Libero Futuro: intervista a Enrico Colajanni

Maria Genovese

Nel 2005 Confindustria e Associazione Nazionale dei Magistrati organizzarono un convegno aperto a imprenditori e commercianti di Palermo. Scopo: parlare del fenomeno del racket. Probabilmente i tempi nel 2005 non erano ancora maturi, e la sala del convegno rimase vuota.
Oggi, a soli 2 anni di distanza da quel fallimento, nel novembre 2007 una sala gremita applaude la nascita di Libero Futuro, l’associazione antiracket nata dall’esperienza di Addio Pizzo, e dedicata a Libero Grassi, l’imprenditore palermitano assassinato il 29 agosto 1991 dopo aver intrapreso un’azione solitaria contro la richiesta del pizzo.
“Adesso è il momento giusto per smettere di pagare il pizzo e denunciare” dichiara Enrico Colajanni, imprenditore e presidente dell’associazione, nel suo discorso di presentazione di fronte alla platea di imprenditori presente in sala.
Ma perché oggi è il momento giusto? Cosa è cambiato rispetto a quell’iniziativa di soli 2 anni prima?

Lo chiediamo direttamente a Enrico Colajanni.
È cambiato tantissimo. Nel 2005 c’era un sostanziale silenzio delle istituzioni, e in città c’era una sorta di convivenza generalizzata con il fenomeno, che si tentava in qualche modo di nascondere. In realtà, però, sotto la situazione ribolliva: era intollerabile che le cose andassero avanti così, dopo la morte di Libero Grassi, dopo le stragi.
Già nel 2004 si presentavano dei segnali, con la nascita di Addio Pizzo, e la lenta mobilitazione di cittadini ed imprenditori, che alla fine è sfociata, tra le altre cose, nella costruzione di una associazione antiracket. In breve tempo, ci siamo trovati a gestire moltissimi casi di denuncia: gli imprenditori hanno cominciato a superare la paura, a rompere il luogo comune che la mafia è in qualche modo onnipotente, a capire che uniti avevano una forza potenziale tale da poter reagire. Tutto questo, chiaramente accompagnato dalle azioni delle forze dell’ordine e della magistratura, ha creato una situazione nuova, che ha consentito di riempire quel teatro, soprattutto di una grandissima energia che, sinceramente, non dimenticherò mai.

Parliamo di pizzo: quanto è vasto questo fenomeno, e quanto sono ampi gli interessi legati ad esso? Immagino ci sia un notevole giro di affari dietro la richiesta del pizzo.
Il pizzo, anche il più piccolo, è essenziale all’azione mafiosa non tanto per l’entità della richiesta effettuata sul singolo commerciante, quanto per i risvolti che ne conseguono: la possibilità per la mafia di imporre la propria gestione del territorio.

Che conseguenze ha il fenomeno del pizzo sulle economie della regione e, di conseguenza, su quelle del Paese?
Quando si arriva a toccare grandi imprese si comprendono meglio scenari e scopi: il fine chiaro, evidente ed ultimo dell’organizzazione mafiosa è quello di distorcere essenzialmente le regole del mercato e di avvantaggiare le proprie imprese, le imprese degli imprenditori amici, e deprimere le imprese degli imprenditori onesti. Questo con vari gradi di complicità più o meno estorta con l’intimidazione, anche della pubblica amministrazione. È quindi un sistema complesso che tende a stravolgere le regole del mercato: c’è un giro di affari straordinario gestito direttamente dai mafiosi. Pensiamo solo al recente sequestro di beni riferibili a Lo Piccolo e Provenzano: si parla di 150 milioni di euro. Vediamo il caso della Calcestruzzi, per esempio, una impresa completamente consegnata nelle mani dei mafiosi. Il giro di affari che loro gestiscono direttamente è enorme, come enorme è la dimensione del mercato che condizionano, spostando risorse da una azienda all’altra, favorendone alcune e deprimendone altre. Per la Sicilia il risultato è del tutto evidente: la combinazione di un sistema mafioso e di un sistema politico inefficiente e colluso, portano la Sicilia ad un tasso di crescita assolutamente inadeguato agli standard europei.

C’è qualcuno che il pizzo non lo paga: non per rifiuto, ma perché non gli è mai stato neanche richiesto. La mafia su cosa basa la sua scelta delle imprese a cui rivolgersi?
Molti imprenditori pagano il pizzo senza che neanche gli venga richiesto. Altri, a seguito di pressioni più o meno forti, più o meno violente, cedono. Ma esiste anche una quantità di imprenditori che vengono evitati accuratamente perché sono poco conosciuti, o perché non ci si fida di loro in quanto potenziali “sbirri”. Si tratta di persone che hanno magari dichiarato pubblicamente di essere indisponibili, o che, subito un furto o una intimidazione hanno chiamato le forze dell’ordine, e per questo vengono ritenute inaffidabili, non avvicinabili. Una denuncia potrebbe comportare una serie di arresti e di conseguenza l’indebolimento di un complesso e consistente sistema di raccolta. La mafia non fa mai una questione di principio ma di soldi: se un 80% delle imprese paga senza problemi, perché far saltare un meccanismo chiedendo alla persona sbagliata?
Troviamo conferma di questo in un decalogo trovato tra le carte di Lo Piccolo: “non chiedere il pizzo a parenti di poliziotti, parenti di magistrati…”. Da qui la nostra convinzione che sia consigliabile resistere fin dal primo approccio, in quanto garanzia di non essere toccati: garanzia non assoluta ma abbastanza probabile.

Quanto stanno contribuendo a questo particolare momento le istituzioni?
Fatte salve le istituzioni più classiche dello stato nazionale, che sono le forze dell’ordine e la magistratura, per il resto abbiamo il vuoto pneumatico. Basti pensare al tasso di condannati che ci sono in politica. Basti pensare alle modalità con cui viene amministrata la cosa pubblica. Basti pensare al fatto che il comune di Palermo, tanto per fare un esempio, non si è mai costituito parte civile durante un processo, di fianco a quegli imprenditori che hanno denunciato. Non fanno questo e non fanno neanche il loro dovere quando si tratta di fare appalti o selezione delle imprese. L’inadeguatezza delle istituzioni pubbliche locali è ancora assolutamente abnorme.

Quanto è stata importante in questa fase della lotta alla mafia, la posizione di Confindustria nei confronti di quegli industriali che continuano a non voler denunciare?
È stata indubbiamente molto importante la presa di posizione di Lo Bello, il presidente regionale di Confindustria. Presa di posizione molto forte che ci ha rincuorato moltissimo: abbiamo cominciato a sentire allentarsi un po’ l’attenzione sulla nostra associazione, che comincia ad avere un ruolo un po’ vistoso anche nella aule giudiziarie. Naturalmente siamo vigili e attenti, perché alle parole bisogna far seguire i fatti. Il che vuol dire fare pulizia effettiva, allontanando gli imprenditori finti e i collusi. È un processo che va seguito con attenzione, e che, se concreto, non può che darci grandissima soddisfazione. Uno degli obiettivi che ci poniamo è proprio quello di cambiare le istituzioni e le loro politiche, siano esse istituzioni locali, enti economici o associazioni di categoria rappresentative. Ma ad oggi vediamo ancora molti imprenditori ricoprire cariche di un certo rilievo, ma che mantengono delle ambiguità che vanno chiarite, cancellate. Addirittura tempo fa era stato eletto vicepresidente della camera di commercio per una decina di giorni una persona che è strettamente imparentato al boss Della Calza – Spadaio, e che tuttora è presente nella giunta camerale. C’è ancora moltissima strada da fare e non intendiamo fare sconti a nessuno, per cui ben vengano le prese di posizione, ma poi a queste devono seguire dei fatti concreti.

Libero Futuro nasce un po’ dall’esperienza di Addio Pizzo. Libero Futuro è un punto di arrivo o un punto di partenza?
Addio Pizzo è un movimento di consumo critico che mette insieme consumatori e imprenditori, nel tentativo di creare uno spazio anche economico pulito, che sia accogliente per gli imprenditori che decidono di denunciare, e non lasciarli soli. Il movimento che si è creato ha determinato un fermento nel mondo imprenditoriale che non ha prodotto solo denunce, ma anche una diversa coscienza ed un nuovo atteggiamento nei confronti del racket. Ed è stato così rapido da imporre la costituzione di una associazione antiracket adeguata alla nuova situazione che si andava creando. Dal momento che nessuno prendeva questa iniziativa, i ragazzi di Addio Pizzo hanno dato vita ad una associazione di imprenditori che svolge una vera e propria funzione di servizio per coloro che decidono di denunciare ma non sanno in che direzione andare, a quali uffici rivolgersi, e soprattutto non sanno che cosa li aspetta. Libero Futuro fa esattamente questo: li rasserena, li tutela, li sorregge, e soprattutto non li lascia soli in un aula di tribunale.

Addio Pizzo ha anche l’abitudine di costituirsi parte civile in procedimenti che riguardano il pizzo.
È una cosa che Addio Pizzo fa fin dalla sua nascita, tra l’altro svolgendo un ruolo molto importante e innovativo, come quando abbiamo deciso di costituirci parte civile non solo contro gli estorsori, ma anche contro l’imprenditore che nega. Come confermato poi dai giudici, l’atteggiamento omertoso dell’imprenditore che nega contro l’evidenza dei fatti di avere pagato il pizzo, ha di fatto danneggiato il mercato, avvantaggiando un sistema che ne distorce le regole. E questa nostra azione ha già avuto un riconoscimento in sede processuale.

Condivide la scelta de La Repubblica di Palermo di pubblicare i nomi di quegli imprenditori presenti nell’archivio di Lo Piccolo, che non hanno denunciato le estorsioni?
Devo dire di no. Rivelate in questo modo, può accadere che indagini tanto complesse da non poter essere racchiuse in un semplice atto giudiziario, possono essere compromesse. Abbiamo prova tangibile di casi concreti danneggiati da quella pubblicazione, rischiando anche di compromettere seriamente le indagini. Sarebbe auspicabile un maggiore senso di responsabilità da parte degli organi di stampa: non parlo di regole, ma di una maggior prudenza nel riportare i fatti che tenga conto delle situazioni concrete. In una situazione come quella attuale di Palermo, dove c’è collaborazione, ma le paure sono ancora molte, la pubblicazione di nomi, fatti e di dettagli dei verbali degli imprenditori che hanno cominciato a collaborare, si rivela dannosa. Gli imprenditori che stiamo cercando di convincere a denunciare di fronte a questi fatti si tirano indietro, nel timore che il loro nome e quello delle loro aziende finiscano sui giornali. Se i giornalisti avessero il buon senso di raccontare i fatti omettendo i nomi, almeno in una prima fase, si attenuerebbe l’effetto devastante che ha avuto fino ad oggi. Siamo fortemente contrari a questo modo spregiudicato di fare giornalismo, in cerca del fatto eclatante senza tenere conto del lavoro che si sta facendo per convincere queste persone a denunciare. Questo uso delle informazioni non solo danneggia il difficile percorso avviato con gli imprenditori, ma finisce anche col screditare le istituzioni che hanno lasciato fuoriuscire queste informazioni. Basterebbe comprendere che agiamo tutti in una situazione difficile, in cui è il caso di evitare di sovraesporre l’imprenditore, non perché reticente ma perché creare personaggi simbolici può essere pericoloso. Preferiamo distribuire la responsabilità e la visibilità su tanti imprenditori che su pochi eroi solitari.

Oggi si ha la sensazione come se ci fosse un vento positivo che sta scuotendo la Sicilia. Può essere questa una strada per sconfiggere la mafia?
La mafia è un fenomeno che dura da secoli. Saremmo degli illusi se pensassimo di risolvere il problema in poco tempo. Bisogna però essere anche ottimisti e capire cosa avviene nella società. Siamo in Europa, e Sicilia, Calabria, gran parte del Sud Italia non possono continuare a vivere in questa condizione di arretratezza come una sorta di malattia cronica ineluttabile, altrimenti il nostro futuro, quello dei nostri figli non potrà essere che di andare via. Non c’è sviluppo, non ci sono aziende estere che investono: ci sono una serie di indicatori molto preoccupanti, che dicono che bisogna voltare pagina. E questo lo stanno cominciando a capire le nuove generazioni che non sopportano più quello che hanno sopportato i loro padri. C’è un evidente elemento di rottura, ma è una strada lunghissima perché il problema della Sicilia, il problema mafioso, il problema sociale vanno ben oltre il pizzo: il pizzo per noi è un perno per coinvolgere i cittadini in una battaglia, una presa di coscienza, una rivoluzione culturale. Ma è una lotta enorme quella che c’è da fare: bisogna cambiare le istituzioni, la politica, la classe dirigente. Probabilmente il mio è un volo pindarico, una acrobazia, ma sicuramente stiamo contribuendo a creare uno spazio più libero, un’area virtuosa di autodifesa. Noi fondiamo tutto sulla consapevolezza che questo fenomeno va combattuto non solo dalle forze dell’ordine ma anche dal cittadino, da ogni singolo imprenditore, altrimenti il cammino si perpetuerà. Questo è il nostro principio guida: ogni singolo consumatore deve fare quotidianamente la sua scelta, ed ogni imprenditore non deve aspettare che sia lo stato a individuare e arrestare l’estorsore, ma rifiutarsi di pagare, denunciare, contribuire agli arresti. Altrimenti ci sarà un altro mafioso che andrà a riscuotere il pizzo. E partendo da questo può darsi che pian piano nel tempo potremo anche ristabilire regole democratiche alla politica e all’economia e rideterminare quelle condizioni di sviluppo che meritiamo, ma che in questa condizione non avremo.

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