Felice Pignataro e il Gridas

Maria Genovese

“Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini non la raggiungerò mai.
A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.”

Da Las palabras andantes, di Eduardo Galeano, Finestra sull’Utopia.

Questa citazione apre la home page del sito dedicato a Felice Pignataro, artista partenopeo, scomparso nel 2004. Ma definirlo così non gli rende merito: Felice Pignataro non è scomparso. Felice Pignataro continua a vivere a Scampia, e nell’utopia che a Scampia ha lasciato.
La sua utopia lo ha portato in uno dei quartieri più degradati di Napoli, con la moglie Mirella, dove ha messo la sua arte al servizio degli ultimi. Impossibile sottrarsi al fascino di questa figura: un visionario che ha offerto alla gente di Scampia la possibilità di intravedere una alternativa, risvegliando coscienze assopite.
Per scoprire Felice Pignataro bisogna conoscere Mirella, sua moglie. Una donna gioiosa: la vita in simbiosi con lui deve essere stata una vita piena, Felice, appunto.

Le immagini dell’immondizia di Napoli hanno fatto il giro del mondo, e Saviano con Gomorra ed il film che ne è stato tratto hanno fatto conoscere una realtà cruda che molti neanche immaginavano. Ma è proprio questa Napoli?
Temo che finché non ci libereremo di questa paura dell’immagine le cose non si risolveranno mai. Se vado da un medico per un mal di gola, non dico la gola va male, ma il cuore è perfetto: il medico deve capire le cause, e usare la lente di ingrandimento, e si punta l’attenzione solo su quello.
Bisogna avere un occhio attento: Saviano ha avuto il grande merito, in maniera impeccabile anche con argomentazioni accattivanti (il sarto Pasquale, per esempio) e di notevole potenza, di concentrare l’attenzione anche sul fatto che il discorso non è solo locale ma molto più ampio e generale, come è evidente quando parla dei rifiuti tossici o delle griffe. E non è legato strettamente agli ambienti del malaffare.
Ora tutto è camorra: l’incendio dei campi rom a Ponticelli, per esempio, si imputa alla camorra, che, secondo la ricostruzione delle Forze dell’ordine avrebbero spinto la “sommossa popolare”. In realtà c’è un affare di miliardi che riguarda la zona di Ponticelli, cui non afferiscono solo gli affaristi della camorra.
La Giunta Comunale ha approvato i progetti preliminari per il “Programma di Recupero Urbano, stanziando 67 milioni di euro. Finanziamenti ministeriali che verranno revocati nel caso in cui entro agosto non saranno avviati i lavori stabiliti (n.d.r.: di questi finanziamenti parla il Corriere della Sera del 22.02. 2008). Dietro tutta questa cosa ci sono accordi di miliardi perché quella zona doveva essere sgombrata, e gli interessi non sono solo della Camorra, che da sempre si occupa di edilizia, ma di un ampio sottobosco imprenditoriale ed affaristico che da queste opere trae profitto.

In un certo senso Mirella ripropone quell’immagine disperante di Napoli che ci ha fatto conoscere Saviano. Ma lo fa in maniera diversa: forse è merito della sua voce allegra, vivace e squillante che tradisce una strana forma di euforia. Soprattutto quando comincia a raccontare del Gridas.
Felice diede vita a questa associazione nell’81 come tentativo di dare voce ai bambini nella scuola pubblica. Vuol dire Gruppo Risveglio dal Sonno: non stare più a dormire, nella quiete del proprio bocciolo, che ci troviamo preconfezionato dai nostri genitori.
Attraverso l’arte, la creazione di murales, il mescolamento dei colori, insegnava a guardarsi intorno e prestare ascolto. La filosofia dell’arrevuoto, il rivoltare, il mettere sotto sopra, e osservare da un altro punto di vista. Ribaltare quello che è la consueta maniera di vivere, chiusi nel privato: ti fai il tuo buco che è il tuo mondo, ma poi non conosci altro.


E ora che Felice non c’è più cosa è rimasto del suo lavoro?

Ora che Felice non c’è, i murales non si fanno più. Nessuno sarebbe stato in grado di sostituirlo in questo. Ma ha lasciato dietro di se una lunghissima scia, e la sua presenza è quasi più forte di prima. Non ci sono i murales, ma il suo impegno è diventato un modo di essere. Essere feliciani vuol dire essere liberi da quelle convenzioni che ci impongono di guardare il mondo dal punto di vista cui siamo abituati. Il centro sociale dopo la morte di Felice continua a vivere, ed è rimasto punto di riferimento per molte associazioni che vi orbitano intorno.

Il vostro sito presenta numerosi link, molti dei quali relativi ad associazioni e progetti.
Uno di questi è il Comitato Spazio Pubblico: a Scampia abbiamo esempi clamorosi di una edilizia inimmaginabile, con trombe di scale che fanno schifo, ascensori dove si orina, si bruciano i bottoni, immondizia nelle strade. Poi entri nelle case e devi togliere le scarpe per non sporcare quella esasperata pulizia che ci si trova. Ti senti responsabile del tuo, di ciò che ti appartiene ma non del pubblico: la responsabilità dell’ambiente sporco è sempre da imputare ad altri. Ribaltare questo vuol dire che comincio a prendermi cura degli spazi pubblici. Cosa sono questi spazi? Zone in cui si potrebbe fare qualcosa tutti insieme ma sono troppo degradati per farlo. Ci si organizza per renderli vivibili.
Nel ’90 a Scampia c’è stata la visita del Papa: venne accolto in un immenso parco, una villa lunga stile ippodromo greco, con tanti ingressi di cui ne è aperto solo uno, e ne usufruisce solo chi vi abita di fronte. Questa villa termina con un emiciclo, su cui venne eretto il palco per il Papa, lastricato con pietre laviche dell’Etna (come se a Napoli non avessimo vulcani in grado di fornirci pregiato materiale lavico) e 30 enormi colonne. Si tratta di uno spazio troppo grande, mastodontico, da cui l’appellativo di “piazza r’o Mammut”, e di conseguenza vuoto: e proprio per questo è stato a lungo regno ideale per traffici, drogati, motociclette. Cosa che non ha potuto che allontanare chi in realtà ne avrebbe dovuto usufruire: la popolazione, le famiglie. È uno spazio che difficilmente riesce ad essere utilizzato. Di recente è stato ribattezzato “Piazza dei grandi eventi”, che di “grandi eventi” non ne ha mai ospitati, ma noi preferiamo i piccoli eventi, quelli legati alla vita quotidiana, che porta persone, che la renda viva.
È stata organizzata in questa piazza una 3 giorni di musica, con band varie, che ha coinvolto non solo gli abitanti di Scampia, ma anche il vicino campo Rom, dove è stato organizzato un campo di calcio che ha ospitato per un giorno una partita di un torneo in atto.

I campi Rom, una altro campo di interesse del Gridas?
Non è opera di Felice, ma il nome lo ha ideato lui: Chi rom… e chi no. È una associazione che si occupa di Rom, ma non solo. Il nome gioca sul “chi rorme e chi no” (trad. “C’è chi dorme e chi no”). Il suo scopo è quello di creare momenti di aggregazione, che portano integrazione, e quindi riconoscimento e dignità: può sembrare incredibile, ma nel campo che abbiamo qui a Scampia è stato creato un sito per il compostaggio con tanto di cassone, un campo di calcetto aperto anche ai gagè (=non rom) e si è avviata la costruzione di un parco giochi in legno con la collaborazione della Cooperativa sociale L’uomo e il legno di Scampìa.

L’ambiente: ancora un’area di interesse.
Sì. Orbita qui un’altra associazione, La Gru: si tratta di una sezione locale di Legambiente che, tra le altre cose, da ben prima della cosiddetta “emergenza” in tema di rifiuti promuove la raccolta differenziata, partendo soprattutto dalla cultura dell’ambiente. Il logo dell’associazione, creato da Felice, è una gru sul tetto di una casa: gru, animale simbolo e strumento di costruzione. Un macchinario animato. L’associazione lavora molto nelle scuole, dove va a parlare anche di raccolta differenziata a chi può essere recettivo all’argomento più di chiunque altro: bambini e adolescenti. Come Circolo locale, riporta poi a Scampia le iniziative nazionali di Legambiente come “Cento strade per giocare”, che coniuga educazione all’ambiente e momenti di incontro tra bambini e adulti.

La parola d’ordine è aggregazione, a quanto pare.
I momenti di incontro sono sempre portatori di qualcosa di buono. È il momento in cui si raffrontano realtà diverse ed è possibile capovolgere punti di vista. L’arrevuoto di cui sopra.
Una delle iniziative significative che si sta portando avanti, per esempio, è il “Progetto Corridoio”, realizzato dal Centro Territoriale Mammut, sostenuto anche dalla Regione.
Si tratta di un progetto rivolto agli adolescenti, che proprio da quel senso di spaesamento tipico dell’adolescenza prende spunto. Il disorientamento del passaggio dall’infanzia all’età adulta. Partendo da reti cittadine ed intercittadine si sviluppa un percorso mirato a portare fuori i ragazzi da una realtà per conoscerne altre: dei “corridoi” appunto che collegano la “stanza” Scampia a quella del Genovesi (n.d.r.: storico liceo di Napoli), dalla “stanza” Napoli alla “stanza” Firenze o Bologna. I ragazzi si incontrano, si incrociano, mettono a confronto realtà lontane, per scoprire similitudini e differenze: Sesto Fiorentino è periferia a Firenze come Scampia lo è a Napoli, ma è diversa. Un confronto che attraverso l’arte, con la scusa dell’arte, che siano graffiti o musica o teatro, fa scoprire altre situazioni, altre forme di valorizzazione dell’individuo, che possano diventare alternativa ad un cammino già scritto.

Felice Pignataro, con il Gridas, ha dato vita nel 1983 ad una iniziativa, per certi versi sbalorditiva: il carnevale. Fin dall’83 la mattina della domenica di carnevale, in un quartiere senza storia si svolge una tradizione: un corteo di maschere e strutture si snoda per le strade del quartiere. Maschere costruite con cartapesta, cartone e materiali di scarto, fedele all’ottica di riciclaggio. Maschere che rappresentano simboli positivi e negativi di un fatto di attualità. Maschere che sfilano tra la gente, in una festa che si conclude con un falò, in cui vengono bruciati i simboli negativi mentre quelli positivi danzano intorno alle ceneri.
E ad ascoltare Mirella parlare, il cuore si riempie di speranza.

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