La traversata del deserto

Gabriele Martini

Viene in mente il dialogo di una vignetta di Altan. Correva l’anno 2001, l’Italia commentava i risultati elettorali. “Poteva andare anche peggio, no?”. “No”. Berlusconi e Bossi hanno stravinto anche questa volta: 171 senatori contro i 140 di Pd e Di Pietro. Sono numeri da brivido: neanche il Cavaliere era così ottimista. A 48 ore dal voto i toni dello statista di Arcore sono pacati: vaghi inviti al dialogo e appelli a Veltroni per “fare le riforme insieme”. C’è chi giura di avergli sentito pronunciare addirittura la parola “Bicamerale”.

L’abbuffata. “Presto ci sarà un incontro tra Bettini e Letta”, dice Silvio. Ma nel Pdl i falchi premono e alcuni di loro siedono nella cerchia dei collaboratori più stretti di Berlusconi. La tentazione di “non fare prigionieri” è forte, i numeri lo permetterebbero. E poi l’onda lunga delle politiche si è riversata sulle amministrative: a sorpresa Riccardo Illy, governatore uscente del Friuli-Venezia Giulia, è stato sconfitto da Renzo Tondo, Pdl. Rutelli, che nella sfida per il sindaco di Roma era certo di vincere al primo turno, sarà costretto al ballottaggio da Gianni Alemanno. Se i voti di Storace e Casini convergeranno sull’ex ministro di An la debacle della sinistra sarà ultimata.

Falce & Carroccio. L’impresentabile Lega di Bossi diventa il terzo partito italiano. Le camicie verdi hanno sfondato nelle valli e nelle periferie operaie delle città, a Sesto San Giovanni (Stalingrado d’Italia) hanno triplicato i consensi. Gli analisti dei flussi elettorali sono concordi: il Carroccio ha conquistato anche voti fuoriusciti dalla Sinistra Arcobaleno. Ha vinto là dove gli interessi dell’impresa e dell’operaio coincidono, ovvero nelle realtà produttive medio-piccole. Mino Martinazzoli, ultimo segretario della dc, sostiene che “quelli della Lega sono rimasti gli unici a far politica nei bar”. E così Umberto Bossi da Gemonio può finalmente riporre i fucili nell’armadio: la campagna elettorale è vinta, ora tocca comandare, trattare ministri e poltrone e tornare nella stanze dei bottoni. E fa niente se sono a Roma e non a Bergamo.

Penisola destrorsa. A sinistra l’unico soddisfatto del voto è Di Pietro. Il particolare non trascurabile è che lui è di destra. L’eroe di Mani pulite è un politico law & order, lui stesso ha ripetuto più volte che se non ci fosse Berlusconi starebbe dall’altra parte della barricata. Eccolo l’effetto Beppe Grillo: il voto di protesta si è incanalato su Lega e Italia dei valori. Bossi e Di Pietro sono i leader in cui l’anti-politica si è specchiata con meno disgusto e dunque li ha votati. E così ora Tonino medita di candidarsi alla presidenza della regione Lombardia visto che Formigoni è in partenza per Roma (destinazione presidenza del Senato o un ministero di peso). Regge anche l’Udc: Casini ha tenuto grazie ad alcuni voti in uscita dal Pd e agli orfani dell’Udeur di Mastella. La Destra di Storace-Santanchè invece ha deluso, ha prevalso l’appello al voto utile: non ci sono più i fascisti di una volta.

Gli arrotini del loft. Anche per il Pd il voto è stata una batosta. Walter ha già bell’e pronto il capro espiatorio, ossia Romano Prodi: “E’ pesato il giudizio nei confronti del governo uscente”. Ma dentro il partito il malumore monta inesorabile. Rosy Bindi chiede una “gestione più collegiale”, il dalemiano Latorre invoca un congresso entro il 2009. La pacchia è finita, il messaggio è chiaro: caro Walter la tua leadership non si discute (per ora), ma non sei un uomo solo al comando. Qualcun altro critica la scelta d’inzeppare volti nuovi in lista, spazzando vecchi alleati e storici parlamentari. Veltroni per ora tira dritto e annuncia di voler dar vita a “un governo-ombra”. Ma il problema è che il Pd “a vocazione maggioritaria” ha perso la sua sfida: da solo non ce la fa.

La resa dei conti. Naturalmente il clima cambierà: per ora nessun “processo a Walter”, anche perché non si capisce chi potrebbe vestire i panni dell’accusatore. Marini ha perso l’Abruzzo, D’Alema ha deragliato in Puglia, nell’Emilia di Bersani e Franceschini la Lega ha sfiorato l’8%, Rutelli ha i suoi guai a Roma. Nessuno, insomma, può mettersi a dare lezioni. Ma è solo questione di tempo. Per fare fuori Veltroni ci sono cinque anni di tempo. Bersani assesta la prima frecciata alla politica pop di Walter chiedendo un partito “più strutturato e radicato sul territorio”. Letta e Follini insistono per aprire un dialogo con Casini, perché “l’evoluzione naturale porta ad un’alleanza tra Pd e Udc”. Le tre anime del Pd – quella che fa capo a D’Alema e Bersani, quella popolare di Marini e quella ulivista di Rosy Bindi e Parisi – guardano già al dopo-Veltroni.

La ghigliottina. Che la Sinistra Arcobaleno sarebbe andata male lo dicevano anche i sondaggi. Ma nussuno si era azzardato a prevedere la morte politica di tutto ciò che stava e sta a sinistra del Pd. Tre giorni or sono Bertinotti and Friends avevano 138 parlamentari e quattro milioni di voti: dopo lo “tsunami” delle urne si ritrovano con in mano un pugno di mosche. Tra i Verdi Pecoraro darà presto le dimissioni. Dentro Rifondazione volano gli stracci: l’ex ministro Ferrero vuole fare la festa a Giordano e prendersi la leadership del partito. Questo fine settimana ci sarà il comitato politico di Rifondazione e a luglio si terrà il congresso: lo scontro sarà durissimo. Intanto si è bruciato anche Vendola, geniale talento della sinistra nostrana e pupillo di Fausto: in Puglia, dove Nichi è governatore, Rifondazione ha totalizzato il 2,5 per cento. Il cattivo di turno è il ministro Giulio Santagata, braccio destro di Prodi: “Ora Bertinotti potrà consolarsi con un brodino caldo…”.

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