Nomos e fysis

Giovanni Guizzardi

Tanti anni fa, quand’ero giovine, mi trovai una sera a passeggiare per le strade di Arles con un amico che mi era molto caro. Io e lui in quell’epoca lontana militavamo in un partito ormai scomparso da tempo e amavamo così parlare fra noi di politica. Ma poiché anche allora, come ora, ci piaceva farla fuori dal vaso, la nostra irrinunciabile propensione all’uso della ragione confliggeva spesso e volentieri con i pilastri inossidabili dell’ideologia. In parole povere anche quella sera, come sempre, cazzeggiavamo. E così, avvolti dalla quieta magia dell’odor di lavanda, discorrevamo di leadership. Io mi lamentavo dei cattivi dirigenti del partito e dei cattivi dirigenti del governo (non erano le stesse persone). Lui mi ascoltava in silenzio, estasiato dalla voluttà delle forme severe dell’anfiteatro romano che ci sovrastava. Quando ebbi terminato la mia sterile rampogna, spense la marlborina che aveva ciucciato fino a quel momento e cominciò a parlare delle scimmie e dei cervi. A suo dire, ogni animale che vive in gruppo sviluppa una naturale predisposizione a comandare o ad obbedire. Secondo lui, quindi, in ogni gruppo tende naturalmente ad affermarsi il leader più adatto a fungere da guida, mentre per adattamento all’ambiente gli altri sviluppano lo spirito gregario. Gli feci notare che tutto ciò contraddiceva duecento anni di teorie libertarie ed egalitarie e lui, sorridendo bonario, commentò: “Certo, ma non è che questo cambia le cose”.
Non ho mai dimenticato quella conversazione. Mi torna anzi in mente molto spesso, ogni volta che incontro qualcuno che ritiene che raddrizzare le zampe ai cani sia la sua missione nella vita. Eppure, non sono passati più che alcune migliaia di anni da quando gli uomini hanno cominciato a sviluppare quei sistemi di regole che oggi chiamiamo “leggi”. Una mirabile invenzione, non v’è dubbio, ma foriera di deprecabili equivoci.
Una tribù di gorilla non è che non sia regolata da leggi, ma queste leggi non sono scritte, perché sono realmente “naturali”: comanda il più forte, la salvezza della comunità è più importante di quella di un singolo membro, in caso di pericolo si salvi chi può, ti spulcio se mi spulci, eccetera eccetera… Quando invece un gruppo umano comincia a darsi delle leggi “per il bene comune”, leggi che non esistono in natura, allora ci troviamo di fronte ad un conflitto che Freud ha ben spiegato nel suo “Eros e civiltà”. E saltano fuori delle autentiche assurdità del tipo “gli ultimi saranno i primi”, “è bello e onorevole morire per la patria”, “la legge è uguale per tutti”, eccetera eccetera… Ed è pensando a questo che mi rendo conto del perché le religioni si chiamano così. Religio deriva dal verbo “religare”, cioè legare insieme, tenere uniti. Così, fin da piccoli ci vengono ficcati in testa quei sacri valori senza i quali le nostre comunità tornerebbero a vivere naturalmente come quelle dei gorilla. Alla faccia di Rousseau.
Un tempo pensavo che Antigone fosse una gran cacacazzi. In nome della morale naturale e della giustizia divina la giovane talebana viola la legge terrena di suo zio Creonte, che vieta siano compiuti riti funebri sul corpo di Polinice, e si espone alla sua ira, forte della sua incrollabile certezza di essere nel giusto. Non l’ho mai potuta sopportare, quella sicumera da apostolo delle genti, quella spocchia da “Dio lo vuole”. Nel conflitto fra fede e ragione, ho sempre preso le parti della seconda. Eppure, a ben pensarci, se Sofocle ci propone questo classico dilemma, un motivo ci sarà. Cos’altro dà fondamento alle leggi umane, infatti, se non quegli alti ed assurdi valori morali civili e religiosi? Detto in altro modo, fino a che punto una legge è giusta solo perché espressione della volontà del potere, sia pur esso non quello di un tiranno, ma quello della democraticissima maggioranza? Vien da pensare alle parole di Giovanni Sartori, quando per tutt’altro motivo ha dichiarato che c’è una “crisi della capacità cognitiva degli individui all’origine della distanza sempre più larga tra la percezione soggettiva dei fatti e la realtà”. È un modo elegante per dire che ci sono in giro troppi ignoranti che ritengono che le loro opinioni siano la verità. E molti di essi siedono in parlamento, ove sono stati mandati da altri ignoranti come loro.
Il problema dell’uguaglianza come diritto naturale è un brutto regalo degli Illuministi. Una zia di mia madre, che si chiamava Noemi, essendo di buona famiglia e di aperte vedute era andata a scuola, conseguendo il diploma di quinta elementare. Ciò le aveva permesso di svolgere per gran parte della sua vita il lavoro di responsabile della contabilità di un’azienda della sua città. Parliamo dei primi del ‘900. Era una bella persona, la zia Noemi. Non solo sapeva tenere una partita doppia, ma nel tempo libero scriveva un diario. In una grafia nitida e precisa, con un linguaggio che definirei poetico, senza un solo errore di grammatica, esprimeva su quelle pagine le proprie sensatissime opinioni sulla vita, sulle persone, sul mondo. Ma a quell’epoca ottenere il diploma di quinta elementare era una faccenda complicata, e non per tutti. Oggi invece tanti laureati non sanno scrivere un periodo senza infilarci come minimo due proposizioni principali ed un anacoluto. Come disse al balcone Carlo V al popolo che chiedeva titoli nobiliari, “todos caballeros“.

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