L’Europeo: sorpresa a metà

Chiara Ceolin

L’Europeo, copertina del numero 2, marzo 2008.
La fotografia è di Thomas Dworzak: Afghanistan, Kunduz, 25 dicembre 2001. I soldati dell’Alleanza del Nord marciano verso la città da poco strappata ai Talebani.

Nel 1995, dopo cinquant’anni dalla sua prima uscita, il settimanale L’Europeo cessa le pubblicazioni. Era stato fondato nel 1945 da Arrigo Benedetti. Nel 2001 torna in edicola, evitando così di perdere i diritti sul nome della testata, si reinventa sotto forma di bimestrale monografico e a gennaio di quest’anno diventa mensile monografico del Corriere della Sera. Il direttore è rimasto Daniele Protti che ha optato per una formula particolare: ogni mese L’Europeo racconta in maniera approfondita e intelligente una storia: la Jihad, i personaggi considerati “maledetti”, le grandi famiglie industriali italiane, i 60 anni di Israele e via dicendo. Gli articoli talvolta sono quelli già pubblicati in passato, talvolta sono stati scritti recentemente. L’aspetto davvero interessante e sorprendente è l’uso e la scelta delle fotografie. Partiamo dalla copertina: spesso è proprio una grande fotografia in bianco e nero che rimanda al tema scelto. Tra le mani ho il numero di marzo 2008 dedicato alla Jihad, ci sono grandissimi nomi della fotografia di reportage, da Steve McCurry a Ferdinando Scianna, da Paolo Pellegrin a Jean Gaumy e molti altri. Ogni foto ha la sua didascalia, sempre. In alcuni casi è sotto l’immagine, in altri si trova nell’ultima pagina della rivista. È evidente che la fotografia è qui utilizzata non come abbellimento all’articolo ma come strumento per raccontare e per descrivere, come testimonianza, come sguardo curioso. L’incrocio tra gli articoli scritti in passato e le fotografie scattate più di recente fa pensare ad una doppia forma di scrittura: il passato remoto è raccontato attraverso le parole, il futuro, che per noi lettori è già passato prossimo, attraverso le immagini. Il filo tra le due forme narrative traccia un senso di continuità a volte disarmante quando si tratta di guerre che non finiscono. È il caso dell’articolo sull’Afghanistan scritto nel 1979 da Mario Galli a cui sono accostate le fotografie di Steve McCurry che vanno da quell’anno al 2002. Il fotografo ci racconta una Kabul nel ’92 che sembra una città dei morti, il lavoro di alcuni bambini in un campo di oppio al confine con il Tagikistan e di nuovo una Kabul del 2002 dove Massoud, assassinato nel 2001, è ormai icona ricamata su tappeti venduti per strada. L’articolo sull’11 settembre è affidato esclusivamente alle fotografie di Bruce Gilden. È una scelta che porta alla massima espressione del fotogiornalismo come strumento di informazione e di racconto.
Fin qui tutto bene. Purtroppo, però, L’Europeo riesce a deluderci comunque. In altri numeri (il 3 del 2008 e il 6 del 2006) pur lasciando ampio spazio alla buona fotografia, emerge il tipico atteggiamento della stampa italiana di chiudere nel dimenticatoio il nome del fotografo. Troviamo nell’ultima pagina la citazione dell’agenzia cui apparteneva il fotografo ma di lui nessuna traccia.
Peccato. Forse i fotografi di cui non compare il nome non sono famosi come gli altri, non hanno vinto premi internazionali, forse le loro fotografie non valgono abbastanza.
E allora è ancora peggio.

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