In/occorrenza

Maurizio Aleo

– Domenica 08 Luglio 2007 –

C’è una Torino diversa, tutti i giorni.
C’è una Torino come città transitoria o intransigente, una Torino sempre in cerca d’una ennesima consuetudine da rilanciare, sempre a caccia di una spontaneità nuova, più originale, più cangiante o da ricelebrare ancora.
Ma c’è anche una Torino dei gesti ripetuti, disvelati sempre come ovvi o rituali: una Torino mattiniera, che vive in quell’anticrepuscolo che è il limitare cedevole della notte, allorquando, in quei quarti d’ora squarciati d’insonnia e sospesi intorno alle 5 del mattino, l’oscurità sudaticcia delle luci elettriche scompare e l’aria tutta si ristora di una freschezza più chiara, più lampante, seppure più effimera in quella sua così adamantina parvenza. E le sue membrane, allora, si muovono con quel bradipismo tipico dei sonnambuli incapienti, mentre buona parte della sua maggioritaria corpulenza di chiasso, business, shopping, internet points o merchandising dorme di pia incoscienza come un puledro emaciato di tachicardia.
E si esce, in questa ora così leporina, alla cerca di un binocolo più quieto o come a caccia di un’insolita aiuola di silenzio. Si vedono angoli che sembrano ignoti in questa apparecchiata prospettiva di diversità, ad esempio nell’inseguire l’asse di C.so Umbria / v. Borgaro, che taglia di sbieco il confine fino all’alba; oppure nei pressi di quella dimessa dimensione che è la stazione dei treni quand’è inservibile: qui, nei paraggi di Porta Nuova, per dire, tra le sue costole di viuzze ben ordinate come una sospetta palude, oppure sulla sua vertebra regia d’alberature lungo tutto C.so Vittorio.
Ci sono figure anonime e ancora pressoché taciturne che emergono dal vacuo murario, se appena si acciglia lo sguardo di una diversa intenzione, a cogliere quasi un accidentale catalogo umano. Si vedono sagome incongrue all’ordinarietà affannosa del tempo diurno, giornaliero di scabra luce, e si muovono a bella posta nella residua assenza di vita, riparati e quasi appostati in quei loro gusci univoci e discreti: un edicolante alza le tapparelle e raccatta i suoi cubiti di carta ristampata a noia e ridondanza; un albergatore spazza l’uscio mezzo spento ed imbrattato lievemente di scartoffie sotto ai portici; qualcuno della vigilanza si riavvia alla sua dimora, forse, dopo aver di nuovo estinto il suo giro odierno di protettorato in fac-simile; un autista d’autolinee per la riviera, fermo a un incrocio, dal finestrino abbozza un cenno di saluto a un netturbino che racimola grossolanamente mozziconi, cocci e le foglie secche lontane dai cestini.
C’è un che di quotidiano che indugia, al di qua di ogni sospetto, in un automatismo che risponde, ma scevro dalle condizioni abnormi della fretta: si sbobina la vita con un più decente distacco in quell’oasi di tregua che accondiscende al prossimo risveglio lento di boati.
Anche i semafori ancora tentennano, in quella loro giallognola e disfunzionale intermittenza.
Un barbone ronfa, steso tra i cartoni e i reumatismi, mentre due maghrebini svoltano dietro a un portone, che si presenta aperto e con imprecisabili iniziali scritte a mano sui campanelli. Intravedo un barista, dietro ai vetri opachi di polvere e tendine lise, che riaccende la solerte macchina del caffè, e un’anziana figura che si trascina i piedi in una laterale via: ha le mani azzuffate di sacchetti in naylon – quelli a scacchi, che i pensionati usano a Porta Palazzo per farci la spessa grossa al sabato – e passa per uno slargo dove deposita del pane secco sbriciolato per i piccioni; poi s’infila in un cortile, e ad un angolo vicino una tettoia apre scatolette di carne per i gatti, che gli si affiancano sinuosi da ogni lato, mentre la vecchia bofonchia qualcosa di consueto in risposta e commiato a tutte quelle randagie effusioni.
Noto il diradarsi progressivo delle insegne al neon, che cedono il passo al primo baluginio di luce naturale, mista d’arancio, turchese ed emulsioni limpide di lilla, prima che si avventi d’omogeneo splendore il sole. Sull’altra metà della volta permane l’oceano bistro d’ombre, ma ancora solo per un breve capogiro di stelle diafane, cancellate dai ritagli dei palazzi e del loro elettrico riverbero costellato di lampioni.
Alla fine – chissà – si correrà, tra un marciapiede e l’altro, dietro a file di persiane chiuse d’ovatta, in preda a un input come di meraviglia e sollazzo, in quell’esaltato guazzabuglio di cicalecci e trilli che gli uccelli, di nascosto tra le fronde, espandono per l’incipiente dì: e si corre, si corre coperti d’ebano sonoro e filastrocche, liberi come una nota di pentagramma nell’alea di una svista, quasi librati in tutta questa musica sottintesa alla sintassi sonnolenta della città.
Ma nell’accasare, non avrai più nessun bisbiglio da confidare al tuo vuoto cuscino affianco, perché un’altra chimera s’è disciolta nel tuo perenne errare.

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