Meta-kami

Maurizio Aleo

Ahramanî lihijratî
[Egli mi ha consacrato affinché io mi esili]
AL-HALLÂJ

Sono stato laggiù, stanotte. E mi muovevo circospetto ma inosservato tra i risvolti e i rivoli della gente al prefestivo girovagheggio. Come per un appuntamento, perduti tra i vicoli o accalappiati in chissà quale masnada, li ho inseguiti nel loro evadere – felici ed infedeli – ed ero io, lì fra di loro, come un’ombra velenosa nella consueta indifferenza delle cose. Sì, ero io che a me di dentro ripetevo imperturbato poiché imperterrito: “Io sono di voi la parola di una sentenza che bussa alla vostra porta: sono per voi quella sentenza che vi bussa alla porta: la parola che busserà abbattendo la vostra porta…”, e tutto intorno le luci di già incominciavano ad offuscare di fitte la mente, e di tutti i suoni provocati dai passanti e da quello sgabuzzino infestante delle strade, dei portoni, dei tombini e delle saracinesche smosse dai cani in fuga, e dallo squittio di tenebra dei taxi vuoti fermi agli angoli o azzeppiti tra i semafori degli orrendi crocevia, sì, di tutto quello sbandare continuo di rumori che si rigurgitava ininterrotto e incontrastato per la notte, di tutto questo: solo da una esile e sommersa urla di richiamo rimasi come affranto, perché veniva inaspettatamente da tergo al collo e sulla nuca come una lama, un’agghiacciante stiletto nonostante l’onda sismica di vita che per questa piaga il frivolo annidava con annaspo. Mi ferì, quel soffio, sul calamo del mio io e a dispetto e ruga del mio pensiero interno, così incessante e ostile, ma ugualmente beatifico. Chi era quella voce? Come sapeva del mio intento quell’ignota appellanza? Ma poi: ero certo che si rifacesse proprio a me? Non credo, e fu per questo che me ne dimenticai. Dice il Profeta: Lya hirfatâni al-jihâd wa’l-faqr [“Ho due mestieri: il jihâd e la povertà”].
L’esatto istante predestinato si approssimava, e subito l’inquietudine svanì al fuoco bianco dell’inviolata Legge: non mancava molto al luogo d’inizio della mia risolutiva salita, e già ne presagivo i bagliori diffusi come da pioli stagliati a mezz’aria. Conoscevo a perfezione di memoria ogni mio comando impartitomi, e avevo già di mio previsto, con ogni buon grado d’approssimazione, una certa e ottimistica “risultante” dalla mia insana ma santifica offerta: nulla poteva oramai contraddire al giusto esito della mia liberazione, e nulla sarebbe più rimasto delle mie mortali imperfezioni, se non più l’orma spenta di un nome da elogiare, di un volto da blandire – da ora e a futura remora – con sinonimo di rispetto e onore. Ma eccola, quella è l’inumana fila, e quella è l’alcova del loro ignaro pervertimento discotecnico; lo chiamano «STAGE», ma non hanno idea del copione che li aspetta: e dal loro prossimo inferno ne scaturiranno per noi in profitto – shafâ‘ati¹ – le gioie inconfutabili del Sublime e le intatte primizie del Giardino Perenne. Però ricorda che l’ultima tentazione che resta da superare, come una prova che mi scagioni dalle aride colpe dell’indecisione, sarà pur sempre quella di non vedere o patire in alcun essere nessun senso di ricordo o di pur pallido riconoscimento: pena e condanna ne sia il ritorno, affinché anche l’ultimo e più piccolo legame sia espiato, come un ostacolo al completo ricongiungersi per via d’estinzione. E così sarà, poiché così non fu.

Sono altri gli eterni che qui ci è dato di incontrare, mentre noi escoriamo, quaggiù, come dei vermi, la dimora amara e l’illusione acerba della nostra temporalità d’ammalate creature: difatti, ciò che non è dimentico è condannato a rinvenire come una voce insita che alla chiamata assorda e che nel nome il destino incatena, specialmente in quel moto perpetuo e senza fissità d’asilo che ha una predominanza nella fattispecie della eco.
Io ero là, e al cuore della fila vi ero accosto, palpitante e anonimo come un miracolo che va esaudendosi, quando di nuovo quella vindice fama mi si riofferse gelida per tutto il teschio, incuneata nella mia intimità come l’aculeo di una nostalgia da lungi appartenuta, di una precedenza anodina, ma senza l’assunto oblio che più non media: – Azim aspetta…! Esitai, ma solo per un ansito, e fu solo per frenare in seno all’animo la rapina di un fulmino fremito che mi paralizzasse.
Poi mi esplosi, tra i verdi bagliori incauti di voi.

(Ora so. Non era da crederci, come a waswasa², a ciò che gli uomini fan diventare tra noi un dettato politico dell’Amato, mite e immoto Uno…).

1- L’intercessione a favore di coloro che in una comunità commettono grandi peccati.
2- Il “sussurro”, la suggestione che il Diavolo instilla nel cuore dell’uomo.

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