La banda: music makes the people come together

Gianmarco Zanrè

Dai sognatori targati Lennon al pubblico pop di Madonna, passando attraverso le trascinanti ballate di Goran Bregović e le febbricitanti improvvisate jazz di Bird, non si può negare alle sette note di avere da sempre avuto lo straordinario potere – e, in questo caso, ancor più del cinema – di riunire coscienze, masse e generazioni di padri e figli affinché il mondo, con tutte le difficoltà del momento storico, avanzasse di un passo alla volta nel grande viaggio del genere umano. Il caso – e l’idea vincente – di questo piccolo, grande film è proprio l’aver colto, per merito del suo regista/sceneggiatore (l’esordiente, rispetto al lungometraggio, Eran Kolirin) lo spirito della musica e averlo applicato alla settima arte senza la preoccupazione di avere, alla base, una vera e propria “colonna sonora”, sia essa prettamente musicale o, a livello di scrittura e narrazione, contenutistica. Spesso, infatti, parlare del conflitto arabo/israeliano equivale, per un cineasta, a confrontarsi con uno dei più disperati, difficili e pericolosamente gestibili temi esistenti, cui, probabilmente, è associabile, almeno per noi europei, soltanto il dramma dello sterminio nazista: si vedano, almeno nella storia cinematografica recente, esempi mai completamente riusciti come il noto Paradise Now, in grado di descrivere le problematiche principali senza però aggiungere nulla alla già triste cronaca dei telegiornali. L’intuizione di Kolirin è data, per l’appunto, dallo spogliare il suo script di ogni stilema “classico” che ci si aspetterebbe di fronte alla materia trattata, lasciando che sullo schermo passino malinconicamente, senza colpo ferire, uomini e donne alle prese con i piccoli e grandi drammi delle vite reali, dove perfino una guerra che ancora strazia due popoli pare troppo grande anche solo da definire, quando la realtà è una città spoglia e triste persa in un deserto che si confonde con il colore dei desolanti palazzi in cui si può solo sognare di vedere un giardino. Lo smarrimento dell’uomo, e il suo ritrovarsi, come per i membri della banda che dà il titolo all’opera, avviene nel microscopico dell’esistenza, negli angoli di un mondo incredibilmente grande e in grado di raccontare miliardi di storie diverse, eppure curiosamente simili tra loro, e legate, per caso o volontà, a quelle di altri uomini e donne come quelli che vediamo nello specchio ogni giorno, o accanto ai quali impariamo a crescere, vivere, invecchiare. Un cinema senza alte pretese, capace di mostrare le differenze nella somiglianza, da una versione improvvisata a tavola di Summertime alle note di Chet Baker, passando attraverso la poesia delle ballate tradizionali e il gesto, semplice eppure “divino”, di un direttore d’orchestra. E al centro della melodia, quasi come una danza di paese, tutti trovano il loro spazio, dal più giovane nato ispiratore di future sinfonie grazie a un semplice carillon all’impacciato seduttore vergine improvvisatosi conquistatore: e in quest’ultimo gesto, citato quasi per caso, risiede il segreto della grandezza del lavoro di Kolirin, una vera gemma di tempo comico e intensità di messaggio.

Tre persone, una accanto all’altra, perdute chi in una vita fino a quel momento in ombra, chi nel rumore del mare, chi in quei sogni di grandezza che solo colui che è innamorato di se stesso può fare: Khaled, forte e sfrontato, violinista per forza, trombettista per amore, arabo, in pochi gesti dirige magistralmente la lezione che porterà Papi, timido, romantico, quasi troisiano figlio d’Israele a muovere i suoi primi passi nel mondo della seduzione e, chissà, molto probabilmente del sesso. Tre mani, a catena, una sull’altra, fatte di diversità e storie neppure lontanamente complementari, eppure in grado di combaciare, in quel momento, più perfettamente di ogni altra: l’integrazione, la pace e la diversità esplicate in una sola inquadratura fissa, che regala in poco più di un minuto una di quelle intuizioni per le quali qualunque appassionato di cinema giustifica con un sorriso accennato agli angoli della bocca tutta la magia che un proiettore può regalare quando dipinge sullo schermo la meraviglia di chi vi si perde. Chi, invece, il tempo di meravigliarsi pare averlo dimenticato, o esserselo lasciato definitivamente alle spalle, sono Itzik e Iris, sposi tristi messi di fronte a un compleanno da festeggiare con gli scomodi ospiti della banda perduta. Tre musicisti egiziani al tavolo di una famiglia ebrea che, almeno fino al lento e inesorabile crescendo della melodia, non accetta che una realtà come quella che portano gli improvvisati ospiti invada lo spazio della loro casa: come nella vita reale, la conciliazione non avverrà, ma, in qualche modo, coscienze e intenzioni, almeno per una notte, saranno toccate da un avvenimento tanto “insignificante” da divenire unico, a fronte di una realtà all’interno della quale il tempo, così come entusiasmo e sogni, paiono sopirsi, lontani da tutto il bene e da tutto il male della passione, lasciando posto soltanto alla noia. Eppure, l’impeto di una notte fuori dall’ordinario guida Itzik nel suo confronto con l’ispirazione, e la vita stessa: se una sinfonia s’interrompe, di colpo, non è detto che si debba cercare un finale, per essa. In fondo, come nella stanza di un bambino che dorme, di fronte a foto che rappresentano un passato che non tornerà, non resta altro che malinconia, quel “rumore del mare” che imprigionava il succitato Papi impedendogli di corteggiare una donna, una dolce solitudine dalla quale non si può fuggire, perché fatta di attese che spesso, nei minuscoli luoghi, nelle piccole vite, divengono lo specchio di quello che non sarà del futuro, dalla certezza di un lavoro a quello che doveva essere un matrimonio, un amore. In qualche modo, questo film mosso dalla musica, eppure quasi privo di una colonna sonora, pare proprio basarsi, al contrario di ogni altra pellicola che tratti conflitti, guerre, scontri ideologici e religiosi propri delle due culture qui a confronto, sull’amore: si citava John Lennon, e ancora una volta torna in mente All You Need Is Love. Di cosa ha bisogno, in fondo, se non d’amore, Dina, donna perduta e madre mancata, bellissima e intensa, seducente e maliziosa, impetuosa e disperata come se stessa bambina in lacrime di fronte ai romantici film guardati sognando un principe e un futuro rappresentati dal volto profondo di Omar Sharif? Cosa cerca, sognando una notte d’amore con Tewfiq, uomo che potrebbe esserle padre, modi d’altri tempi e tempra da reduce ferito al cuore? “La mia vita è come un film egiziano”, dichiara Dina. Con quale coraggio si potrebbe ammettere, nella stessa situazione, la propria fragilità? Viene da sperare per tutte le Dina perdute in quello, come in centinaia d’altri angoli di mondo, che l’Omar Sharif che le ha fatte piangere e sognare finalmente giunga, anche se non necessariamente in abiti principeschi o a cavallo di un qualsiasi destriero. E, in fondo, neppure per tutta la vita. Una notte, a volte, può bastare. Di cosa necessita Tewfiq, direttore responsabile della banda, uomo di formazione militare e valori cavallereschi, in aperto conflitto con il giovane e ribelle Khaled che, ad ogni secondo passato al suo fianco, assume i connotati di un figlio perduto per non essere stato capace di comprendere le differenze fra generazioni? Tewfiq adora pescare, anche più della musica: non per il pesce in sé, in fondo non dev’essere poi così abile, e ad ogni modo, da tempo, ormai, non porta più a casa nulla, da cucinare. Perché una casa, senza l’amore, è solo quattro mura vuote. E di certo, non ha bisogno di una mensa preparata con cura, pazienza e passione. Tewfiq è il testimone che passa, ma che ancora, davanti a sé, ha una vita da vivere: con la coscienza di chi sa di poter continuare ad imparare, anche quando il tempo comincia a scandire sempre più in fretta quello che resta prima della fine, e pare che ogni notte sia l’ultima davvero buona per cantare alla luna, o al ricordo di un passato ogni istante più lontano.

Eran Kolirin, probabilmente, ha tanta voglia di imparare, e forse, nel corso della sua vita, ha compreso che il cinema, o qualunque altra voglia artistica intenda togliersi, o dalla quale sia intenzionato a farsi guidare, non rappresenti, come la musica per il suo direttore d’orchestra, il meglio che può avere dalla vita, e che fino a quando potrà pensare di avere una mensa ad aspettarlo, a casa, avrà anche un tesoro al quale attingere senza presumere di saper raccontare una storia meglio e più in profondità del suo pubblico. Effettivamente si potrebbe pensare che sia così: del resto, se non fosse in grado di raccontare attraverso quello che è il “suo” media non farebbe il regista. Eppure, nel lavoro di questo sorprendente, delicato esordiente è celato un profondo rispetto per l’umanità, sia essa dei suoi personaggi, dello spettatore, delle culture che vengono portate sullo schermo, raccontate e vissute percorrendo una nuova via, quella che, come la pace sempre e troppo solo sognata, è fatta di piccoli gesti, dialogo, una progressiva scoperta. Di nuovo, e ancor più prepotentemente, musica e amore entrano in gioco: che la pace, o l’integrazione, siano, a conti fatti, figli dello stesso gioco che fa della seduzione il motore di innumerevoli storie, in tutto il mondo, da sempre? O della melodia che, partendo dalla natura, da un oggetto, da un’idea, si sviluppa e prende forma nella mente e fra le mani del musicista, in un crescendo di scoperta ed emozione? Ben chiaro e altrettanto importante deve essere, ad ogni modo, in questa prospettiva, l’idea di non stare andando incontro al consueto inno alla retorica il cui intreccio è immolato a un lieto fine che ne determina, a ben guardare, il non senso: pur dovendo, in questo caso, scomodare due grandi maestri ai quali il promettente Kolirin dovrà continuare a guardare come a due esempi di asciuttezza e magia della macchina da presa, è lecito pensare che, in una piccola misura, La banda sia una sorta di “figlio” dei capolavori di Kiarostami e Panahi, vertici della scuola iraniana e punti di riferimento di tutto il cinema dell’area medio orientale. Se, dunque, nei lavori dei due succitati cineasti l’asciuttezza è spesso figlia di una dolorosissima catarsi, in quello di Kolirin la tempesta pare essere passata, lasciando soltanto la dolce malinconia suggerita da Itzik a muovere e scuotere gli animi di chi realizza e chi fruisce dell’opera. Tewfiq canta una canzone araba citando le stagioni, e ripensando alle atmosfere, alle sensazioni, alla ricerca della strada di questi uomini smarriti, viene da pensare all’estate che volge alla conclusione, quando, volenti o nolenti, siamo costretti a tornare lungo il nostro cammino, abbandonandoci, in solitudine, ad un motivo che ci ricorda la bellezza della stagione passata, oppure, mossi da un amore, o da un’idea, decidiamo che è arrivato il momento per cambiare direzione, e riscoprirci capaci di emozioni e progetti che il tempo, e chissà quanto altro, ci avevano costretto ad abbandonare lungo la via. I musicisti della banda riportano alla mente i Sordi e Gassman de La grande guerra, o gli Abatantuono di Mediterraneo, per arrivare agli Haber de Le rose del deserto: uomini perduti e poi ritrovati, in viaggio, e che nel viaggio trovano definizione del loro ruolo in un’orchestra che solo se vista dall’esterno, superficialmente, appare più grande di loro, ma che, come ogni guerra, come ogni paese, città, o villaggio, è costruita sulle piccole vite di persone come Dina, Tewfiq, Khaled, Papi.

Una grande orchestra è composta da tanti piccoli strumenti, che se suonati in armonia, sono in grado di regalare all’audience, sia esso alla tavola di una piccola casa o stipata in un grande stadio, la magia che nasce quando “quel qualcosa” cresce all’interno di una melodia per finire dritta all’interno di chi l’ascolta. In fondo, l’amore tra due persone è giustificato in toto soltanto negli sguardi delle stesse, nelle aspettative, nei ricordi, eppure è in grado di essere tradotto universalmente, senza bisogno di comprenderlo o interpretarlo. Dalle note di Tewfiq alle lacrime cinematografiche di Dina, passando attraverso il tono seduttore di Khaled, non pare fondamentale quello che le singole strofe di una canzone possano significare, quanto l’emozione che il loro insieme racconta. Avrum, suocero di Itzik, riporta con trepidazione agli ospiti l’istante in cui, ai suoi occhi, iniziò la storia con sua moglie, e poco importa, ai suoi ricordi come a quelli che avranno gli attoniti componenti della banda, se le cose siano andate effettivamente in quel modo: se anche non fosse stato quello il loro primo incontro, importa quello che lo definisce come tale, agli occhi dello stesso narratore e protagonista. Giusto prima della succitata Summertime: E una volta ancora, le stagioni, l’estate, la passione che esplode e trova forza nel ricordo. La forza di assaporarlo, come l’attesa durante la pesca, e la forza di lasciarlo alle spalle, come il pesce liberato in mare. È difficile, facendo mente locale e riferendosi ad ogni singolo fotogramma della pellicola, ritenere di poter scrivere, parlare, dibattere di conflitto: come un’illuminazione, la forza della storia raccontata con tanta delicatezza dal regista risiede proprio nella disarmante onestà grazie alla quale storie di uomini e donne tanto forti e passionali, quanto comuni, vengano raccontate senza alcun pregiudizio o differenza di sorta, impedendo, a tutti gli effetti, qualsiasi discorso “in negativo” legato ad una terra lacerata da troppo tempo dalla guerra. Kolirin dipinge, dunque, una sorta di neorealismo dalle radici profondamente piantate nel fascino della gente comune, in drammi “di poco conto”, se paragonati alla vastità di un conflitto millenario, e in successi altrettanto “invisibili” agli occhi di un mondo costruito sulle grandi notizie e sui reportage a sensazione: eppure, a costituire l’intera ossatura del sistema che soffoca proprio esistenze come queste vi è il segreto della grandezza dell’uomo, capace di superare ogni barriera, di crescere, di imparare dagli errori che hanno segnato le tappe più dolorose della sua esistenza. Non occorre essere capi di stato, o eroici combattenti, per segnare uno storico traguardo nel percorso, culturale o politico che sia, di due, o più, paesi: basta, semplicemente, ritrovarsi, ovunque si sia finiti. Guardare le proprie mani, osservarne i segni, alzare la testa e ricominciare a camminare, senza pensare che esistano regole non scritte che prevedano il ripetersi della storia, e di tutto il suo retaggio di sangue.

Ken Loach, a cavallo fra Riff Raff e My Name Is Joe, raccontava della strada, della sua compassione e crudeltà, e pensando alla “spazzatura” delle classi dimenticate, più o meno volutamente, della popolazione, non era possibile ritenere il coraggio, l’ironia e la voglia di vivere di quelli come il succitato Joe i rifiuti di un mondo che non era pronto ad accettare. Non è il mondo a non essere pronto all’assenso, ma l’uomo a farsi accogliere. Guardiamoci attorno, e chiediamolo alla banda, a Joe, alla voce del Battiato che cantava di “vivere a un’altra velocità”, al De Andrè che fa cenno al suonatore Jones sorpreso dai suoi novant’anni, “che con la vita avrebbe ancora giocato”. Riflettiamo su quello che rende le storie uniche, per quanto così incredibilmente simili, tra loro: sono Dina, e Tewfiq, e Khaled, e tutti quelli che, allo stesso modo, sognavano i film con i loro eroi e sono finiti a vivere le vite che, quasi senza dubbio, criticavano ai loro genitori, o rimprovereranno ai loro figli. Eppure, quelle stesse vite, paiono capaci di portare sulle spalle il prezzo più alto possibile, perché vissute a fondo, invidiate, corrotte e distrutte da chi, al contrario, pare non aver compreso il tesoro più prezioso dell’esperienza: l’aver vissuto, prima di decidere cosa far vivere ad altri. Di nuovo la mente si muove al miglior film della passata stagione, quel Le vite degli altri che definiva, nel corso del suo dramma, la maturazione di un uomo da persecutore a salvatore di quelle stesse esistenze. Tornando, con la mente e il cuore, al conflitto arabo/israeliano, diviene quasi doveroso pensare a quale sarebbe stata la realtà di una terra lacerata se, al posto di ribelli, politici, militari e quant’altro, avessimo trovato uomini, alla sua guida. Uomini come Tewfiq, capace di riconoscere gli errori nel dolore, e ricominciare. Donne come Dina, in grado di resistere all’erosione di un tempo impietoso, e di uno spazio troppo profondo da colmare. Quando una banda sale su un palco, e punta all’applauso, all’emozione, al massimo che quell’istante può regalare, ai cuori dei suoi membri così come a quelli del pubblico, deve poter pensare e agire come un corpo unico, senza dimenticare mai di quante, diverse e magiche voci è composta. Se una sola stona è difficile riprendere il ritmo. Kolirin è israeliano, ma innanzitutto è un uomo. Fa il regista, ma potrebbe anche fare altro: il pescatore, per esempio. Personalmente ritengo che gli riuscirebbe bene: forse perché avrebbe qualcuno da cui tornare, una casa, un focolare. O forse, perché sa che un giorno potrebbe essere così. E, dunque, rimboccatosi le maniche, decide, di buona lena, di prendere gli strumenti che ha a disposizione per cominciare a costruire, secondo l’ispirazione, legandosi alla tristezza e alla malinconia di alcuni momenti e alla profonda gioia di altri. Costruire, questa è la chiave di volta di un progetto per troppo tempo rimasto irrealizzato. Questo il messaggio più chiaro di una pellicola senza alte pretese, è vero, ma con le idee chiare e decise. Pensare a distruggere è come rompere un telefono perché da troppo tempo in attesa di una chiamata. Il fatto è che, quando si sa aspettare, e avere fede, anch’essa senza volto, religione e confini, prima o poi quella chiamata arriva. E sarà bastato, suggerisce Kolirin, infilarsi una felpa bianca regalata dal proprio amore. Di altro non si parla, in questo film. Non c’è posto per muri, confini, guerre. Tutto è in mano all’amore. Come cantavano i Beatles, come sussurra la musica, come dovrebbe insegnare qualsiasi religione. Come sprigionano Dina, Tewfiq, Khaled, Papi, e tutti i protagonisti di questa piccola perla della primavera cinematografica. In un mondo perfetto, andare in sala, sedersi e godersi tutta la semplicità dell’esecuzione di questa banda, sarebbe un compito ad hoc per tutti coloro che pensano e continuano a pensare che attraverso il sangue si laveranno le strade del futuro. Che scelgano uno strumento, uno vero, questa volta, e imparino a suonare. Saranno i primi a giovare della musica.

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