Addio pizzo?

Maria Genovese

Lo scorso novembre 2007, in un blitz delle forze dell’ordine in una villa a Giardinello, a 30 Km da Palermo, viene arrestato Salvatore Lo Piccolo, l’erede di Provenzano alla guida della Cupola. Nella villa viene rinvenuta una serie di documenti, tra cui un vero e proprio archivio: l’elenco degli estorsori e delle vittime del pizzo, che oggi rischiano l’accusa di favoreggiamento. La Repubblica di Palermo ne pubblica i nomi. Confindustria Sicilia minaccia l’espulsione degli associati presenti nell’elenco, che non hanno denunciato il pizzo. Qualcuno ha deciso per il silenzio, altri la via della collaborazione, ed hanno denunciato. Come l’imprenditore edile palermitano Ugo Argiroffi, secondo cui oggi è più rischioso pagare il pizzo che non pagarlo: “Chi paga il pizzo può essere vittima o complice, o può essere entrambi. Ma oggi è più facile non pagare: è in atto una sorta di rivoluzione.”
Una rivoluzione silenziosa a Palermo, che nasce dal lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura. Ma soprattutto da una nuova cultura, di legalità e partecipazione, eredità della dolorosa stagione delle stragi.
Ma cominciamo dall’inizio, da quel giorno di 5 anni fa in cui un gruppo di ragazzi ha sviluppato un concetto semplice ma importante: un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità. Un popolo che non paga il pizzo, è un popolo libero.
Ne parliamo con Manlio Buiarelli dell’associazione Addio Pizzo.

Cos’è Addio Pizzo?
Addio Pizzo è una associazione nata spontaneamente da un gruppo di ragazzi che aveva la semplicissima volontà di aprire un pub. Ma aprire un pub a Palermo significa, come per tutte le attività commerciali, dover pagare il pizzo alla mafia. Questa cosa, che per noi e per molti giovani palermitani è una cosa assolutamente da rifiutare, totalmente assurda, ma che purtroppo è ormai un sistema di routine, consolidato e radicato nelle nostre vite, ha portato a elaborare, a pensare, a decidere di ribellarsi a tutto questo.
Tutto è iniziato con i famosi attacchini: dei manifesti che dall’oggi al domani comparvero sopra i cavalcavia di una delle strade principali di Palermo, con la scritta “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Questo fu un primo segnale fortissimo, che attirò l’attenzione di media e politici. Venimmo subito allo scoperto, con i nostri nomi e i nostri volti, per far capire a tutti che il problema del popolo palermitano, del popolo siciliano, è quello di avere accettato come normale quel sistema, senza capire che anche fare la spesa tutti i giorni era indirettamente, ma anche direttamente, un sostentamento alla mafia stessa. Da lì è poi nata l’associazione che negli anni ha avuto sempre più partecipanti, una risonanza mediatica sempre più importante, un numero di soci sempre maggiore.

Tornando a quel sogno di aprire un pub, di cui raccontate anche nel vostro sito, cito testualmente un passo importante: “…e se poi ci vengono a chiedere il pizzo che facciamo? …no, non lo paghiamo! … minchia, però se ci rifiutiamo solo noi poi ci bruciano il locale. Ma che palle! Ma è mai possibile che devono pagare tutti senza fiatare? E non mi vengano a dire che non è così! … ma di che mi preoccupo, sto solo fantasticando… ma è mai possibile che in questa città uno non si può fare nemmeno le seghe mentali in santa pace?!” Si può dare la colpa di sostenere questo sistema a chi, in fondo, ha solo paura?
Quando vieni in contatto con la realtà di un commerciante, di chi paga il pizzo, riesci a capire le dinamiche, il sistema economico, e un po’ tutte quelle che sono le loro problematiche: tra loro c’è chi non ha il coraggio, chi non può fare altrimenti… È un sistema che si è venuto a creare anche sulla paura: di vedersi bruciato il negozio, di attentati, di ritorsioni. Il fatto però di dare inizio a qualcosa basato sulla condivisione e sulla partecipazione, in cui ognuno faccia la sua parte, dalla magistratura alle forze dell’ordine ai cittadini, porterebbe tutto questo a sparire. È qui l’importanza dell’associazione: una struttura in cui sai di poter trovare sostegno e garanzie se denunci. Una struttura che ti segue e ti sostiene: una volta che si innesca questo meccanismo, ti rendi conto che le cose possono cambiare. Ed in effetti stanno cambiando. Spesso le denunce non nascono per volontà di combattere la mafia, per una spinta morale, ma per motivi strettamente economici: ci sono parecchi commercianti che sono ridotti sul lastrico, perché non ce la fanno più economicamente. E da questo è nato anche il concetto di “consumo critico”, un filone importantissimo nato con Addio Pizzo, così come l’associazione antiracket Libero Futuro.
Il consumatore deve capire che può contribuire a scardinare il sistema economico della mafia anche con le sue scelte: preferire per i propri acquisti quel commerciante che ha denunciato il pizzo, e che quindi effettivamente ha bisogno di aiuto, significa contribuire ad innescare un meccanismo che toglie risorse alla mafia e allo stesso momento stimola il commerciante a denunciare.

Sembra di capire, quindi, che il problema del pizzo, e un po’ la stessa persistenza della mafia, sono soprattutto un fatto culturale.
Storico, sociologico, psicologico, culturale. Anche politico. Il problema è che bisogna superare questi fattori e cominciare a ritenere possibile quello che sembra essere irrealizzabile. Attualmente il 90% dei commercianti paga il pizzo e chi non lo paga in genere è perché assolutamente colluso: per questo quello che sta accadendo è importante. Cinque anni fa sembrava impensabile che potesse nascere una associazione come Addio Pizzo, che riuscisse a fare quanto stiamo facendo, con la risonanza che sta avendo, lavorando semplicemente sulla partecipazione, dando coraggio e fiducia ai commercianti, ascoltando le loro esigenze. Sembrava impossibile ma è successo. Il problema vero sta nel fatto che stiamo assolvendo un compito che non è il nostro, ma una precisa funzione politica, civile, dello stato: perché non si è mai fatto? Perché si è vissuto di una totale inerzia e collusione con tutto questo sistema.

Nel leggere la vostra storia si ha una percezione molto particolare: si ha la sensazione di rivedere quell’azione quasi piratesca che svolgeva con la sua radio Peppino Impastato.
Peppjno Impastato era un vero Don Chisciotte. Lui si è trovato a vivere ed agire in una condizione storica e politica molto diversa da questa, in una cultura molto più imperniata di mafia rispetto ad oggi, ma nonostante tutto è riuscito a lasciare un messaggio che per noi è un tesoro inestimabile. Così come tutti i “martiri della causa”, nostro costante punto di riferimento.

Da quello che dici sembra di capire che in questo momento ci sia una sorta di ventata di aria buona.
Forse sarà una congiunzione storica, probabilmente anche culturale, in cui convergono una serie di fenomeni diversi: tra questi sicuramente la costanza e il lavoro svolto dai magistrati che ad oggi hanno non dico azzerato, ma di sicuro colpito duramente quelli che sono i vertici mafiosi, come ripete spesso il procuratore Grasso, quindi il fatto che oggi vi sia un sistema di autonomia dei singoli quartieri per cui la cupola non è azzerata, ma di certo molto in difficoltà, e contemporaneamente ci sia questa possibilità da parte dei commercianti di intravedere una via di uscita. Probabilmente è stato molto importante anche l’interesse culturale dei giovani, della mia generazione cresciuta dopo gli attentati di Falcone e Borsellino: qualcosa che rimane in maniera indelebile nella nostra memoria, e che porta a crescere nella cultura dell’antimafia. Tutti questi elementi sono indubbiamente poco: mancano una attenzione politica e civile. Ma siamo convinti che questa sia la strada buona. Come lo stesso Falcone ha sempre detto: il fenomeno mafioso è un fenomeno umano, e come tale, come è nato, dovrebbe morire.

Il 27 dicembre dello scorso anno, La Repubblica di Palermo ha reso noto il nome dei commercianti che erano registrati nel libro mastro di Lo Piccolo, considerandoli più collusi che vittime. Per questo hanno subito una perquisizione da parte della Procura.
La situazione va un po’ inquadrata: intanto la notizia era vera fino a un certo punto, in quanto non c’era un riscontro veritiero tra i nomi registrati nel libro mastro e quanto è stato pubblicato da La Repubblica. Poi bisogna avere sempre i piedi per terra: il fenomeno è all’inizio, è un fenomeno embrionale che sta avendo dei risultati, ma proprio per questo c’è la necessità di proteggere i nostri commercianti. Da questo episodio è poi nata la discussione se il commerciante sia più vittima o più complice: nel momento in cui veniamo da te commerciante e ti aiutiamo e ti diamo la possibilità di denunciare, e tu ti sottrai a questa possibilità, con noi o con la magistratura che sia, rispondendo di non avere nulla a che fare con tutto questo, allora diventa effettivamente una forma di collusione nei confronti della mafia. La possibilità di venirne fuori la stai avendo, ma con questo atteggiamento stai mantenendo saldo il sistema.”

Il vostro sito (www.addiopizzo.org) è tradotto in numerose lingue diverse. Perché?
Il pizzo non è un fenomeno solo siciliano: abbiamo avuto riscontro del fatto che, più o meno, sotto forma diversa in realtà è un fenomeno italiano, e non solo. È qualcosa che esiste un po’ in tutti i paesi. Ma in particolare la nostra è la volontà di far capire che questo tipo di uso, consolidato e quasi normale, è un fenomeno di cui bisogna parlare, di cui non avere paura, da combattere. Ed è possibile farlo solo con la condivisione, la partecipazione, la divulgazione, la nascita di associazioni, le manifestazioni. Ed internet è uno strumento ideale allo scopo: internet è una piazza continuamente in movimento, la possibilità costante di rendersi visibile.

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One thought on “Addio pizzo?

  1. cacciafotone ha detto:

    Notizie di questo tipo dovrebbero di certo girare di piu’ sulla nostra informazione cosidetta “ufficiale”… Ma e’ solo grazie alla passione di tanti se informazioni simili passano dall’oblio alla notorieta’. Grazie di esserci.

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