The Beauty tra cerchi evocativi e mute forme

Carlotta Scioldo

Un cerchio evocativo, camminato, esaltato, che segui, ti porta via con sé attraverso passi quotidiani. Ti domandi allora, da spettatore, la differenza tra quotidiano e performativo-artistico, tra congettura geniale e semplice costruzione di forme, tra sublime presenza fisica e corpo che semplicemente si muove.
Tavoli di morte che diventano slitte lignee depositate, un semplice stivale che riporta alla nostra immaginazione lotte ataviche tra uomo e animale, giochi di luci, lampadari cristallini, presenze e assenze ci portano in luoghi lontani senza tempo.
Quattro donne, proiezioni di loro stesse, di età differenti, riportano il loro vissuto tramite semplice presenza e gli orizzonti magnifici della nostra mente si ampliano, invadono campi differenti della significazione, da sfumature di purezza a insidiose lotte uomo-natura.
Susanne Linke è il tramite, è il sipario vivo, filo rosso di una femminilità delicata e al tempo stesso feroce all’interno della sua performance. Nel descrivere un lavoro del genere la scrittura si sente di troppo, invasiva e ambiziosa nel riportare qualcosa raro al vedersi, in cui le domande estetiche su referenzialità postmoderne vengono ammutolite da una singolare e geniale a-narratività, di cui da lontano noti il difficile risalire all’impalcatura del pensiero altrui, potendo solo godere delle trame sviluppate.
La danzatrice accanto a Pina Bausch ed a Reinhild Hoffmann costituisce il nucleo femminile storico del Tanztheater tedesco.
Si forma a Berlino (1964-67) nello Studio di Mary Wigman proprio sotto la guida della grande interprete della danza espressionista degli anni Venti. Nell’ambiente berlinese ha modo di concoscere Dore Hoyer e la direttrice della Scuola Wigman a Dresda, studia presso la Folkwang Hochschüle fondata ad Essen da Kurt Jooss, unendosi successivamente alla compagnia della celebre scuola, il Folkwang Tanzstudio, dove rimane per tre anni (1970-73), sotto la direzione di Pina Bausch.
Dopo due anni (1975-1977) di codirezione del Tanzstudio (in collaborazione con Reinhild Hoffmann), assume la direzione unica della compagnia fino al 1985, anni dello sviluppo dell’assolo che ripropone oggi, alla Biennale Danza, rivisto: “Scritte verfolgen II – recostrution” è la biografia del corpo della donna in momenti diversi della sua crescita. La coreografa articola ora lo spettacolo in quattro momenti, in cui donne diverse riportano il loro immaginario.
La performance è stata proposta all’interno dell’intensa programmazione di grandi nomi della danza contemporanea, svoltasi dal 14 al 29 giungo, sotto la direzione artistica di Ismael Ivo e la preziosa egida della Biennale Danza di Venezia; tra simposi e convegni sul concetto di bellezza, tra buffet agli scampi e vino bianco si aggirano critici e studiosi della danza “prestigiosa” già diventata nome, talvolta a discapito della ricerca e della creatività.
Tra estetici balletti e vuoti giochi di luce del Balletto Nazionale di Marsiglia, forme moderniste e assoli della Petronio dance Company, canti squarciagola e muta visionarietà quasi marziale di Francesca Harper, barocco estetismo narrativo della Spellbound dance Company, si riconoscono come lavori interessanti quelli del franco-albanese Preljocaj e quello, intensissimo, della Bonachela dance Company, che attraverso corpi frementi e luci significanti ci riporta a erotismo e sensibilità con Squame Map of Q4.
Biennale dedicata al complesso tema della bellezza- “Beauty”, concetto estetico e sfaccettato analizzato più teoricamente che attraverso la ricerca corporea, o se realizzato in quest’ultima, rimasto spesso un vuoto ideale o narrativa e visiva forma, accolta da un pubblico sempre numeroso, nei luoghi dell’Arsenale di Venezia, tra applausi non spesso entusiasti e critici lamentosi.

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