La zona

Maurizio Ermisino

TITOLO ORIGINALE: La zona; REGIA: Rodrigo Plà; SCENEGGIATURA: Rodrigo Plà, Laura Santullo; FOTOGRAFIA: Emiliano Villanueva; MONTAGGIO: Ana García, Nacho Ruiz Capillas, Bernat Vilaplana; MUSICA: Fernando Velázquez; PRODUZIONE: Messico/Spagna; ANNO: 2007; DURATA: 97 min.

“Neorealismo preventivo”. Con queste parole Boris Sollazzo di Rolling Stone e Liberazione ha descritto La zona di Rodrigo Plà. E ci sembra giusto aprire con queste parole la recensione, visto che è forse la migliore definizione che è stata data a questo film, perché ribadisce come anche un’opera che lavora sull’enfatizzazione di elementi reali sia molto vicino alla realtà. Quella del titolo è una zona residenziale recintata e videosorvegliata, dove un gruppo di famiglie benestanti si è rifugiato riparandosi dal mondo. Cioè dalla povertà delle favelas di Città del Messico. A seguito di un incidente, e di uno squarcio nella recinzione, due giovani riescono ad entrare, per poi decidere di compiere un furto. Una donna e uno dei giovani perdono la vita, mentre l’altro resta imprigionato nella “zona”. Scatta così una sorta di caccia all’uomo privata, dalla quale l’autorità pubblica resta fuori, non richiesta, non voluta, impotente. Si capisce da subito, allora, che questo gruppo di persone ha deciso di adottare delle proprie regole, di risolvere al suo interno ogni questione. È un modo per difendere i propri privilegi e la loro ricchezza.
Fantascienza o realtà? La seconda, purtroppo: La zona è un film che parla del Messico di oggi, dove abita uno degli uomini più ricchi del mondo, ma migliaia di persone vivono in povertà, dove il sistema fiscale è molto lontano da una politica redistributiva, e sembra non toccare i grandi patrimoni, come ci ha raccontato il regista (esordiente) Rodrigo Plà alla presentazione romana della sua pellicola. Ma La zona è anche un film che ci riguarda tutti, parla di tutto il mondo. Il muro che divide la “zona” dall’esterno è qualcosa di universale. Come la barriera tra U.S.A. e Messico, o il muro israeliano. Come quello che a Cittadella segrega in un ghetto gli extracomunitari. Come il divario tra il Nord e il Sud del mondo, tra chi ha tutto e chi ha niente. Si tratta di un muro che ne rappresenta altri mille. Il senso de La zona sta tutto nella sequenza con cui inizia: si tratta delle immagini idilliache di una zona residenziale, una serie di ville con giardino, ricche di verde, che sembrano sinonimo di quiete. Ma dopo una lunga carrellata si fermano su un filo spinato e una telecamera a circuito chiuso. Tra le immagini inquietanti in bianco e nero e sgranate dei video di sorveglianza e i verdi smaglianti dei prati delle zone residenziali, La zona cattura subito con la forma del thriller, raccontando una caccia all’uomo. Ma ben presto si capisce che è qualcosa di più. Sotto la veste del thriller si nasconde un racconto dal respiro più ampio, che parla dei privilegi di quei pochi che sono abituati ad avere tutto e ad esercitare una propria moralità, al di là di leggi e diritti umani. Persone secondo le quali tutto si compra, anche la giustizia. E l’esempio è dato anche ai figli, che crescono emulando la violenza dei padri: si veda la scena in cui improvvisano una “ronda” muniti di mazze da baseball. Una scena che accostata alla realtà italiana di oggi fa venire i brividi.
Nel microcosmo della “zona” si ricreano anche i meccanismi dell’odierna gogna mediatica, dove tutto si enfatizza per raggiungere i propri fini: il ragazzino che incautamente, e per caso, assiste a un omicidio, con un breve processo sommario e contumaciale, come quelli che avvengono oggi sui giornali e nei salotti televisivi, viene bollato come colpevole. E definito anche stupratore. Si affibbia un’etichetta, si incasella e si definisce, a priori, senza informarsi e conoscere. Ma quello della “zona” è anche un microcosmo in cui si riproducono su piccola scala fenomeni politici, come l’arroccarsi delle oligarchie che portano alla nascita di fascismi e totalitarismi. È un film da guardare con attenzione, per stare all’erta, per tenere sempre viva la soglia dell’attenzione. Perché la storia (e l’attualità) ci insegna che certi pericoli sono sempre vivi.

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