Il somequio

Salvatore Smedile e Alberto Valente (illustrazione)

Soffia un vento tiepido nell’habitat scuro al di là della boscaglia che la mezzaluna illumina come può. Ci sono bestie che sono o che si sentono più sole di altre. Sarebbe incoraggiante pensare che ci sia posto per tutti in questo mondo, ma così non è.
Dunque procediamo con la nostra descrizione dal momento che ogni forma vivente ha il diritto di essere nominata. Cosa sono quegli aculei presenti su tutta la superficie del corpo? Sono uno strumento di difesa o sono il risultato di quel che mangia? E, in questo caso, è un animale erbivoro o carnivoro? La bocca così vicina al frutto è indagatoria o pronta per sfamarsi? E poi, da dove è mai caduto quel frutto se non si scorge la pianta su cui è cresciuto? È rotolato lì per caso? Lo ha lasciato un viandante, un turista, un guerrigliero? Perché una cosa la sappiamo, ci ricorda il Forley: siamo in una zona dell’Afghanistan, precisamente nel deserto di Sulfumad, territorio di guerra inviolato a suo tempo dalle truppe sovietiche e ora da quelle americane. Cambiano i nemici, cambiano le condizioni del conflitto, cambia il clima ma due cose rimangono costantemente le stesse: l’inespugnabilità del deserto e questa specie animale che da millenni si è ambientata a tutti gli sconvolgimenti naturali e, ora, agli sconquassi delle battaglie combattute senza nessun ordine morale.
Quello che non ci spieghiamo è perché nessuno ne abbia mai parlato. Si dice che guerriglieri afgani lo abbiano avvistato durante le loro manovre e che anche se ne siano nutriti con soddisfazione per l’elevato valore nutritivo della sua carne. Quando non ci sono più cacio e pane, quando scarseggiano le pecore e gli asini sono troppo giovani per essere abbattuti, quando soffia il Ghelid, il tagliente vento dei monti che impedisce di presidiare il territorio, si ricorre a quello che si trova. Il somequio ad esempio: un terzo somaro, un terzo equino e un terzo di chissà che.
Dalla piccola coda si evince che le mosche e altri insetti non lo disturbino più di tanto. Gli zoccoli, così pesanti a vedersi, fanno intendere un passo lento e deciso, che non teme sbandamenti. In un antichissimo diario anonimo di un asceta, miracolosamente scampato alle intemperie e alle incurie, si racconta di un animale simile al somequio che dorme in piedi in qualsiasi condizione atmosferica. “Che sia il sole cocente o la pioggia battente e gelida delle alture, si riposa quando e come vuole. Se siamo in viaggio e lui decide di fermarsi è inutile proseguire. Ci sarà una ragione che al momento non ci è dato di comprendere”. Impressionante l’atteggiamento dell’uomo antico verso altre forme viventi non ancora conosciute. Questo è l’aspetto più interessante e nobile della ricerca: nel nostro tentativo di classificare nuove specie animali ci imbattiamo nei nostri simili che da tempi lontanissimi ci istruiscono con esempi illuminanti.

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