La capra di Lumur

Salvatore Smedile e Alberto Valente (illustrazione)

Nel deserto di Lumur residui di sterco segnano il passaggio solitario di un animale fuori dal branco. Sa dove andare, sa cosa fare e non perde mai il senso della direzione. Sembra che abbia un occhio vigile capace di guardare lontano.
La capra di Lumur si muove spesso individualmente e non ama la vita di gruppo. Non si perde in rituali fini a sé stessi. Nel suo habitat le ombre sono pressoché assenti, le acque e le oasi sono rare e gli uomini sono affamati. Ci sono troppi nemici naturali per potersi rilassare. Esattamente un anno fa una comitiva vacanziera di belgi di passaggio ha sgozzato, per il piacere di sgozzare, quattordici capre. Una è stata mangiata e almeno è servita a qualcosa; tredici sono rimaste sotto il sole a putrefarsi senza pietà.

La capra di Lumur ha un apparato oculare che ruota a 360°. Per questo è difficile stanarla. Mentre avanza riesce a guardarsi le spalle. La sua difesa è una strategia mentale sopraffina che le permette di assemblare dei dati e agire di conseguenza. Non scappa all’improvviso, non si mette in fuga al primo segnale di pericolo. Aspetta tenacemente al limite dell’azzardo, fa finta di cadere in una trappola che un altro essere vivente ha messo in atto per catturala. Lavora al suo piano: imbocca una rotta elaborata dal suo cervello e la segue sino alla fine. I suoi zoccoli, pesanti ma agili nello stesso tempo, le permettono di volare sulla sabbia. In un attimo è sparita, non esiste più. Alcuni viaggiatori del deserto hanno parlato di miraggi.
La capra di Lumur riesce a far fronte a qualsiasi attacco esterno. Soltanto l’uomo e la sua tecnica riescono ad avere la meglio sulla sua intelligenza ovina.

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