Spoon River delle cose

Alberto Valente

1.Pendola

Ormai sono passati molti, troppi anni, ricordo solo una casa, grande, nobile, dove potevo scandire le ore nel silenzio, sancivo il tempo dell’adunata per colazione dove un padre baffuto programmava a tavola gli incontri, gli acquisti per la famiglia, le azioni da comprare e quelle da vendere, salutava gentilmente una triste moglie e due bambinetti puliti dagli occhi chiari.
Sono sempre stata puntuale, lì sola nel corridoio, godevo delle attenzioni di una cameriera, che velocemente mi spolverava. Il ticchettio della mia pendola accompagnava il sonno della grande famiglia, fino al giorno in cui non arrivò un regalo dall’America, forse un parente, un amico, un cliente mandò quell’oggetto asettico coi cristalli liquidi senz’anima, coi numeri stampati, io così colta – bisognava aver fatto le scuole alte per leggere le cifre romane che portavo addosso.
Fu una mattina, a malincuore il padre, senza neanche ascoltare le deboli proteste della moglie triste, decise che era iniziato il progresso. Mi ritrovai qui tra cose senza pregio, senza valore, senza storia.

2. Maglia

Mi prendeva con dolcezza, la mattina prima di uscire, nei freddi mesi invernali, pregustando il calore e il piacere di avermi addosso.
Ricordo come rispondeva con orgoglio a chi le chiedeva da dove venivo – sono stata fatta a mano dalla mamma, che con tanto amore ha annodato l’azzurro al rosa di quei fili di lana mohair, mohair che nome dolce per una maglia.
Mi sentivo amata, desiderata, invidiata, dalle altre nell’armadio.
Poi cambiò la moda, un litigio furibondo con la mamma annodatrice e lei cominciò a trascurarmi e a trascurarsi, iniziò a ingrassare, lì davanti più che seni si erano gonfiati due air-bags, ai fianchi più che maniglie c’era un salvagente. Le stavo stretta, quasi insopportabile, le ricordavo qualcosa di brutto, lo so, mi appallottolava e sbatteva in lavatrice e dopo ogni centrifuga ero sempre peggio, triste, l’anima infeltrita, finché una mattina, dopo mesi di rabbia mi infilò di fretta davanti allo specchio, non era più la donna di un tempo, era una pallina triste. Non coprivo più bene quello strabordare di adipe, non lo trattenevo più, era uno sforzo enorme. Cedetti, il grasso mi lacerò, voleva arrivare lì per avere una scusa, per liberarsi di me, lo fece di nascosto, rosa di sensi di colpa, rosa come i miei fili.

3. Lavagna

Ne ho visti tanti, impacciati, pallidi. Balbettavano formule, date e poi tremavano mentre si appoggiavano a me. E io sempre lì stabile, nera ma mai cupa.
Da dietro la cattedra li scrutavo con severità, con liscia serenità, immobile contro la parete vedevo i sotterfugi, i bigliettini passare di mano in mano, i bisbiglii, i rossori, gli scherzi volgari.
Quanti ne ho visti cadere su Dante e Petrarca, sono stata vicino a quelli in castigo, non mi intenerivano, se lo meritavano il più delle volte, io poi dovevo essere neutra, ferma, non potevo affezionarmi, noi poi arriviamo dalla Liguria, dai monti di Lavagna, gente dura, silenziosa.
Nell’intervallo accoglievo sorridente le frasi scherzose, i gessetti stridenti, il morbido cancellino.
Sono sempre stata fedele, io. Anche quando chiudeva la scuola e mi lasciavano qui da sola con scritto buone vacanze aspettavo il loro rientro, paziente nel caldo di agosto.
Poi un giorno una circolare, una bidella infelice la portò. Cambiarono destinazione a quell’aula, sarebbe stata la stanza computer, due omoni pelosi mi staccarono senza tanti complimenti, feci un viaggio – già pensavo a un trasferimento per anzianità e meriti di servizio – poi un volo, un lungo volo giù dalla scarpata. Mi ritrovai qua nella discarica, tra televisori rotti, frigo inutili e sedie monche, tutti assolutamente muti, ignoranti, senza neanche la terza media.

4. Scarpa

Lo posso dire, sono abituata a toccare il fondo, ho percorso strade e pavimentazioni di tutti i tipi, ma di lusso, non mi abituerò mai a questo lerciume. Non mi sono mai trascinata, ho marciato, corso, mi sono piantata ma mai trascinata.
Chi mi aveva zoppicava leggermente, un lieve difetto, fatale a distanza. Sono stata trascinata qui per colpa dell’altra, la destra, senza midollo, flaccida.
Un giorno lui vide che c’era un buco nella suola di quella sciagurata; nel suo cervello aristocratico da albergo e barca a vela non esisteva l’opzione calzolaio, mi regalò insieme all’altra a una poveraccia, una smandrappata che faceva i mercati. Ho udito, ho odorato e calpestato di tutto, pomodori e mele marce erano il meno, marcii anch’io di tristezza e ribrezzo. Fui sostituita da due stivali di gomma anonimi, senza marca, viaggiai tra le cassette e i resti della mattina del mercato, altro che differenziarsi. Ma ho ancora la rabbia che mi sorregge e un giorno o l’altro la beccherò quella rammollita, la destra, la strozzerò con le mie stesse stringhe.

5. Tavolo

Sono vecchio, molto vecchio, ma mi sento forte, mi reggo ancora sulle mie gambe, sono l’ultimo della mia stirpe, quando ancora i mobili erano fatti di legno vero, prezioso. Profumo ancora di noce, quello che cresce vicino ai fiumi, laggiù nella piana dei ricordi, una verde vallata, limpida e soleggiata.
Per decenni ogni domenica si riunivano parenti e amici, sotto di me correvano i pargoli, sopra i maschi battevano i pugni e parlavano forte, ne ho sentite e viste di tutti i colori.
Le pentole bollenti e i pintoni si accumulavano e io sostenevo in silenzio tutto quanto.
Non si trattano così i vecchi. Morirono i nonni, una moglie danese si accasò con uno di quei pargoli diventato grande.
Non era mai contenta della casa, ogni giorno buttava via un pezzo quando il marito era fuori, finché un giorno, con la scusa del suo compleanno riuscì a farmi sostituire, parlando di tarli alle gambe; i miei compagni di stanza erano già morti, gettati qui intorno non so dove. La casa era a metà tra un ufficio e un ospedale, tutto plastica e metallo. Le domeniche si andava all’IKEA e quando si mangiava, biologico e macrobiotico, regnava un nordico silenzio.

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2 pensieri su “Spoon River delle cose

  1. Laura Giudici ha detto:

    Sorpresa ma neanche tanto della delicata poesia di questi testi… piccole favole gioiello.
    Sorpresa invece molto dai disegni.

  2. Dario Tozzoli ha detto:

    Ho letto soltanto adesso questo “Spoon River delle cose” e devo dirti, caro Albert, che mi è piaciuto molto. Questa tua capacità di identificarti con gli oggetti sa tirar fuori da essi quella parte di umanità, ivi depositata, che trascende la mera utilizzabilità di essi. Complimenti. Un abbraccio. Dario

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