Venezia tra kitsch e chic

Carlotta Scioldo

Fotografia di Carlotta Scioldo

Vie strette, flussi che scorrono dentro le sue vene, Venezia è frammentata, è estetico labirinto di pietra. Se giungi al suo contorno, lì è spazio aperto: l’acqua davanti a sé, il suo fare rettilineo conduce i passeggeri a uguale ritmo dei loro piedi, la vasta visione si apre solo sull’acqua, il resto è indifferenziato, muto, evocativo, silenzioso, barocco, rococò… il fermento non sta nella città, nel suo muoversi tra le calli, sta nell’incontro statico, nei vini frizzanti, nei laboratori universitari e in illustri docenti.
Tra il kitsch e lo chic la si gira, la si capovolge, si percepiscono la nascosta vastità di spazi vuoti, abbandonati, ristrutturati, ma non vissuti, non usati; ci si chiede se questo avvenga per la mancata domanda e risposta di pubblico e istituzioni, per l’imbarazzante mercato che ha il suo fulcro su un turismo “da maschera e vetro” autosufficiente.
Città d’arte per eccellenza si muove su due binari: quello del baluardo della contemporaneità istituzionale che la risveglia dal suo torpore creativo poche volte l’anno, per le biennali e per la Mostra del Cinema, e in questo caso riaffiora l’economia del turismo di massa, anche se radical chic, e quello di tradizione stabile e impolverata dell’Accademia e della Fenice.
Manca lo stato di mezzo, la “fervenza” che vive nei tentativi, nella pura creatività della prova, negli spazi rivissuti in modo differente, nelle forme che prendono vita per poi crollare, nella sperimentazione, nella non istituzionalizzazione.
Una delle poche città che ha spazio da riempire ma non viene sfruttato a causa di taciti patti tra i pendolari troppo frettolosi e chi Venezia la usa solo come passaggio…
Spazio, vasto, utilizzato, allestito, questa è la conquista. Spazio vuoto degno di vita, ancora informe già pregno di sua propria memoria. Sede della più antica fabbrica del mondo, legato al periodo florido della Serenissima, i vasti cantieri navali dell’Arsenale sono del tutto preclusi dall’uso civile, utilizzati solo parzialmente dalla marina Militare, ora dalla Biennale per pochissimi mesi all’anno.
Luoghi inediti, ristrutturati vengono aperti in giugno per la prima volta, dopo la ristrutturazione ad opera dell’Arsenale di Venezia spa, al pubblico per “RE: Public”, esibizione nostalgica dei Salon des refusés parigini: Re: come “reply” della risposta mail, “public” come pubblico. Risposta pubblica, o del pubblico. Più di 100 artisti non ammessi all’ultima Collettiva Bevilacqua La Masa – fondazione istituzionale veneziana che gestisce il giovane mercato artistico- si confrontano con il giudizio e il punto di vista degli spettatori.
Interessante l’iniziativa, ma sicuramente il contenitore vince senza paragone sul contenuto, l’allestimento è scenografia autosufficiente, evocativa, motivo di design, spazio di fruizione esperienziale; lo spazio museale da neutro diventa pregno di sua propria vita, l’architetto è ora figura ibrida di curatore-allestitore-scenografo.
Non ci sarà una nuova ondata espressionista, non ci sarà una nuova ondata creativa dei refusés ormai logori; l’opera d’arte si è ingigantita o fluidificata, è diventata architettura d’interni e ristrutturazione in modo innovativo di aree inusuali. La tendenza della nuova ondata di urbanisti e di managers d’arte è sfruttare zone industriali ristrutturate come dispositivi museali o di eventi: si produce così un’inversione di statuto artistico da contenuto a contenitore dove l’architettura d’interni diviene opera e confluisce con il dispositivo scenico stesso.
Venezia allora si allinea con la tendenza della sfera artistica europea, istituzionale, ma innovativa, dimenticandosi per un attimo i suoi appuntamenti per il grande pubblico, lasciando da parte la città che si fa bella per vendersi, cerca piuttosto di proporre spazi differenti, e più inusuali ancora per Venezia, il cui sguardo architettonico è assuefatto a un gusto omogeneo.

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