Informazione e intercettazioni: intervista a Enrico Bellavia

Maria Genovese

Quale è lo stato di salute dell’informazione in Italia, e soprattutto in una situazione “di frontiera” quale può essere la Sicilia? Per capirlo prendiamo le mosse da un evento che ha toccato la redazione di Palermo de La Repubblica, lo scorso dicembre tra natale e capodanno, e ce lo facciamo raccontare da Enrico Bellavia, cronista de La Repubblica di Palermo e segretario di Assostampa.
La vicenda è drammaticamente semplice. Repubblica è venuta in possesso di alcuni pizzini che riguardavano il boss Lo Piccolo, in cui si parlava diffusamente dell’imposizione del pizzo a commercianti e imprenditori palermitani, ed ha deciso di pubblicare questi nomi obbedendo all’imperativo di dare le notizie di cui si viene in possesso. Come è normale la magistratura ha aperto una inchiesta sulla presunta fuga di notizie, e come è normale ha proceduto alla perquisizione dei locali del giornale, alla ricerca di documenti giudiziari che si supponeva essere stati trafugati. Quello che è anomalo è che la magistratura abbia ritenuto di procedere al sequestro di tre computer, quello dei due colleghi che avevano materialmente firmato l’articolo, e quello del caporedattore. È una anomalia perché in genere si procede al sequestro o alla verifica del materiale contenuto nel computer dell’estensore dell’articolo, non del caporedattore, che ha un ruolo che possiamo definire notarile, sia pure molto professionalizzato: il giornalista porta la notizia al giornale e il caporedattore si assume la responsabilità della pubblicazione; un capo redattore non entra nel merito delle qualità delle fonti. Non le chiede, né peraltro verifica di persona il materiale dal quale il giornalista attinge le informazioni. Per cui è alquanto improbabile che il caporedattore fosse in possesso di chissà quali segreti. A parte il fatto che portare via 3 computer alle 7 della sera, dopo due ore di perquisizione, rischiava di compromettere l’uscita del giornale dell’indomani, il particolare più importante è che successivamente abbiamo appreso che i due colleghi erano stati iscritti nel registro degli indagati per una ipotesi gravissima, che è favoreggiamento aggravato alla mafia. Come se l’aver pubblicato delle notizie che si presumevano riservate, costituisse di per sé un favore intenzionale a Cosa Nostra. Si tratta per intenderci dello stesso reato contestato al presidente della regione Cuffaro, il quale è stato per questo reato condannato con la esclusione dell’aggravante dell’art. 7, che è appunto l’aggravante dell’aver favorito Cosa Nostra. Il reato presupponeva l’accesso alle intercettazione dei colleghi, cosa ancora più grave. Un giudice ha vagliato questa richiesta e l’ha respinta. Noi però ne siamo venuti a conoscenza e questo ha comportato una sollevazione dell’intera categoria a difesa della libertà di informazione. Un giornalista nell’esercizio del suo lavoro ha il dovere di pubblicare le notizie, anche quando viene a conoscenza di alcuni segreti che altri devono custodire; altri hanno questo mandato imperativo, non i giornalisti.

Per aiutarci a capire meglio la situazione, cosa è considerato pubblicabile e cosa no? E quando una notizia “non pubblicabile” diventa “pubblicabile”?
Se ci muovessimo nel solco del codice è pubblicabile a guida di resoconto tutto ciò che è a conoscenza della persona offesa dal reato. Tuttavia il codice stesso vieta la pubblicazione di atti istruttori in maniera conforme: le intercettazioni in fase di indagini preliminari non sarebbero pubblicabili, se non dopo la definizione di alcuni adempimenti istruttori scaglionati nel tempo. Si arriva alla pubblicazione integrale di alcuni atti solo dopo le sentenze di 1° grado: il che significa che non avremmo in Italia una vera cronaca giudiziaria, in quanto non potremmo praticamente pubblicare nulla. In teoria ci dovremmo fermare davanti al fatto che una persona è ricercata e come tale non è a conoscenza dell’atto che la riguarda. Sono distorsioni del sistema con le quali facciamo i conti giornalmente. Il segreto professionale esiste solo per i giornalisti e cade di fronte all’autorità giudiziaria, che può ritenere il giornalista che si appella al segreto professionale una fonte reticente, e come tale, intralciando la giustizia, è imputabile del reato di reticenza. La questione non è di facile soluzione. C’è un confine attraversato il quale il giornalista si avventura in un terreno oggettivamente minato, e lo fa nella piena consapevolezza che il dovere di un giornalista è di pubblicare le notizie. È chiaro che esplorando il limite ci si scontra con le iniziative della magistratura, ed è giusto che la magistratura tenda a perseguire presunti reati. Il problema è che ci sono reati e reati: probabilmente nel caso di specie è stato violato un segreto, certamente non è stato fatto un favore alla mafia. Contestando un reato del genere ad un giornalista di Repubblica, quale che sia la sua storia personale, si finge di ignorare qual è la storia di una testata che in Sicilia in particolare, e in Italia in generale, ha rappresentato un baluardo imprescindibile nella lotta alla mafia. Ancora 20 anni fa Repubblica scriveva di mafia quando altri giornali ne negavano l’esistenza e la relegavano ad un fenomeno inventato dai comunisti.

Quasi in contemporanea, un altro singolare episodio si è verificato nella redazione del Giornale di Sicilia, altra testata storica della regione, dove la direzione ha impedito la pubblicazione della notizia del pentimento di Antonino Nuccio. Evento di natura completamente diversa ma anche qui una forma di limitazione della libertà di stampa.
Siamo ad un paradosso costante che si insegue e può essere analizzato sotto un’unica lente. All’indomani della nostra pubblicazione del libro mastro di Lo Piccolo, il Giornale di Sicilia da via libera alla pubblicazione dello stesso libro mastro con alcuni particolari che per motivi di economia di spazi la Repubblica non ha pubblicato. Passati alcuni giorni la Repubblica pubblica la notizia del pentimento di un uomo del clan Lo Piccolo, Antonino Nuccio. Apprendiamo successivamente che anche il Giornale di Sicilia era nelle condizioni di pubblicare, anche con due giorni di anticipo su di noi, la stessa notizia verificata e controllata. Il giornalista aveva verificato con professionalità estrema che la pubblicazione di tale notizia non fosse di nocumento per la sicurezza personale dei familiari del pentito, che è il primo obiettivo che un cronista deve porsi, e neanche alle indagini. Ma la direzione del giornale impone di pubblicare la notizia a condizione che dentro il pezzo ci fosse un “virgolettato”, una dichiarazione ufficiale della procura che confermasse la veridicità della informazione. È evidente che nessuno della procura avrebbe confermato con nome e cognome una informazione che, se non segreta, è quanto meno abbastanza riservata. Nessun magistrato si esporrebbe alla violazione di un segreto a mezzo stampa. Ovviamente c’è una sollevazione dei colleghi del Giornale di Sicilia che impiantano uno sciopero nei confronti del direttore/editore del giornale: un editore può decidere come vuole sul proprio prodotto, quello che non può fare è di conculcare la professionalità di un giornalista. Chiedere ad un giornalista di farsi correo di una fonte nella violazione di un segreto è un qualcosa che entra a gamba tesa nella deontologia professionale, la violenta pesantemente e obbliga il giornalista a cercare fonti impossibili per pubblicare le notizie. I giornalisti si muovono su basi di fonti fiduciarie per cui è molto difficile arrivare a quei virgolettati pretesi dalla direzione. Si è trattato in pratica di un atto di censura puro e semplice, contro il quale i colleghi del Giornale di Sicilia si sono ribellati. Va anche detto che come accaduto in altri casi in presenza di sciopero, la direzione del giornale ha chiamato a raccolta pochi fedelissimi quadri del giornale e sono comunque andati in edicola contro la maggioranza dei redattori che invece si sono astenuti.

Sono molti gli eventi che stanno interessando il mondo dell’informazione in Sicilia, non ultime le minacce dirette a giornalisti che si occupano di mafia.
Attualmente è difficile la situazione dell’informazione in Sicilia: ci sono le iniziative della magistratura, le iniziative censorie, ci sono gli scioperi, ma poi ci sono su tutto le minacce. Si è tornati ad una stagione assai cupa. Sono almeno 3 o 4 gli episodi gravissimi di minacce e di intimidazione ai colleghi, che spingono decisamente l’acceleratore su una pessima abitudine che spesso i giornalisti italiani hanno, che è quella dell’autocensura: alla fine prevale il “chi me lo fa fare a pubblicare una notizia se poi mi ritrovo minacciato, censurato e per di più indagato dalla magistratura”. Tanto vale scegliere il quieto vivere, passare le veline ufficiali e partecipare anche a questo rito collettivo che è sempre meno informazione e sempre più propaganda.

E qui nasce la perplessità da parte di chi non è direttamente a contatto con la realtà siciliana. Se di un evento non ne parla la tv, il giornale o il blogger più famoso d’Italia, quello che succede nel mondo non esiste. E quindi, la situazione dell’informazione in Sicilia non esiste, perché degli episodi di cui abbiamo parlato non si trova quasi traccia. Perché? Cattiva informazione, collusione o cosa?
Questa è una distorsione del sistema. Giocano vari fattori in queste vicende. Relativamente alla faccenda di Repubblica gioca una certa antipatia nei confronti di un giornale considerato un po’ corsaro che non si piega di fronte all’autorità costituita. C’è quindi un conformismo della categoria che gioca un ruolo. C’è poi un fatto non secondario, un contesto. Repubblica viene messa sotto inchiesta e subisce un “fuoco amico”. Spesso Repubblica è stata considerata nelle sue cronache giudiziarie locali una quinta colonna della magistratura militante, della magistratura antimafia, delle cosiddette “toghe rosse”. Nel momento in cui Repubblica decide di mettere in pagina una notizia giudiziaria che da fastidio alla magistratura, subisce il fuoco di quella stessa magistratura che in altre occasioni ha difeso sulla trincea dell’antimafia e dell’impegno civile. Tutto questo imbarazza molto i colleghi: imbarazza assai poco i giornalisti di Repubblica che sono abituati a confrontarsi con questo limite, lo esplorano senza riserve e senza subalternità di sorta, ma mi rendo conto che per molti colleghi è difficile distinguere il bene e il male, non capiscono più la logica dello schieramento. Il problema è che sfiorando quel limite si è arrivati al punto cruciale: non ci sono poteri costituiti di fronte alla libertà di informazione, non ci sono santuari inviolabili. Anche quelli più benevoli, più amichevoli, quelli che si è frequentato con maggiore comodità, come le stanze dei pubblici ministeri da parte di alcuni giornalisti. Nel momento in cui ubbidisci al mandato tuo, che è quello di rispettare la verità dei fatti e rispettare il lettore che ti compra ogni giorno e ha il diritto di essere informato, alla fine confliggi con i tuoi amici, le tue fonti amiche. Questa è la difficoltà più grande che forse spiega il silenzio sulla vicenda che riguarda Repubblica. Sulle censure è difficile confrontarsi. Ciascun giornalista subisce le proprie all’interno dei giornali, combatte ogni giorno per spostare l’asticella dell’autocensura più avanti per evitare che questo male assurdo ci travolga tutti e poi si deve confrontare con le censure che cadono dall’alto. L’informazione racconta poco l’informazione. Si parla poco dei giornalisti e del modo in cui viene fatta l’informazione e questo è un problema per i lettori, per il pubblico, per gli ascoltatori ed è un problema anche per i giornalisti più avveduti.

Magistratura e informazione: quale è la prospettiva alla luce del disegno di legge sulle intercettazioni?
Si tratta di un progetto liberticida, che sostanzialmente imbavaglia la stampa rendendo impossibile la divulgazione dei contenuti di una indagine anche a grandi linee. Oltre ovviamente ai risvolti sul lavoro della magistratura. Con questa legge non sarà più possibile scrivere nulla degli atti giudiziari, fino alla fine delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare, quindi anche nel momento in cui sui suddetti atti non c’è più segreto: non si potrà scrivere nulla se non il nome, forse il reato, ma non sui motivi che hanno portato ad un arresto o all’apertura di una inchiesta, e neanche sui motivi della sua discolpa. Chi lo fa rischia dai 6 mesi di carcere fino a 3 anni, nel caso in cui la pubblicazione riguardasse una intercettazione telefonica. Oltre a pene pecuniarie. Il pericolo è quello di andare incontro ad una serie di sanzioni, al di là del rischio di procedimenti penali, che possono portare fino al licenziamento, in quanto gli editori rischiano insieme con il giornalista. Si avrà quindi buon gioco a mettere la mordacchia ai giornalisti più intraprendenti e favorire quelli più “accondiscendenti” e “asserviti”. Ma al di là dell’aspetto che riguarda direttamente il futuro dei giornalisti, si tratta di un progetto liberticida sotto molti punti di vista. L’informazione non potrà più giocare il suo ruolo di “cane da guardia” dei potenti, nel senso di svelarne le malefatte, ma anche nel senso di vigilare sull’esercizio del potere proprio della magistratura, scrutare nelle loro zone d‘ombra. Non potendo entrare nel merito non sarà più possibile evidenziare i momenti in cui la magistratura utilizza male il suo potere, e smascherarne gli errori, dolosi o meno. Non potendo pubblicare gli interrogatori non sarà possibile sapere come una persona si difende, e quindi capire se ha ragione o meno. È una norma che viene spacciata per garantista ma che nella realtà è proprio l’opposto, perché la garanzia maggiore è proprio nella pubblicità del processo. Sulla pubblicazione di notizie c’è stata probabilmente qualche stortura, ammettiamo anche degli utilizzi impropri, ma già oggi, senza questo disegno di legge esiste la possibilità di perseguire comportamenti inadatti del giornalista: esiste la sanzione penale per la violazione del segreto investigativo, per esempio. Che pure porta alla carcerazione di giornalisti nel momento in cui non citano le fonti. Qui invece si sta parlando di una norma che precisa non cosa è segreto, ma cosa non è pubblicabile. E nel momento in cui si pongono tante limitazioni alla stessa magistratura nel disporre dello strumento delle intercettazioni, ma anche nel parlare delle indagini, come può avvenire ad esempio in una conferenza stampa per spiegare i motivi di una inchiesta, si finisce col colpire qualsiasi possibilità di indagare sui potenti, spogliando completamente sia la magistratura che l’informazione del loro reciproco ruolo fondamentale di tutori e garanti della democrazia.

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Un pensiero su “Informazione e intercettazioni: intervista a Enrico Bellavia

  1. Intervista bellissima ed interessantissima.
    Questo e’ il tenore dei post che vorrei leggere dalla blogsfera (in generale sullo sguaiato e impreciso, contributi miei compresi). Complimenti!

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