Un uomo chiamato Bepi

Salvatore Smedile

Sotto la diga, fotografia di Salvatore Smedile, bacino del Vajont, 3 agosto 2008

Sotto la diga, fotografia di Salvatore Smedile, bacino del Vajont, 3 agosto 2008.

Dopo anni di scorribande all’estero, questa estate la patria mi ha chiamato. Ho cavalcato le Alpi dall’Adamello al Carso. Da una trincea all’altra, su e giù per i monti e per i corsi dei grandi fiumi del nostro inconscio collettivo: Isonzo, Tagliamento, Piave. Solo a nominarli la storia diventa cosa viva.
Il Piave l’ho vissuto interamente: dalla pianura alla sorgente; dalla sorgente alla pianura. Da una regione all’altra, sul crinale di confini non ancora confini che contese e trattati di guerra non hanno definito. Il vento dell’Austria soffia ovunque tra quelle cime di tutti e di nessuno. Lassù riposano uomini divisi da una bandiera ma uniti dal comune destino che li ha costretti a belligerare.
Inevitabile, seguendo le tracce della Grande Guerra, imbattersi nella Valle del Vajont, la parte più occidentale del Friuli che sfocia a Longarone, nel bellunese.
Impiego un po’ a capire che mi trovo nel bel mezzo di una tappa che, volente o nolente, è obbligatoria per chiunque transiti sotto il Monte Toc, maestoso e scoperto per le frane che lo hanno trasformato nel famigerato demone del Vajont. Come se guerre e terremoti non fossero stati sufficienti, qui s’è abbeverata la sete di un’ altra disgrazia provocata dall’arroganza dell’uomo. Ottobre 1963: 1909 vittime di un disastro provocato da menti stupide che fino all’ultimo hanno rifiutato di vedere ciò che stava accadendo. E, ancora una volta, giustizia non è stata fatta perché nessuno ha pagato per le proprie responsabilità.
Con questi pensieri mi incammino verso la diga. Sullo sterrato antistante l’ingresso, due punti vendita di materiale informativo. Mi metto in fila davanti a quello che più mi ispira e, giunto il mio turno, sfoglio un volume esposto sul banchetto: Bepi Zanfron, fotoreporter. Vajont. Cronaca di una catastrofe. Sulla foto di copertina, un giovane fotografo accanto a due alpini che scavano tra le macerie. “Sono io“, mi dice l’anziano che mi sta di fronte. “Ha visto il film di Martinelli? Quel fotografo e quella giornalista, Tina Merlin, che invano cercavano di denunciare il pericolo imminente ?… Siamo noi …“, e mi mostra una foto del volume. Nel film, la parte di Bepi è interpretata da suo figlio, con gli stessi abiti e la medesima auto del padre in quello scatto. Acquisto il libro: ogni fotogramma è un pezzo di storia di un mondo che fu e che vorrei conoscere meglio. Bepi mi dà del tu e ci tiene a farmi una dedica: “Così ti ricorderai di me“. Manco fosse facile dimenticare il suo sorriso e la sua parlata! Altra gente preme per scambiare qualche parola con lui. “Chiedono la tua firma” gli ricorda un collaboratore con la barba da profeta. Capisco che è ora di andarmene. “Fai bene a voler conoscere il mondo“, sono le ultime parole del Bepi. Nel tono della sua voce e nello sguardo un certo rimpianto per non poterlo più fare come un tempo. Per tutta la vita il suo compito è stato quello di testimoniare; smettere gli è impossibile. Ci salutiamo con una stretta di mano tenace e calda. Le sue grandi dita vengono dalla montagna e dal lavoro quotidiano e non hanno paura di sporcarsi con i fatti.
Sono pronto per la mia personale rappresentazione del Vajont. Mi guardo intorno, studio la situazione, leggo sui tabelloni illustrativi i dati tecnici e la dinamica della gigantesca onda di 250 metri abbattutasi su Longarone. La diga non mostra segni di cedimenti. È lì, intatta e imperscrutabile. Ed è da lei che voglio andare.
La giornata è calda. Stringo i lacci delle scarpe e scendo sul fondo di quello che era il bacino idrico del Vajont. Il greto è secco e le piante selvatiche e disordinate. Mi appoggio all’imponente muraglia di cemento e guardo in alto. Metto da parte ogni suggestione e serenamente mi chiedo se davvero mi trovo qui, in questa profondità da cui ha avuto origine la catastrofe. Le voci dei turisti e quelle delle guide che illustrano e ricreano l’Evento mi giungono attutite dalla distanza e dalla calura. Siedo su un masso a sfogliare il libro di Bepi. Pagina dopo pagina, come in un film, lo sguardo scorre su un passato che non è mai passato. Ogni gesto della natura, ogni segno che la protervia dell’uomo ha costruito, qui sono rimasti intatti. Qualcuno fotografa. Anch’io dalla mia postazione appartata cerco di fermare qualche sensazione ma, presto, mi accorgo dell’inutilità della mia azione. Un uomo chiamato Bepi ha già detto tutto quello che c’era da dire.

One thought on “Un uomo chiamato Bepi

  1. Buongiorno,
    abbiamo ripreso a ricordare e diffondere i fatti del Vajont e le incredibili peripezie dei sopravissuti, con lo scandalo dei soldi pubblici stanziati per la ricostruzione, finiti in mani diverse a finanziare “il miracolo del Nord-est”. Invitiamo tutti coloro che sono sensibili a questa tragedia nazionale a voler partecipare ad una mobilitazione per tornare a informare attraverso la rete sui motivi di quella tragedia del 1963, su cui lo Stato italiano ancora non ha pronunciato ufficialmente una parola di scusa per il trattamento riservato alle popolazioni colpite.
    Invitiamo quindi tutti quelli che ne hanno già parlato a voler riprendere a parlarne in rete, collegandosi a quanto sta succedendo ancora oggi in quella regione.

    Grazie!
    Bruno Strozzi
    per http://www.ponterossonews.wordpress.com

    ponterosso@ponterosso.ch

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