Sull’imparzialità del progresso

Giovanni Guizzardi

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Can of US Cola in the West Bank. Fotografia di Justin McIntosh, Agosto 2004. Licenza CC 2.0

Il concetto di democrazia è intimamente connesso a quello di uguaglianza. In base a ciò, ogni cittadino ha gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli altri, e quindi ogni decisione collettiva è il frutto di una scelta maggioritaria. Ne consegue che la bontà di tali decisioni è direttamente proporzionale al livello medio di onestà, istruzione e buon senso dei cittadini. Non ho detto intelligenza, non si può pretendere troppo dalla natura umana. E non ho detto “tutti” i cittadini. Ho parlato invece di livello medio, un concetto meramente statistico, e che quindi giustamente non esclude la presenza in un gruppo umano di qualsiasi dimensione di un certo numero di lestofanti, di ignoranti e di scriteriati. Basta che non siano troppi, basta che non lo siano troppo. In fondo è una squallida questione di numeri.
Onestà, istruzione e buon senso sono il risultato del processo di formazione della personalità, che a sua volta dipende in gran parte dalla coerenza e dalla omogeneità dei valori morali e materiali che permeano l’ambiente in cui tale processo si attua. Per esempio, se in un sistema sociale il tabù dell’omicidio è ampiamente condiviso, è più difficile che si sviluppino personalità portate a uccidere ed è inevitabile che la riprovazione sociale tenga sotto controllo la curva delle uccisioni e delle stragi.
Dunque, in un contesto sociale improntato al principio di uguaglianza il primato della maggioranza tende all’omologazione morale e culturale in ogni campo: se la maggioranza degli italiani non usa i congiuntivi, alla lunga i congiuntivi scompariranno. Viceversa, in una società non democratica le diversità possono benissimo coesistere, ed anzi sono coltivate con cura: l’esempio della passata apartheid in Sud Africa è significativo.
È singolare quindi che le società egalitarie siano proprio quelle che con maggior vigore sostengono la necessità di rispettare le diversità e professino con più convinzione il principio di tolleranza. In realtà però esse mirano ad un’integrazione fra diversi per raggiungere l’omogeneità sociale necessaria al proprio funzionamento e per far ciò sacrificano i propri valori presenti accettando quelli che sorgeranno spontaneamente man mano che il processo di omologazione avanzerà. Inutile dire che chiunque rifiuti questo processo in nome della propria identità culturale si autoemargina e finisce ineluttabilmente per non condividere più i valori emergenti e dominanti, finendo per estinguersi per incapacità di adattamento all’ambiente.
Non c’è dubbio che questo processo sia ormai attivo a livello mondiale e costituisca uno degli aspetti più vistosi della cosiddetta “globalizzazione”. È altrettanto indubbio che il modello democratico ed egalitario che ha avviato e guida questo processo è quello americano.
Ne consegue che chiunque covi una ruggine segreta o palese nei confronti degli Stati Uniti, della globalizzazione, dell’omologazione culturale, della volgarizzazione dei costumi, dell’appiattimento dei gusti e di quant’altro attenga al processo in corso debba rammaricarsi che gli Stati Uniti abbiano vinto la seconda guerra mondiale. È certo infatti che se l’Europa fosse divenuta un impero nazista tutti i valori attuali, a cominciare dal principio di uguaglianza, sarebbero rimasti al di là della Manica e dell’Atlantico ed ogni etnia avrebbe avuto agio di mantenere la propria diversità all’interno di una scala gerarchica internazionale al vertice della quale la Germania nazista sarebbe stata garante del mantenimento di ogni diversità, in nome della purezza della razza e di altre chicche di questo genere. Non ci si lasci ingannare dalla tragedia dell’Olocausto: il progetto originario prevedeva la schiavizzazione e in extremis la deportazione degli ebrei in Madagascar e solo le infauste vicende belliche indussero le autorità tedesche a ripiegare sulla cosiddetta “soluzione finale”. In parole povere, ai tedeschi non interessava che gli ebrei divenissero dei buoni nazisti, agli americani invece premeva assai che tutto il mondo, anche i cattivi nazisti, si conformasse all’american way of life. E così è stato.
Viene allora spontaneo riflettere sulla moderna nozione di progresso. Oggidì sono fautori del progresso coloro che approvano e incoraggiano l’attuale americanizzazione del globo o coloro che in nome delle più antitetiche ideologie la condannano e la combattono? È più progressista un no-global o George Bush? Dilemma francamente angoscioso e per fortuna al tempo stesso inutile, dal momento che il progresso è ineluttabile, e quindi soavemente imparziale.

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