. Ricordo la prima cosa che mi chiesero di fotografare: una delle prime manifestazioni in favore dell’immigrazione, a Milano. Erano gli anni ’90, il fenomeno dell’immigrazione nasceva in quei periodi. Poi, improvvisamente, scoppiò Mani Pulite e per me quella è stata una grandissima gavetta, proprio da street photographer. Ho passato mesi dentro al Tribunale di Milano, lo conosco in ogni suo recondito pertugio. E poi ci sono stati i Balcani e le guerre che hanno portato alla dissoluzione dei Balcani, altra immensa palestra.

Il rapporto con l’agenzia, era un rapporto di dipendenza?
No, non era di dipendenza. Lavori per loro in esclusiva, sei freelance: ti vendono il materiale che produci, è un rapporto di distribuzione. Non vieni assunto, però hanno l’esclusiva, si occupano dell’organizzazione, di accreditarti. Io all’epoca ero fotografo ma non avevo scritto da nessuna parte che lo fossi e loro mi fornirono questo lasciapassare, di nessun valore legale, che però mi permise di seguire da vicino l’evolversi e lo sfascio dell’Italia di quel periodo. Sono stato dietro a Di Pietro, a Colombo, a tutti i personaggi che l’inchiesta la facevano e a tutti i personaggi che a causa di quell’inchiesta finirono in manette. Furono due anni notevoli, di lavoro di strada: tribunale e davanti alle carceri. Quando vedo i fotografi che si scatenano per fotografare Fabrizio Corona piuttosto che il mostro di Erba rimango assolutamente basito, inorridisco, perché, tutto sommato, quelle cose lì le ho fatte anche io. Sicuramente, però, hanno una valenza storica e generazionale diversa: fotografare Mario Chiesa che va in tribunale è un pezzo di storia d’Italia, fotografare la famiglia di Erba lo è un po’ meno.

Oggi, invece, come è il lavoro rispetto a quando hai iniziato?
Mah, io immagino che i galoppini ci siano ancora, ci devono essere perché la cronaca dei giornali è fatta di quelle cose lì. Le foto di cronaca non le compri sulle grandi agenzie di stock, ovviamente. Il mercato, invece, è cambiato dal punto di vista logistico. Ricordo i salti mortali che dovevo fare per inviare materiale a Roma: dovevo scattare le foto, svilupparle, mettere le didascalie sul telaietto della diapositiva o su un pezzo di carta e poi affidarmi ad un misterioso servizio che facevano le Poste chiamato “fuori sacco” che viaggiava la notte. Tre volte su cinque arrivava in ritardo. Adesso, con il computer, dovunque tu sia riesci a fare tutto. Da questo punto di vista la tecnologia ha fatto molto per velocizzare l’arrivo del materiale, però è cambiato anche il mercato, sicuramente.

Come è cambiato?
Negli anni ’90 esistevano dei gran bei giornali come L’Europeo ed Epoca che davano spazio alla fotografia. In fin dei conti Epoca aveva voluto, all’inizio della sua carriera, imitare Life. Ricordo il grande spazio che si dava alla fotografia, ai viaggi di Walter Bonatti: questo era il concetto della fotografia negli anni ’70 di Epoca. Negli anni ’90 questa rivista si era fatta più piccola, però aveva ancora una sua funzione. Poi c’erano L’Europeo, Panorama, L’Espresso, Famiglia Cristiana: giornali vari e lo spazio era maggiore, senza dubbi. E, tutto sommato, io sono capitato in un periodo di grandi transizioni in cui la voglia di raccontare l’Italia non era ancora così esaurita come lo è adesso.
Oggi abbiamo la televisione, ma c’è dagli anni ’60. È da allora che prevale questa tendenza a lasciare all’immaginario della televisione il racconto di quello che siamo o, probabilmente, di quello che vorremmo essere, dimenticando completamente, o comunque chiudendo tutti gli spazi, al reportage fotografico che, invece, racconterebbe le trasformazioni dell’Italia. Noi non siamo un popolo che ha la correttezza di guardarsi allo specchio e dire “come siamo diventati, che strada abbiamo fatto, quali sono le mancanze”. In fin dei conti l’Italia del boom economico te la racconti, o la vedi, attraverso le fotografie dei grandi fotografi di quegli anni, i lavori di Uliano Lucas sull’immigrazione, l’Italia degli anni ’70 te la racconti attraverso fior fiore di fotografi, le proteste, il ’68, il ’77. L’Italia del 2000 non la racconti fotograficamente perché i giornali si rifiutano, preferiscono far sognare la gente, preferiscono farti vedere belle case, fotografie di architettura assolutamente insulse e inutili, la casa perfetta piuttosto che la casa dell’artista nell’ombelico del mondo. Ogni tanto un po’ di Africa per chi ha coraggio, ogni tanto un po’ di cose legate all’emergenza. Sicuramente L’Espresso più spazi ne dà, però, in generale, gli spazi di fotografia e di racconto utile, fotogiornalistico, in Italia sono estremamente laschi.

Tu sei presidente di Fotografia e Informazione, un’associazione che nasce proprio per contrastare l’atteggiamento dell’editoria italiana nei confronti del fotogiornalismo.
Noi siamo un paese strano, un paese che non ha inventato il giornalismo, un paese in cui giornalisti ci si diventa, o ci si diventava, per cooptazione o per spirito familistico. Non esistono delle vere e proprie scuole di giornalismo, ci sono delle università che cercano di formare giornalisti, c’è l’istituto De Martino. Ma non c’è nessuno che formi dei fotogiornalisti. Noi siamo a tutto campo equiparati e inclusi nell’ordine dei giornalisti, però fotogiornalisti nei paesi anglosassoni si diventa attraverso l’università, quella del Missouri in America è una delle più importanti, per esempio. Da noi il fotogiornalista nasce sotto un cavolo, questo fa parte della cultura disgraziata dell’Italia rispetto all’informazione. Abbiamo dei grandissimi fotoreporter, i premi lo stanno a sottolineare, ma sembra che l’editoria non abbia bisogno di questa gente, basta il primo che passa o il bravo fotografo di architettura. Le fotografie si comprano on line. Non si produce più reportage ma cronaca rosa, gossip, porcherie di questo genere. Quindi Fotografia e Informazione cerca di investire sul futuro, cerca di espandere la coscienza dell’importanza della fotografia, fa le bucce ai giornali che scrivono fesserie e che hanno una cura della fotografia pressoché pari a zero. Basta sfogliare le pagine del primo quotidiano italiano, La Repubblica, per rendersi conto dei livelli di cialtronaggine che esprime quel giornale, pur essendo, dal punto di vista giornalistico, un buon giornale, magari altalenante. Dal punto di vista fotogiornalistico, al contrario, è sempre là, assolutamente fatto con gli occhi chiusi e con la mano sinistra. Io ritengo che questo tipo di approccio sia assolutamente ineliminabile dalla testa dell’editoria italiana perché, intanto, quella dei giornalisti è una casta: ce n’è pochi che amano questo mestiere e lo fanno perché credono che, come diceva Amira Hass, fare questo mestiere sia monitorare i centri del potere. Il fotogiornalista è una specie di cane da guardia, uno che ti fa vedere le cose che tu non vuoi vedere. Il fotogiornalista, secondo me, ancora più del giornalista mette il naso, è curioso, porta a galla fenomeni, ti inchioda davanti alle proprie immagini. L’editoria italiana, però, di queste cose non sa cosa farsene per cui le belle foto le vedi nei concorsi e nelle mostre, non le vedi nei giornali. Internazionale è un caso a parte, un fenomeno di grossa intelligenza. Va dato atto al direttore, Giovanni De Mauro, della capacità di dimostrare che è possibile fare dei buoni prodotti di informazione, anche fotogiornalistica. Lo spazio per la fotografia in Internazionale è importante, è corretto, senza dover essere strangolati da meccanismi economici che gli altri giornali accampano e, attraverso cui, giustificano l’assenza di una buona fotografia.

© Marco Vacca, tutti i diritti sono riservati.
Kukes, confine albanese/kosovaro maggio 1999.
Dei ragazzi intorno ad una anziana signora profuga dal kosovo
durante una manifestazione in supoporto dell’LDK.

Questa situazione di cui ci hai parlato fa sì che i fotogiornalisti italiani lavorino di più con l’estero?
I fotogiornalisti italiani campano o facendo marchette o lavorando all’estero. Tutti i grandi fotografi che conosco hanno commissionati da fuori. Senza tanti giri di parole si dice “nemo propheta in patria”. I migliori cervelli italiani studiano in università americane perché questo è un paese senza futuro. Quando parlo di fotogiornalismo italiano parlo di fotografi pluripremiati in tutti i concorsi più importanti, tre fanno parte di Magnum. Premi di altissimo livello che vengono assolutamente snobbati in Italia e quindi, ovviamente, tutti questi colleghi guardano fuori, lavorano per il New York Times, Time, Newsweek, New York Times Magazine e per altre prestigiose riviste internazionali. Si è mai lamentato Ezio Mauro, direttore di La Repubblica, di queste cose? Non smetterò mai di alzare la voce, di indignarmi al cospetto di questa ricchezza, di queste potenzialità sprecate. Siamo un paese così. Facendo una battuta, abbiamo inventato la poesia, ma non abbiamo avuto un Hemingway, non abbiamo avuto scrittori che hanno avuto la voglia di raccontare qualcosa, a parte il piccolo periodo che riguarda la letteratura della resistenza. Conosci qualche viaggiatore italiano a parte Fosco Maraini, che poi non era uno scrittore ma un etnologo innanzitutto? Questo ha molto a che vedere con la cultura del fotogiornalismo nell’editoria.

Per concludere, cosa suggerisci ai giovani che vogliono fare i fotogiornalisti?
Mi ricordo che quando c’era la guerra nei Balcani, in Kosovo, io dovevo andare con i miei soldi, a seguire quegli eventi a due metri dal mio naso. Il mio collega sloveno, piuttosto che i colleghi polacchi, venivano lì mandati dai loro giornali. La Slovenia è un paese da un milione e duecentomila abitanti, però, questo mio amico lavorava assunto in un giornale che aveva uno staff di 17 fotografi. Cosa consiglio ai giovani fotografi? Direi loro di comprarsi un biglietto di non ritorno per Parigi, Londra, New York, o anche per la Danimarca dove c’è una splendida scuola di fotogiornalismo. Consiglio di andarsene, ma così come consiglio a tutti i giovani di andarsene, perché non vale la pena stare a perdere tempo con queste cose in Italia, nessuno te le riconoscerà o perlomeno tutti te le riconosceranno ma nessuno ti darà da vivere dignitosamente. Le responsabilità qui le hanno tutti, in primis l’editoria, che non ha bisogno di buona fotografia perché tanto non ha niente da raccontare. Di certo, però, ha bisogno di “fotografie”, perché un giornale senza fotografie è cieco, è carta straccia. Nessuno, però, ha fatto mai niente per far capire queste cose: direttori, giornalisti, photoeditor, ognuno si guarda il proprio ombelico, si assicura la poltrona.

One thought on “Intervista a Marco Vacca

  1. enricoh77 ha detto:

    Ottima intervista! Interessante il tema e condivisibili le opinioni dell’intervistato…
    …un solo appunto: forse l’intervista risulta un po’ “compiaciuta” (d’altra parte è ovvio: ci si compiace facilmente se si condividono le opinioni dell’intervistato) e manca in qualche passaggio la famosa “seconda domanda”, regola non scritta del giornalismo d’intervista, in particolare quando nella parte finale Marco Vacca esorta i giovani talentuosi a fuggire dal nostro Paese…forse una “seconda domanda” in questo caso poteva essere: “e come mai non sei fuggito anche tu?”…
    …in ogni caso ripeto: ottima intervista, forse la cosa più bella di questo numero di Linea! BRAVA CHIARA!

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