Creso

Davide Picatto

Creso attende il rogo offrendo una libagione. Anfora a figure rosse da Vulci (500-490 a.C.)

Creso attende il rogo offrendo una libagione. Anfora a figure rosse da Vulci (500-490 a.C.). Immagine di dominio pubblico.

Nel primo libro delle sue Storie (Storie, I, 46-91) Erodoto narra, senza darsi troppo pensiero circa la veridicità degli episodi, che Creso, re della Lidia, regno anatolico, temendo la crescente potenza dei Persiani decise di attaccarli prima che questi divenissero troppo forti. Volendo prima vedere quale fosse il parere degli dei, spedì degli ambasciatori ad interrogare vari oracoli per stabilire quali fossero i più affidabili, con l’ordine di domandare loro, trascorsi cento giorni dalla partenza, «che sta facendo ora il re dei Lidi, Creso, figlio di Aliatte». Di tutti, solo gli oracoli di Apollo a Delfi e di Anfiarao in Beozia avrebbero visto che egli stava cuocendo in un recipiente di rame una testuggine ed un agnello tagliati a pezzi. Convinto quindi che questi fossero veritieri, dopo aver dedicato sontuosi sacrifici, inviò loro alcuni incaricati, accompagnati da ricchi doni, con lo scopo di consultarli nuovamente dicendo: «Creso, re dei Lidi e di altri popoli, avendo riconosciuto che questi sono i soli veri oracoli che ci siano al mondo, vi offre doni degni della vostra intelligenza e vi domanda se può muovere in armi contro i Persiani e se deve aggregarsi qualche esercito alleato». I responsi furono concordi: doveva cercare l’amicizia di quelli che erano i più potenti fra i Greci e se avesse fatto guerra ai Persiani avrebbe abbattuto un grande impero. Presa la mano, consultò per la terza volta l’oracolo di Delfi per sapere se il suo regno sarebbe durato a lungo e la risposta della Pizia fu: «Quando un mulo diventerà re dei Medi, allora, o Lidio dai delicati piedi, fuggi lungo l’Ermo sassoso; non ti fermare e non avere vergogna di essere pavido».
Rallegratosi per tutti questi responsi e assicuratasi l’alleanza degli Spartani, Creso mosse in armi verso la Cappadocia, attraversò il fiume Alis e portò la rovina nelle terre dei Siri. Ciro, re dei Persiani, visto cosa stava accadendo a occidente, radunò il proprio esercito e marciò contro Creso. Lo scontro avvenne presso Pteria ma, giunta la notte e interrotta la battaglia senza un vincitore, Creso, accortosi della grande inferiorità numerica dei suoi soldati, decise di ritirarsi a Sardi, la sua capitale, e di mandare a chiedere l’aiuto di Egiziani, Babilonesi e Spartani. Convinto che Ciro, dato l’esito incerto dello scontro, non lo avrebbe inseguito, congedò i suoi mercenari e attese l’arrivo dei rinforzi per riprendere la campagna durante la primavera successiva. I Persiani però, intuito il suo piano, proseguirono nell’avanzata e, dopo quattordici giorni di assedio, presero Sardi e lo catturarono.
Ciro fece erigere un gran rogo e vi fece salire Creso, coperto di catene. A questi, una volta acceso il fuoco, venne in mente il detto di Solone “nessuno di quelli che sono in vita è felice”, e allora gridò tre volte il nome dell’autore. Ciro, incuriosito, gli fece chiedere, tramite gli interpreti, chi fosse colui che invocava e Creso gli spiegò che un giorno era arrivato da lui Solone di Atene che gli aveva rivelato come la felicità non fosse legata alla ricchezza, in quanto il destino individuale è sempre soggetto agli eventi. Allora Ciro si ravvide e, dopo aver liberato Creso, gli domandò chi lo avesse indotto a scendere in guerra contro di lui. Questi rispose che fu Apollo, “il dio dei Greci”, ad incitarlo, in quanto «nessuno, infatti, è così stolto da preferire la guerra alla pace, poiché in tempo di pace sono i figli che portano alla sepoltura i padri, mentre in tempo di guerra sono i padri che seppelliscono i figli». Quindi, vedendo che l’esercito Persiano stava saccheggiando la città, fece notare al loro re che i tesori dispersi non erano più quelli dei Lidi, bensì i suoi, quelli di Ciro, che ne era il nuovo padrone. Il re persiano, impressionato dalla saggezza di Creso, lo trattò con riguardo e gli concesse il privilegio di chiedergli qualunque dono. E Creso gli chiese di poter spedire le sue catene al dio dei Greci, quello che più aveva onorato, per sapere se fosse sua abitudine ingannare quelli che si comportavano bene nei suoi riguardi.
I messi, giunti a Delfi, deposero le catene sulla soglia del tempio domandando perché il dio avesse incitato Creso a marciare contro i Persiani. La Pizia rispose che «…Riguardo, poi, all’oracolo che gli era stato riferito, non ha ragione Creso di muovere rimproveri: Lossia (n.d.A.: Apollo), infatti, gli aveva predetto che, se avesse fatto guerra ai Persiani, avrebbe distrutto un grande impero, ma egli, di fronte a questa risposta, avrebbe dovuto, se voleva prendere una decisione saggia, mandare di nuovo a chiedere se l’oracolo parlava del suo impero o di quello di Ciro… Nemmeno quello che Lossia gli ha detto riguardo al mulo, quando è stato consultato per l’ultima volta, neppure questo egli ha capito. Infatti quel mulo era Ciro, in quanto nato da genitori di condizione diversa, più nobile la madre, più modesto il padre…».
Quando Creso ebbe udito la risposta, riconobbe che la colpa era sua e non del dio.

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