Un tempo lento e veritiero

Salvatore Smedile

Mi sono imbattuto, di recente, ne La vita schiva, l’ultimo volume di Duccio Demetrio. È stato un approccio lento e inconsueto: un giorno aprivo una pagina a caso, un altro cercavo nell’indice un’ispirazione, un altro ancora mi soffermavo su un concetto e poi mischiavo le carte, rileggevo senza un ordine preciso.
Se vado a ritroso mi vengono in mente disordinati moti di curiosità, l’andirivieni caotico di parole restituite alla loro grazia, la sovrapposizione di temi legati ad un tempo più lento e veritiero.
Ci sono infiniti modi di resistere allo scempio dell’umanità, innumerevoli opportunità di dire no a tutta questa insensatezza e incomprensione tra le razze. Una possibilità è rallentare, incontrare sé stessi e gli altri lasciando da parte i breviari e i modi di dire, ritornare in una casa credibile e fondata su pilastri che tengono. Non abbiamo bisogno di essere i migliori, di competere su tutti i fronti, di dimostrare che siamo i primi, di urlare ai quattro venti discorsi che durano il tempo di un annuncio, di occuparci di cose che non ci riguardano o di fare finta che vada sempre bene. Possiamo, per contro, recuperare le nostre timidezze, i nostri timori, le  nostre indecisioni. Quando la vita non ci coinvolge passa inavvertita.
Alcuni libri più di altri nominano il presente. La vita schiva è uno di questi. “La voglia, specie di questi tempi, di gettare la spugna e di andarsene, lasciandosi alle spalle lacci di ogni sorta e le occasioni mancate, è frequente.” L’esordio è folgorante e si rivolge anche a chi dovrebbe essere più strutturato e difeso: “I più colti, per mettersi al passo, girovagando da un festival filosofico a una saga di letteratura popolare. C’è chi coltiva orti o si dedica al giardino o a qualche passatempo creativo, frequentando corsi di formazione e laboratori talvolta eccentrici.”
Il coltello è messo nella piaga. A tutti i livelli, in ogni strato sociale le parole d’ordine sono: dimenticare, muoversi, stordirsi di cose e discorsi, sentirsi forzatamente felici e parte di un gruppo, sorridere e ammiccare, intendersi di vini pregiati e piante dai nomi impronunciabili… Quello che conta è non stare fermi, tenersi al passo con le novità dell’ultima ora. E poi  mostrarsi, esibirsi da soli o in bella compagnia, farsi notare, non rischiare l’imperdonabile peccato di passare inosservati. La mutandina colorata che mostra e nasconde quello che non si può vedere, i tacchi alti che implicano un corso avanzato  di passeggio, la musica ripetitiva e assordante che tutti devono ascoltare, il linguaggio triviale che offende senza sapere perché offende, il libro che se non hai non sei nessuno, il profumo di torbide essenze che lascia tracce maleodoranti in ogni angolo…
Per essere qualcuno, per sentirsi vivi, per aver una conferma che si esiste, la pedagogia sociale che si alimenta da sé nell’informazione, nell’immaginario collettivo di cui ognuno è parte integrante, invita a non mettersi da parte, a costruirsi un personaggio, un ruolo da imparare a memoria e da giocare all’esterno. Nel proprio intimo può accadere di tutto (e di tutto accade, basta guardarsi un po’ intorno) ma l’importante è non darlo a vedere, tenerlo per sé. Siamo su un palcoscenico dove ogni fenomeno sigilla un modo di pensare e di fare. Attori inconsapevoli, interpretiamo spesso una parte che in fondo non abbiamo scelto.
Eppure avremmo bisogno di un po’ di quiete, di accantonare la paura di aver paura, di ristabilire una scala di valori più vicina alla nostra vera natura che è sì ardimentosa ma anche pavida e istintiva. Dovremmo smettere di ascoltare gli inganni della pubblicità, di perdere tempo con telegiornali il cui solo scopo è di colpire la nostra apatia e indifferenza senza davvero informarci e coinvolgerci.
Potremmo cominciare a sentirci in sintonia con la nostra storia, quella che costruiamo giorno dopo giorno con i nostri mezzi e le nostre consapevolezze. Ci appartiene avere delle indecisioni, delle perplessità, dei dubbi, dei turbamenti su qualcosa di spiacevole che vorremmo evitare. È lecito e buono sapere accogliere la disinvoltura dell’incoscienza, il balbettare, l’arrossire. Siamo uomini nel pieno delle nostre facoltà anche quando siamo inquieti, nervosi o in disparte.
Non c’è un’età per la timidezza. Non è “una cattiva abitudine o un difetto psicologico”, come suggerisce Demetrio, un problema di cui vergognarsi, un’onta che va ripulita. È “una qualità dell’intelletto, oltre che un’esperienza emotiva” che vuole “rifuggire ogni aggressività e atletica disonesta competizione”. La solitudine, sua compagna di strada, costante e leale, la evolve e la sacralizza.
C’è un ritiro anche del laico, di chi si ferma e si chiede dove andare.  La lontananza, il distacco dall’attualità, il silenzio intorno a sé per poter pensare prima di parlare sono “una pulsione di vita” che non si accontenta dell’apparente. “La timidezza, così parca di parole, confonde e spiazza chi ritenga che la normalità abiti soltanto il vociare”.
Si è fatto tardi e le pagine de La vita schiva assumono una forza a cui non davo troppa importanza. “La voglia di gettare la spugna e di andarsene”, è rimandata.

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