Il trombiere

Salvatore Smedile e Alberto Valente (illustrazione)

Il disegno di Quentin Morion non tragga in inganno. Sebbene l’animale sembri ben posato per terra non è esclusivamente un camminatore. L’universo delle scienze è colmo di apparenze che ingannano anche il più cauto degli studiosi. Nei miei viaggi intorno al mondo non saprei come cavarmela senza le carte di Quentin con cui faccio il punto su quello che incontro. “Cosa vedo quando vedo?”, mi chiedo però incessantemente davanti alla maestosità di madre natura senza mai giungere a qualcosa di definitivo che mi piacerebbe trasmettere ai miei lettori e ai posteri.
Tre settimane fa Quentin ha smesso di disegnare. Una mattina ha detto di essere stanco e di non poterne più di starmi dietro. Improvvisamente mi sono trovato solo con la forza della mia immaginazione a tentare di raffigurare tutti quegli animali sfuggiti ad ogni catalogazione. Non che sia stato un problema, intendiamoci: un servitore della conoscenza ha precisi doveri nei confronti dell’umanità tutta e anche quando si trova solo procede come un soldato cui è stato ordinato di avanzare senza chiedersi il perché. Un giorno troverà un senso a quel suo incedere senza fissa dimora e senza preconcetti nelle solitudini del globo.
Veniamo dunque al nostro compito. Trombiere viene chiamato questo pennuto dalla scorza ruvida e permeabile. Da lontano lo si potrebbe scambiare per un qualsiasi palustre a suo agio nel molle ma così non è. Anzitutto le sue zampe che all’occorrenza diventano pinne. Da che, millenni orsono, si è adattato a vivere tra la terra ferma e gli stagni, nei luoghi asciutti si sposta alla velocità di uno struzzo. Potrebbe anche fare a meno di cacciare ma l’atavica legge del predatore pulsa nel suo corpo come un istinto primordiale.
Alcuni popoli lo hanno venerato per la sua capacità di avere più volti e più vite. Non dobbiamo stupirci, noi figli di un razionalismo in caduta libera verso la sua fine, se qualcuno di spirito animista si rivolge ancora al trombiere per prevedere il domani. Gli animali hanno un senso nascosto che non sempre riusciamo a riportare alle nostre ragioni. Leggono cose a livelli che noi non concepiamo, comunicano tra loro con suoni che ci sembrano lamenti e, se allo stato brado, sanno sempre prevedere il pericolo e mettersi in salvo.
Il trombiere ha una respirazione sifonica particolarissima. Non prende ossigeno direttamente dall’aria: immerge la sua pinna facciale negli acquitrini che sovente lo ospitano e sugge, filtra l’insieme delle sostanze che gli permettono la vita. Chi ha assistito a questa operazione non è più lo stesso. Un vagito misto ad un grugnito intermittente, concatenato da strazianti barriti provenienti dal profondo della nostra storia. Come se ci trovassimo in un’era che sino ad ora abbiamo potuto solo fantasticare, a udirlo riconosciamo che la nostra umanità è vicina alla bestialità più di quanto potremmo supporre. Ecco la conclusione a cui sono giunto dopo mesi e mesi di ricerca. Finalmente un animale che si pone sullo stesso piano della nostra umanità. Cosa potremmo chiedergli se potessimo pensare di affidarci alla pronuncia della sua verità? Ma non è questo il luogo e il tempo delle risposte.

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