Povera patria

Il salto nel vuotoGabriele Martini

Leviamoci subito il cruccio: vincerà Berlusconi. Veltroni ci ha provato ma, dopo la partenza sprint della campagna elettorale, gli ultimi sondaggi tendono allo stallo. Tra i quattro e i sette punti di distacco dal Pdl. Insomma, non ce n’è. O se preferite – per dirla alla veltroniana – “non si può fare”. Il voto del 13-14 aprile per il Pd non sarà un bagno di sangue. Il Cavaliere conquisterà l’ampio premio di maggioranza alla Camera. In Senato invece, complici le bizzarrie della legge elettorale, i numeri saranno più risicati. Ma Berlusconi tirerà dritto per la sua strada: formerà il suo terzo esecutivo, governerà con i soliti impresentabili (dalla Lega alla Mussolini), ammiccherà ai centristi di Casini, offrirà qualche poltrona alla coppia Santanchè-Storace e magari regalerà la presidenza di una Camera all’opposizione.

Un uomo solo al comando

Siamo nel ventennio berlusconiano. Gli storici futuri, fra qualche lustro, descriveranno così il tratto distintivo della nostra epoca politica. Siamo nel ventennio berlusconiano perché il Cavaliere resterà al centro della scena fino al 2014 (o al 2020, se nel 2013 riuscirà a coronare il sogno di diventare Presidente della Repubblica). Siamo nel ventennio berlusconiano nel senso che stiamo vivendo un periodo storico piuttosto lungo, piuttosto omogeneo e dominato da una figura politica centrale. Nel centrodestra gli altri sono solo comparse. I leghisti ormai sono irriconoscibili, intenti a contrattare poltrone come democristiani qualsiasi. Anche Fini tira a campare all’ombra di quel Silvio che millanta di aver fatto uscire i post-fascisti dalle fogne e di poterli “ricacciare giù da un momento all’altro”. L’ultima sottomissione del leader di An è stata la più lacerante: sciogliere il partito e aderire al Pdl. Dall’Msi al Ppe, da Fiuggi ad Arcore. Roba da brividi, da funamboli della politica. Si dice che il delfino di Almirante abbia ricevuto da Berlusconi la promessa della staffetta. A metà legislatura Fini diventerà premier. Berlusconi farà un passo indietro per candidarsi alla presidenza della Repubblica.
La metamorfosi del Cav. l’abbiamo osservata in questa campagna elettorale. Da venditore di sogni, Silvio è diventato il politico che assicura cinque anni di sano buongoverno, ma “niente miracoli”. Certo, Berlusconi (come in ogni campagna elettorale della sua epopea politica) la mette giù dura: “Veltroni è un bugiardo mentitore”, “La Rai è in mano ai comunisti”, “Di Pietro mi fa orrore”, “i giudici sono da ricoverare”. Ma per la prima volta il Cavaliere si fa forza di ciò che aveva sempre ripudiato: l’esperienza politica, maturata negli anni di governo. Insomma, il Caimano non c’è più: nel salotto di “Porta a Porta” osserviamo solo un simpatico omino di 70 anni che si atteggia da pacato padre della patria. Berlusconi per anni ha pensato ad un possibile successore, ma dentro Forza Italia le risorse umane sono mediocri. Formigoni, Pisanu, Tremonti non sono stati ritenuti all’altezza. La Brambilla è nata morta. E allora resta solo lui, Fini. Silvio ha promesso, Gianfranco si è fidato. Ha sciolto il terzo partito italiano e si è prostrato al volere del capo. Ma due anni sono lunghi. E il Cavaliere ultimamente si dimentica spesso della parola data. Chiedete a Mastella: prima Silvio gli promise un ministero e una ventina di senatori per far cadere Prodi, poi lo scaricò al momento di formare le nuove alleanze.

Walterissimo

Veltroni invece passerà alla storia per aver liquidato in Italia la sinistra marxista. Il new deal ha l’ambizione di mettere insieme lavoratori e imprenditori, laici e cattolici, ex comunisti ed ex democristiani. Addio lotta di classe, il riformismo veltroniano si affida alla mediazione e al dialogo: le pensioni ma anche i precari, la ricerca scientifica ma anche il Papa, Berlinguer ma anche Obama. Walter ha inaugurato un nuovo corso a sinistra anche a livello di leadership. Al posto delle scomuniche e degli anatemi adesso dominano la strategia della leggerezza, la retorica buonista, la miscela di alto e basso e la maniacale cura dell’immagine di sé proiettata sul pubblico. Veltroni – ultimo sopravvissuto di quella sciagurata classe dirigente post comunista che ha regalato per tre volte il Paese a Berlusconi – ha capito che per vincere bisogna incidere sull’immaginario collettivo del Paese. E’ un politico pop, è il Silvio del Pd. I due animali si somigliano. Prodi, che a differenza di Veltroni si definiva fieramente “incompatibile” con Berlusconi, sembra irrimediabilmente superato.
La campagna di Walter è stata napoleonica. Veltroni ha riempito le piazze e ha attirato la curiosità mediatica. L’apice l’ha toccato quando ha liquidato Ciriaco De Mita sostenendo che “quarantaquattro anni e nove mesi in Parlamento sono sufficienti per chiunque”. L’ex sindaco di Roma ha preso il possesso del partito con forza: ha sparigliato le carte, ha puntato sulla modernità, sulle riforme e sui nomi nuovi: nomi laterali ma pesantissimi. Dal professor Ichino, a Calearo: ovvero il teorico della precarietà acerrimo nemico dei sindacati e l’imprenditore veneto che fino a qualche mese fa giustificava lo sciopero fiscale proposto dalla Lega. Per molti è il punto di non ritorno, il definitivo tramonto dei valori della sinistra. La Cgil è lacerata dalle scelte veltroniane, dentro il Pd monta la rabbia degli scontenti, la vecchia guardia (da D’Alema a Rutelli, da Prodi a Marini) fiuta sangue. La soglia minima per evitare una fratricida resa dei conti è il 35%. Se il Pd non supererà almeno un terzo dei consensi in tanti chiederanno la testa di Veltroni.

Io c’entro

“Nell’Udc c’è chi ha organizzato festini a base di coca e prostitute e chi ha legami con la mafia”. Certo, Alessandra Mussolini non è politicamente corretta, ma la nipote più famosa d’Italia inquadra bene le grane dei nuovi centristi. La Dc tascabile aspira ad essere l’ago della bilancia del nuovo Senato che uscirà dalle urne. I Casini boys prenderanno tra il 6 e il 7%. In Sicilia hanno candidato l’impresentabile Totò Cuffaro, alcuni integerrimi sostenitori del Family-Day sono già alla seconda o terza moglie e anche le gerarchie ecclesiastiche (con la significativa eccezione di Camillo Ruini) hanno abbandonato i centristi al loro destino. Ma loro sono già pronti a rinegoziare un accordo con il Cavaliere, ed è per questo che, malgrado l’agguerrita campagna che Pierferdi sta conducendo contro Silvio, le voci su un suo possibile rientro al governo come ministro degli Esteri non accennano a placarsi.

Di lotta e di governo

Per la Sinistra arcobaleno il voto sarà una disfatta. Peccato, perchè Bertinotti ci credeva per davvero. Il ragionamento filava: “Con la nascita del Pd gli ex diessini si spostano inevitabilmente al centro. A sinistra si apre un buco, il progetto Arcobaleno raccoglie i voti degli ex-comunisti, della Cgil, degli ambientalisti e di tutti i disillusi delle politiche liberiste”. Fino a due mesi fa arrivare ad un risultato elettorale in doppia cifra sembrava una passeggiata. Ma gli ultimi sondaggi (per chi ci crede) sono impietosi: tra il 6 e l’8%. Una tragedia. Quello che manca alla sinistra radicale è il valore aggiunto. Gli altri hanno il riformismo veltroniano e il carisma di Silvio. Può anche non piacere ma è così. Le parole di Bertinotti invece hanno profumo di antico: “La borghesia, i padroni, la lotta di classe e la scala mobile”. E poi Fausto è ormai più a suo agio nel salotto di Vespa che davanti ai cancelli di una fabbrica. Un altro guaio è la mediocrità dalla classe dirigente della Sinistra arcobaleno. Da Migliore a Gennaro, da Diliberto a Caruso a Luxuria: è difficile conquistare l’elettore con una lista di impresentabili. L’appello al voto utile pesa come un macigno. O Walter o Silvio. Per Rifondazione & C il rischio è la progressiva irrilevanza, esattamente come è avvenuto in Spagna e Francia. Anche a sinistra il malumore tra le truppe comincia a farsi sentire. Dopo il voto potrebbe esplodere la rivolta. D’altro canto la Sinistra arcobaleno – per ora – è un cartello elettorale. Per farla diventare un partito servirebbero un leader nuovo e un ricambio generazionale. Nichi Vendola è pronto. Diliberto e compagni non ancora.

Fascismi alle vongole

Chi il 15 aprile festeggerà sarà la signora Daniela Granero da Cuneo – in arte lady Santanchè – candidata premier de La Destra di Storace. Il 10 novembre scorso, quando gli scissionisti di An si erano presentati in pubblico, tutto lasciava intendere che in cuor loro accarezzassero una semplice operazione-nostalgia. I saluti romani, i camerati commossi e quell’inequivocabile frase di Epurator (“Nessuna coalizione ci potrà mai chiedere di andare in un’agenzia di viaggi per fare un biglietto per Gerusalemme per maledire il fascismo”) parevano folklore o poco più. Poi arrivò il terremoto: An confluiva nel Pdl, tra gli ex-missini dilagava lo scontento, a destra si apriva una voragine da colmare. La Santanchè ha menato col sorriso sulle labbra per tutta la campagna elettorale: “Il Cavaliere vede le donne solo orizzontali”, “Ciarrapico è una caricatura”, “no l’ho mai data per fare carriera”. “Fini è una valleta maschio”. Ma anche “i cittadini hanno compreso che la nostra non è una battaglia per le poltrone, è la battaglia per fermare la politica degli inciuci e l’arroganza della casta”. Una Beppe Grillo al femminile con venature fascistoidi. E così il nutrito popolo del saluto romano scaricherà Fini per l’amica di Briatore. Per l’ex delfino di Almirante saranno dolori soprattutto nel Lazio. Anche perché l’appeal dei colonnelli di An è scarso. Difficile appassionarsi a personaggi come Gasparri o Matteoli, berluscones qualunque. Uomini con “le palle di velluto”, li apostrofò la Daniela nazionale.

Chi scrive voterà Pd. Col naso turato, s’intende.

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4 thoughts on “Povera patria

  1. Daniele ha detto:

    Grande articolo, condivido completamente la sua analisi, compreso l’inciso finale.

    Proviamoci….speriamo bene ma anche, realisticamente abituiamoci all’idea di un funesto risultato che verosimilmente pregiudicherà in maniera irrimediabile le sorti economico-politico-social-culturali del nostro paese per gli anni a venire.

  2. Povera Patria se il vero fosse solo questo glaciale quanto brillante esame della situazione. Per fortuna non è così. Il Partito Democratico non è la fusione fredda tra ex. Per capirlo basta parlare con la gente che l’ha fondato. Non accetteremo giochi al massacro e rese dei conti, nel brutto stile della vecchia politica. Povera Patria se si continuerà a non credere nella buona politica. Significherebbe aver introitato fino in fondo la sostanza del berlusconismo, che è poi il fascismo eterno: la politica non serve, qui non si fa politica. Turarsi il naso non giova alle sorti economico-politico-social-culturali del nostro Paese. Serve speranza e impegno personale e anche un po’ di entusiasmo. Comunque vadano queste elezioni il PD resterà la speranza -per ora l’unica-di una Italia migliore. Si può fare. Siamo molti a crederci.

  3. enricoh77 ha detto:

    Anche io mi sento di condividere praticamente tutto ciò che è stato scritto dall’autore dell’articolo… nonostante ciò io sono arrivato ad una conclusione diversa (penso alla dichiarazione di voto dell’autore), in quanto se devo turarmi il naso (e purtroppo non vedo come non potrei non farlo!) preferisco farlo mantenendo vivi a livello parlamentare gli ideali e la storia importante del popolo di sinistra…

  4. ma,caro enrich77, così facendo mandi a governare l’Italia fascisti, leghisti e mafiosi. Come dice Ellekappa: sbagliate a votare oggi, avrete cinque comodi anni per pentirvene.

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