La teca dei ricordi

Salvatore Smedile

Verso Santiago (2003), foto di Rocco Natella.

Parlare con tutti è parlare con nessuno; essere ovunque è non essere da nessuna parte; fare molteplici cose è, spesso, non farne nessuna. La quantità che si guadagna in velocità è inversamente proporzionale alla qualità che si perde. Siamo abituati a guardare talmente lontano che ci stiamo sradicando dai territori che abitiamo.
Ma, per fortuna, c’è nell’aria un sano bisogno di rallentare, di tornare con i piedi per terra. Anche gli intellettuali e gli uomini di scienza stanno ritrovando il gusto di confrontarsi con il pubblico fuori dai convegni, dalle aule universitarie e dai laboratori, il piacere di sudare un po’ dal vivo, di stancare il corpo, di incarnare quello che pensano.
Su Radio 3 si è appena conclusa l’ennesima trasmissione sul Cammino di Santiago. Mi sono divertito ad ascoltare le digressioni di Oddifreddi, Balzania e Cardini che disquisivano di fede, ateismo, verità, corpo, mente, scopo del viaggio con argomenti saldamente fondati su punti di vista differenti.
Ma quello che ti dà un vero camminatore non potrà mai dartelo un uomo di concetto. Quando sento che parole e letture hanno preso il sopravvento mi riequilibro e mi consolo incontrando persone che sono ciò che dicono. Una di queste è Riccardo Gramegna. In pensione da qualche anno, è per me un pozzo di verità, un oracolo che mi restituisce il senso prezioso della quotidianità.
Quando ci troviamo si sconfina inevitabilmente nei suoi viaggi e nelle immagini che ne conserva e che riesce a portare a casa. Fortunati Andrea e Fabio, i nipotini a cui le sue storie incredibilmente vere allargano il mondo ed eccitano la fantasia. Quest’inverno, a causa di una forte nevicata, sono rimasti per due giorni bloccati con lui nella casa di montagna. I genitori, rimasti a valle, non se ne sono preoccupati più di tanto: sapevano che con nonno Riccardo non ci si annoia mai e la televisione è superflua.
Anch’io, ascoltandolo, torno un po’ bambino. Il suo racconto è sempre asciutto ma efficace. È uno a cui piace muoversi in solitaria prima dell’alba, quando la natura e gli uomini sono ancora addormentati, per trovarsi su un punto particolare di osservazione: una collina, un promontorio, da cui vedere sorgere il sole, spiare gli animali che si muovono indisturbati dalle luci del giorno e dai rumori. Quando andava a scuola, prima di entrare in classe, si nutriva senza fatica di una parte di mondo girovagando a piedi per il quartiere. Era il suo rituale di risveglio, il suo modo di entrare giorno senza preconcetti, la sua preghiera panteista.
Naturalmente ad un camminatore come lui non poteva mancare un viaggio a Santiago de Compostela, il premio che si è concesso per la pensione. Per lui è stato un qualcosa di speciale, un argomento di quelli per cui bisogna sedersi con calma intorno ad un tavolo, magari con un buon bicchiere di vino davanti. Quando Riccardo torna con la mente a quei giorni il tempo si ferma. Prende la teca (così la chiamano scherzosamente in famiglia) dove custodisce intimamente e gelosamente i suoi ricordi: un diario, fogli con appunti, mappe del percorso, foto, articoli di un giornale su cui è apparsa una sua intervista, l’ultimo pezzo di un accappatoio consunto che verso la fine utilizzava come asciugamano. Uno scrigno, una cassaforte in cui ha rinchiuso una parte di sé non per tenerla segreta ma per salvaguardarla, per farla rivivere. Chissà cosa ha annotato su quel quaderno nero! “Io sono un uomo tecnico a cui hanno insegnato che il superfluo è una perdita di tempo”, è solito dire. Eppure sono sicuro che quelle pagine che non oserò mai chiedergli di leggere confermino questa immagine che riferisce di sé.
Riccardo non lo sa ma ha lo sguardo del viaggiatore che scrive. Sentirlo parlare è come leggere un libro, incontrare luoghi, situazioni e personaggi di un mondo comune che non esiste fino a quando lui non lo nomina. Ed è come se l’avessi conosciuta anch’io quella settantenne stufa della via americana al progresso giunta in Europa in cerca di sé; è come se ci fossi stato là con loro in quella cena a parlare con quegli sconosciuti e con quel prete spagnolo incapace di mentire.
Un’altra cosa non sa, Riccardo: potrebbe andare in giro per il mondo a raccontare storie. Può darsi che non ne conosca tante ma quelle che sa riesce a farle vivere perché ogni volta sono diverse eppure uguali. Ti fa tornare, anche se non ci sei mai stato, in luoghi che ti sembra di conoscere da sempre. Una lumaca, un camoscio, l’odore di una stalla, il profumo di un fiore, il pulviscolo di una radura, la sterminata distesa dei campi di girasole, sono fotografie che ti si imprimono nella mente e diventano sguardi dei tuoi ricordi. In fondo, si viaggia per ricordarsi che siamo vivi.

2 thoughts on “La teca dei ricordi

  1. Ok a camminare ma se tocca farlo con Oddifreddi che pontifica su massimi sistemi, preferisco correci insieme (così sintetizza per prendere fiato) anzi meglio scendendo un ghiaione (col suo caratteristico rumore di sacco di noci rovesciato si copre qualsiasi ribollita).
    Ciao

  2. SkaPigliata ha detto:

    Se questo Riccardo Gramegna è il presidente europeo di “Gandhi in action” penso di averlo conosciuto e posso confermare che è una persona davvero squisita!

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