Di un salone e del suo boicottaggio

Davide Picatto

Giovedì 8 maggio si apre a Torino la Fiera Internazionale del Libro, edizione 2008. Cinque giorni di incontri, scambi, presentazioni, letture pubbliche, pubblicità, interventi paralleli, stand, acquisti librari e case editrici. Un evento che da anni attira sempre più persone (302.830 visitatori nel 2007) e che ha sempre più successo, al di là delle polemiche nostrane sulla quantità di lettori presenti nello stivale. Una delle più importanti manifestazioni europee legate all’editoria assieme alle sorelle di Parigi e Francoforte.
Si apre la ventunesima Fiera del Libro di Torino, e sale la tensione. Non a tutti va a genio il paese ospitato quest’anno: Israele. Se ne parla da qualche mese, sulla rete si diffondono discussioni e appelli al boicottaggio, alcuni intellettuali italiani cancellano la loro partecipazione, e così fanno alcuni intellettuali israeliani. Il motivo è semplice: l’invito di Israele nel sessantennale della sua nascita è di natura politica, è l’invito di una nazione nata nel 1948 per volere dell’ONU e della comunità internazionale in Terra Santa, nazione fondata con le armi, il sangue e la colonizzazione.

Al-Nakba, “la catastrofe”: è così che arabi e palestinesi si riferiscono alla proclamazione dell’indipendenza di Israele, avvenuta il 15 maggio 1948 dopo il ritiro delle truppe inglesi e la fine del protettorato britannico sulla Palestina. La nascita ufficiale dei due stati in Palestina, uno a maggioranza araba, uno ebraica, era stata fissata dall’ONU nel 1948, ma essa non ebbe mai luogo. Infatti, non appena i britannici ebbero lasciato la zona, la Lega Araba, che non aveva accettato la risoluzione dell’ONU (in base alla quale gli ultimi arrivati, in numero di seicentomila contro il milione e ottocentomila degli arabi, avrebbero occupato il 56% del territorio) scatenò una guerra “di liberazione” contro Israele. Il neonato esercito israeliano, in cui erano confluiti i gruppi paramilitari e le organizzazioni d’impronta terroristica che per trent’anni avevano agito nella zona, grazie anche alla forte immigrazione e ai veterani della Seconda Guerra Mondiale, riuscì a resistere ed a contrattaccare occupando tutto il territorio palestinese, eccetto la striscia di Gaza, in mani egiziane, e la Cisgiordania, in mano di quello che diventerà il Regno di Giordania. A questo punto l’ONU intervenne proponendo una nuova ripartizione del territorio, rifiutata da entrambe le parti in causa, e il 17 settembre il conte Folke Bernadotte, il mediatore delle Nazioni Unite inviato nella regione, venne assassinato dal LEHI, gruppo sionista terroristico meglio noto come Banda Stern. Gli assassini furono arrestati due mesi dopo, mentre i sospetti coinvolti furono rilasciati ed in seguito amnistiati il 14 febbraio del 1949.
Il risultato della guerra arabo-israeliana fu la presenza di un unico stato, Israele, impegnato militarmente a difendere le conquiste territoriali e ad estendere il controllo su tutte le terre palestinesi mediante la distruzione di villaggi e vari massacri perpetrati ai danni della popolazione araba. Oltre la metà di questa si ritirò in campi profughi costituiti nei paesi limitrofi, costretta a dipendere per lo più dagli aiuti inviati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per i Rifugiati, mentre il clima creatosi provocò l’emigrazione di ottocentomila ebrei residenti da generazioni in diversi paesi arabi verso Israele. La risoluzione 194 emessa dall’ONU l’11 dicembre 1948, per larga parte disattesa, prevedeva la demilitarizzazione di Gerusalemme, il cui controllo doveva passare alle Nazioni Unite, e la restituzione dei beni e delle proprietà dei rifugiati che volessero tornare a casa.
La storia successiva di Israele è una storia di guerra: nel 1956 conquista all’Egitto il Sinai (poi restituito per intervento dell’ONU); il 1967 vede la Guerra dei Sei Giorni, durante la quale, a causa della inferiorità aerea, Siria, Giordania ed Egitto videro decimate le loro truppe mentre Sinai, Striscia di Gaza, Cisgiordania e alture del Golan passarono sotto dominio israeliano. La penisola venne restituita nel 1978, le altre terre costituirono invece i cosiddetti Territori Occupati e videro un’attività di colonizzazione che mise in fuga parte della popolazione originaria. Le Nazioni Unite dovettero intervenire un’altra volta, richiedendo ad Israele la restituzione delle conquiste in cambio del suo riconoscimento da parte degli stati Arabi. Ma le cose non potevano andare lisce: se a Tel Aviv le frange nazionaliste rifiutavano il dialogo, la Lega Araba fondò l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, gruppo che doveva rappresentare gli interessi della popolazione palestinese e che presto si svincolerà dalla Lega.
Nel 1973 scoppia la Guerra del Kippur con l’attacco a sorpresa di Siria ed Egitto e la controffensiva di Israele guidata da Ariel Sharon che attraverserà il Canale di Suez prima di essere bloccata dai caschi blu. Sarà l’ultimo scontro armato con la Lega Araba e l’inizio dell’uso della diplomazia per risolvere le crisi internazionali della regione. Nel 1979, con gli accordi di Camp David, Israele ed Egitto firmano il trattato di pace. Il Sinai torna ad essere definitivamente egiziano, in cambio Israele verrà riconosciuto ufficialmente. Intanto, nel 1978, Tel Aviv aveva invaso il sud del Libano e l’ONU era intervenuta creando nella regione uno stato cuscinetto controllato dai suoi caschi blu, ma nel 1982 l’esercito tornò all’offensiva giungendo fino a Beirut e costringendo l’OLP a trasferire la propria sede in Tunisia.
La politica aggressiva degli israeliani volta a provocare l’abbandono da parte degli arabi delle loro terre, la gestione delle risorse idriche dell’area a nord dello stato ebraico e la distruzione sistematica di abitazioni arabe ad opera dell’esercito spinsero l’ONU, che accusava Israele di violare i diritti umani nei confronti dei Palestinesi, a formare una commissione di indagine. Dal canto suo, la popolazione palestinese, nel tentativo di contrastare la presenza nemica nei Territori Occupati, diede inizio ad un moto di sollevazione popolare. Era il 1987 quando scoppiò l’Intifada (dall’arabo per brivido, scossa), caratterizzata da una strategia di disobbedienza civile basata sull’uso dello sciopero e di una forma di lotta volutamente primitiva: il lancio di pietre. L’anno successivo l’OLP cominciò una politica di avvicinamento e di cauto dialogo con il nemico, provocando la nascita di gruppi estremistici di matrice islamica che non si riconoscevano nella sua guida e che trovarono un riferimento nel movimento Hamas e nell’uso di tecniche terroristiche.
I primi anni Novanta videro i tentativi di un processo di pace portati avanti dallo stato israeliano e dall’OLP, riconosciuta come unica rappresentante del popolo palestinese, processo chiuso con gli Accordi di Oslo, ratificati a Washington nel 1993. In base al trattato, lo stato ebraico doveva ritirarsi dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania per permettere, attraverso l’Autorità Palestinese, l’autogoverno arabo di quei territori. Le due parti dovevano riconoscersi ufficialmente e l’OLP doveva rinunciare al terrorismo ed al desiderio di distruzione di Israele. Non tutti erano però d’accordo: in Israele i partiti di destra, nei Territori Occupati Hamas, la Jihad Islamica Palestinese ed il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina che rifiutavano allo stato ebraico il diritto di esistere. La situazione peggiorò, l’espansione degli insediamenti israeliani accelerò e gli attentati terroristici aumentarono. Il 4 novembre 1995 il Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin, uno dei firmatari dell’Accordo, venne assassinato da un attivista di estrema destra. La fiducia reciproca crollò e il 28 settembre del 2000, dopo che il premier israeliano Ariel Sharon fece una passeggiata a Gerusalemme sulla Spianata delle Moschee, luogo sacro musulmano ed ebraico, passeggiata intesa a sottolineare la sovranità di Israele, scoppiò la Seconda Intifada. Attacchi suicidi palestinesi contro obbiettivi civili, demolizioni di edifici arabi nella Striscia di Gaza ed in Cisgiordania, ritorsioni e uccisioni mirate da parte dell’esercito israeliano ed il confino di Arafat a Ramallah, da cui uscirà nel 2004 per andare a morire a Parigi. Nel 2005, un anno prima di essere destituito per motivi di salute, Sharon sgombrò la Striscia di Gaza e la consegnò all’Autorità Nazionale Palestinese.
Alle ore 16 del 29 aprile 2008, il numero di vittime dall’inizio della Seconda Intifada è di 5232 palestinesi e di 1075 israeliani (fonte Afp, Internazionale n.742).

Impossibile descrivere in un breve articolo 60 anni di storia così complessi (senza considerare il periodo precedente alla costituzione dello stato d’Israele). Difficile farsi un’idea, prendere una posizione, soprattutto da parte di chi sta seduto comodamente a grande distanza, di anni e di chilometri. Ma questo non toglie che sia giusto tentare, interessarsi, schierarsi.

Il Salone del Libro ha invitato Israele come ospite d’onore, cosa molto interessante se si fosse in tempo di pace. Ma siamo nel mezzo della Seconda Intifada, i fatti di cronaca sono noti a tutti, anche se pochi cercano o riescono a districarsi nei meandri storici di una lotta pluridecennale in cui è difficile distinguere il giusto dal sbagliato, il buono dal cattivo, il bene dal male. Se mai queste dicotomie esistano veramente.
Forse, proprio per questo motivo, l’organizzazione della fiera avrebbe dovuto pensarci due volte prima di invitare Israele nel periodo dei festeggiamenti del sessantennale della sua fondazione: creazione di un’entità statale che ha causato la perdita di terre, vite, speranza per un futuro dignitoso e migliore per un intero popolo che la guerra non l’ha voluta. Come minimo, si potevano invitare ufficialmente alcuni scrittori e poeti palestinesi e creare un confronto culturale e pacifico e lanciare un messaggio, se non di unione, almeno di rispetto reciproco.
Questo però non è avvenuto, e l’invito di Israele prende l’aspetto di un invito politico, è una presa di posizione a senso unico, una celebrazione di uno stato che fin dalla sua nascita, con il beneplacito dell’Occidente ed in contrasto alle molte risoluzioni ONU, ha attuato una politica di affermazione autoritaria e violenta, ricorrendo all’uso del proprio esercito per occupare e colonizzare altri territori e rinchiudere una popolazione in piccoli territori-ghetto frammentati e limitati da un muro in cemento armato. L’aspetto politico della scelta è anche evidenziato dal fatto che in origine l’ospite d’onore sarebbe dovuto essere l’Egitto, così come deciso nel 2007 al termine della Fiera del Libro del Cairo, in cui l’ospite d’onore era stata l’Italia. Ed è curioso notare che al contrario della norma, non sono stati gli organizzatori o lo stato ospitante della fiera i primi promotori dell’invito, ma sia stato lo stesso stato d’Israele a proporsi. Qui, come alla precedente kermesse di Parigi.
Un peccato, perché fra i cittadini israeliani, ed in questo caso fra gli autori, ci sono molte voci di dissenso, critiche nel confronto della politica dello stato e propositive nel tentativo di creare un dialogo, e sarebbe giusto ed istruttivo andare ad ascoltare tali voci. Ma attenzione ai falsi-miti: c’è la tendenza, qui da noi, a considerare Yehoshua un dissidente. Curioso, dato che si è dichiarato favorevole alla costruzione del muro della vergogna, e che in un’intervista disse di non volere un arabo come vicino di casa. Assieme a lui, anche Grossmann (con qualche ripensamento) ed Oz erano stati a favore dei bombardamenti in Libano. Non dovrebbe sorprenderci quindi che in una kermesse celebrativa voluta dal loro governo partecipino anche questi “dissidenti”. Beh, ce ne saranno altri, no? Non molti: figure veramente critiche come Hamira Hass, Ury Avnery, Gideon Levy (solo per citarne alcuni) non sono state invitate, mentre altri, in aperta protesta, hanno annunciato la loro assenza o il declino dell’invito. Come il poeta Aharon Shabtai che, rispondendo alla richiesta della sua presenza al Salone di Parigi di un mese e mezzo fa, scrisse una lettera alla responsabile della manifestazione, Edga Degon, dicendo: “Io non ritengo che uno Stato che mantiene un’occupazione, commettendo giornalmente crimini contro civili, meriti di essere invitato ad una qualsivoglia settimana culturale. Ciò è anti-culturale; è un atto barbaro mascherato da cultura in maniera cinica. Manifesta un sostegno ad Israele, e forse anche alla Francia che appoggia l’occupazione. Ed io non voglio partecipare.”
Benny Ziffer, responsabile del supplemento culturale del quotidiano Haaretz, si è scagliato contro Oz e gli altri “big” ed ha incitato a boicottare sia Parigi che Torino. Jamil Hilal, scrittore di cui è stata annunciata la presenza, ha invece negato la sua partecipazione con poche semplici parole: “Non parteciperei in alcun modo a un evento che legittima l’occupazione coloniale di Israele e lo strangolamento dei palestinesi della Striscia di Gaza, e in un’occasione che segna la sottrazione della terra e la pulizia etnica del popolo palestinese.”
Io, che non sono nessuno, boicotterò il Salone del Libro per motivi politici, perché l’invito non è volto alla prolifica cultura ebraica, ma allo stato d’Israele e ai suoi scrittori accreditati. Boicotterò la fiera perché mancano molti dissidenti e perché, anche se tutti gli autori invitati fossero in netto contrasto con la politica del loro paese, e non lo sono tutti, non sono stati invitati scrittori palestinesi. Boicotterò anche in appoggio di quelli che hanno declinato l’invito per integrità morale ed intellettuale, e per tutti quegli scrittori palestinesi uccisi da Israele, e non sono pochi: fra i tanti Ghassan Kanafani, giornalista, scrittore e portavoce del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, morto nel 1972 in un attentato incendiario, a quanto si dice opera del Mossad, il servizio segreto israeliano, assieme alla nipote sedicenne, e Wael Zwaiter, traduttore in italiano de Le mille e una notte ed assassinato dal Mossad a Roma nel 1972, in quanto ritenuto membro dell’organizzazione terroristica Settembre Nero (mai provato). Infine, boicotterò il Salone perché non mi va di celebrare la nascita di uno stato sulle spoglie di un altro popolo, di celebrare un compleanno nello stesso giorno di un lutto ad esso connesso.

2 thoughts on “Di un salone e del suo boicottaggio

  1. silvio brienza ha detto:

    Meno male che la stragrande maggioranza del pubblico ha tributato un successo alla fiera del libro e al suo paese opsite,Israele. Nell’articolo pieno di pregiudizi verso Israele non una parola sull’atteggiamento dei paesi arabi che hannno osteggiato, ancora oggi sono su questa linea, la creazione di uno stato palestinese come nel 1948 ! Vedere la storia con i paraocchi del pregiudizio è solo foriero di danni futuri. sono andato alla fiera del libro, insieme ad amici, e abbiamo comprato anche i libri nello stand di Israele perchè essere contro la cultura significa essere contro la libertà.

  2. nulladiessinelinea ha detto:

    Caro Silvio, se tu avessi letto bene l’articolo avresti notato che le parole sul comportamento della Lega Araba nel ’48 ci sono, e ci sono anche quelle sul terrorismo successivo. Quelli che hai letto non sono pregiudizi, ma fatti storici, di dominio pubblico, che puoi leggere ovunque, dal cartaceo al web.
    La Storia non la vedo con i paraocchi, ma uso strumenti ben collaudati che non variano né per il periodo né per i soggetti. Il mio non è un atteggiamento anticulturale, nell’articolo puoi leggere accuratamente quello che ne penso in proposito ed i motivi del mio boicottaggio. La mia biblioteca è ricca di libri “israeliani” e non sono dovuto andare al salone per acquistarli. Salone, lui sì, organizzato con i paraocchi che hanno impedito di vedere due lati culturali: quello del dissenso e quello palestinese.

    Davide

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