Una storia più grande del mare

Salvatore Smedile

Mazara del Vallo 28.2 – 9.3. ‘08

Il cambio delle reti sul peschereccio Concordia, mar Mediterraneo a sud di Mazara del Vallo, marzo 2008. Tutti i diritti riservati, Chiara Ceolin.

Il cambio delle reti sul peschereccio Concordia, mar Mediterraneo a sud di Mazara del Vallo, marzo 2008. Tutti i diritti riservati, Chiara Ceolin.

Nonostante il sole, il primo impatto con Mazara non è dei più felici. Non mi scompongo: quante volte le prime impressioni tradiscono una bellezza che si rivela nel tempo? Il vento soffia dolcemente e l’anziano arabo con un pantalone sull’altro e un cappello di lana a chiudergli le orecchie, sembra inseguirci mentre camminiamo verso il centro. A mezzogiorno predominano il bianco e un’indefinita desolazione. Alcuni portuali ci girano attorno incuriositi mentre nei pressi della Capitaneria aspettiamo Toni Scilla, con cui abbiamo concordato il viaggio. Completo blu a righe, cravatta slacciata, Ray Ban e barba di qualche giorno, l’uomo che ci raggiunge è ben lontano dall’immagine che ci eravamo fatti di un armatore. Ci accompagna nel suo stabilimento pregandoci di metterci comodi, sarà con noi tra breve. Ma le ore trascorrono e ci rendiamo conto che il tempo di Mazara ha una misura diversa da quello che conosciamo. Parliamo con gli addetti amministrativi e con i dipendenti della Asaro & Scilla che inscatolano il pesce per la distribuzione. Ci raccontano le fasi della pesca e quelle dello smistamento e noi ci sentiamo già in mare. Il fatto che comprendo il dialetto siciliano facilita la conversazione. Tra una battuta e l’altra, Vito, l’ex-pescatore che ci prende in simpatia, ci fissa una cena a base di spaghetti ai ricci di mare e triglie in un ristorante di sua fiducia.
Accento locale ben marcato, il Capitano che ci stringe la mano, è un omone alto, capelli pettinati all’indietro, scarpe di cuoio, pantaloni e giubbotto di jeans. Ci accompagna da Scilla che ci attende nello studio coi suoi collaboratori. Ciascuno dice la sua sul mal di mare e i loro consigli mi torneranno in mente nei giorni successivi.
Sai quando entri ma non sai quando esci”, ci avvertono sapendoci diretti in Capitaneria per le pratiche d’imbarco. Non è una frase di circostanza. La prima ora trascorre inavvertibile col nostro accompagnatore che ci racconta dei suoi viaggi di lavoro in Spagna e Grecia. Sorriso dolce e divisa marinara, la giovane impiegata che ci ascolta in silenzio sembra una donna del lontano nord scesa a portare una nota di contrasto nel profondo sud.
Nel pomeriggio raggiungiamo la Casbah, il vero centro storico della città dove i ragazzini giocano a pallone e a nascondino nei vicoli. Parliamo con alcuni di loro. In breve, si sparge voce della nostra presenza e alcuni tra i più piccoli corrono a farsi fotografare. Se i loro sguardi sono felici, non altrettanto quelli dei pochi maghrebini adulti che incrociamo.
Mentre Chiara sale a bordo per fotografare le operazioni di carico del peschereccio, mi intrattengo sul molo col Capitano che scopro essere di padre tunisino. Sostanzialmente, ciò che gli interessa sapere è: se io e la fotografa siamo ammogliati, perché siamo qui e se soffriamo il mal di mare.
A sera, dopo due giorni di voci maschili, è bello ascoltare le mogli dei pescatori che ci hanno invitato in pizzeria con le loro famiglie. Gli uomini siedono da una parte e le donne dall’altra, come usano tra loro. Ascolto parole di dolore, di attesa e di rassegnazione. Coi mariti in mare da due a quattro settimane per volta e che tornano a casa solo per pochi giorni, il peso della famiglia, dell’educazione dei figli, dei problemi quotidiani, ricade completamente sulle donne. E, quando i consorti vanno in pensione, spesso si trovano a vivere con uno sconosciuto. “Meschina!”, è la risposta di una di loro quando le chiediamo cosa pensa quando guarda il mare. Ma altre prospettive di lavoro non ci sono, a Mazara. O così, o l’emigrazione.
La mattina seguente il clima mite favorisce passeggiate e lunghe chiacchiere nelle piazze, i salotti della città dove ci si dà appuntamento senza specificare troppo l’ora. Là, dove volente o nolente passano tutti, l’incontro è inevitabile e le attese sono fatte di volti, voci, strette di mano e parole.
Nel pomeriggio conosciamo Saverio, una miniera di notizie storiche su Mazara. Riempio fogli di appunti, numeri di telefono, indirizzi, schizzi dei territori di pesca. Mentre ci scambiamo impressioni e informazioni, una telefonata del Capitano: “Malutempu, non si parte!” L’imbarco è rinviato al mattino successivo.
Su consiglio di Saverio ci rechiamo in Comune a conoscere le mogli e le madri del peschereccio mazarese ostaggio di Gheddafi da alcune settimane. Trascorrono lì insieme i giorni e le notti in attesa di una notizia che ancora non arriva e la loro disperazione graffia solo a guardarle.

Il meccanico di terra mette a punto il motore del peschereccio Concordia prima della partenza, marzo 2008. Tutti i diritti riservati, Chiara Ceolin.

Il meccanico di terra mette a punto il motore del peschereccio Concordia prima della partenza, marzo 2008. Tutti i diritti riservati, Chiara Ceolin.

Alle 7.30, nel condurci al Concordia Scilla Senior, padre di Toni, ci parla della dura crisi che attraversa il settore. L’aumento del prezzo del carburante rende tutto ancora più difficile. “Il mare mi manca, ci ritornerei anche domani”, ripete con nostalgia.
Sul molo la moglie di Alessandro resta seduta in macchina da sola ad attendere la partenza mentre lui tiene a bada le sue emozioni occupandosi delle reti. Chissà quante cose vorrebbero dirsi e tacciono… La loro bambina gioca con lo zio materno, militare in Afghanistan temporaneamente in licenza.
Mentre sistemo i bagagli, dall’oblò vedo Mazara allontanarsi sotto un cielo basso e grigio. Tempo dieci minuti, si mette male e vomito la colazione. Vado ugualmente a scambiare due frasi di circostanza con Francesco, il timoniere, ma una nausea ingovernabile mi richiama in cabina. Resto disteso al buio con la porta chiusa sperando che passi in fretta ma mi ci vorranno due giorni e mezzo prima che il mare mi accetti tra i suoi. Carmelo, il macchinista, di tanto in tanto viene a vedere come sto. Gli odori e i rumori di bordo sono netti e decisi. Il rullio del motore, coi suoi 28000 litri di nafta, non smetterà più.
A intervalli regolari il peschereccio si impenna a causa della cala che, notte e giorno, viene fatta ogni quattro ore: si tirano a bordo le reti, si aprono, si svuotano, si seleziona il pesce e le si rigetta in acqua ad una profondità di 600, 700 metri. Le manovre mi fanno letteralmente saltare sulla cuccetta. Mi addormento e mi risveglio in continuazione. La mia prima notte in mare trascorre senza coscienza di ciò che mi accade intorno.

Il marinaio Nicolò lava il ponte del Concordia dopo la pesca, marzo 2008. Tutti i diritti riservati, Chiara Ceolin.

Il marinaio Nicolò lava il ponte del Concordia dopo la pesca, marzo 2008. Tutti i diritti riservati, Chiara Ceolin.

Il secondo giorno ancora nausea. A pranzo prendo un po’ di pasta, ma a mangiare in piedi coi marinai nel corridoio di passaggio proprio non riesco, così vado a sedermi nella cambusa riservata al Capitano. “Ci sono passato anch’io. Ero debole di stomaco ma ora digerisco anche le pietre”, mi rincuora Mimmo. Cerco senza successo di imbastire qualche discorso, se non altro per gratitudine, prima di andare in perlustrazione di quel mondo galleggiante. Pochi minuti, perché, di nuovo, vomito e torno a letto. Nel dormiveglia che mi intontisce sottraendomi al tempo, sento chiamare per la cena. Carmelo ha cucinato delle gallinelle di mare al sugo. L’incoraggiamento generale è caloroso ma il mio solo desiderio è di ritirarmi in cabina. Prima, però, passo dalla sala comando dove il Capitano mi informa che le condizioni meteorologiche stanno peggiorando. Gli uomini dell’equipaggio hanno sguardi preoccupati e silenziosi. La sigaretta sempre in bocca li accomuna. Poi il caffè: appena fatto, riscaldato, prima e dopo i pasti, nei tempi morti, dopo i brevi riposi, per necessità, per non soccombere alla stanchezza, ma anche per noia. Il giorno e la notte si accavallano senza sosta né storia, confusi da rumori e movimenti sempre uguali. Ho l’impressione di aver già visto tutto, compresi i rifiuti immancabilmente impigliati nelle reti: bottiglie di vetro e di plastica, lattine, taniche di nafta e perfino una pattumiera perfettamente conservata. Il mare custodisce immensi tesori e immensi e rifiuti.

Il nostromo Francesco al lavoro, marzo 2008. Tutti i diritti riservati, Chiara Ceolin.

Il nostromo Francesco al lavoro, marzo 2008. Tutti i diritti riservati, Chiara Ceolin.

Il terzo giorno la nausea è ancora lì, eppure sento che sto tornando in me e mi alzo col vago sentore che oggi un po’ di fame mi verrà. Il cielo è variabile. Assisto alle operazioni di selezione e scarto del pesce. Nel Canale di Sicilia sono i gamberi e le triglie a farla da padroni. Poi vengono i pesci San Pietro, la rana pescatrice, i merluzzi, i polipi, i calamari, le cicale. Le spatole, altrove ricercatissime, qui non hanno mercato e vengono rigettate in mare per la felicità dei gabbiani e dei delfini che se ne cibano alla grande. Indecifrabili, gli occhi dei pesci morenti e di quelli calpestati dagli stivali dei pescatori. In mare vivere e morire appartengono a un ciclo incessante assai più grande del nostro sguardo e della nostra comprensione.
“Qui abbiamo tutti gli stessi nomi, così, per distinguermi, mi chiamano con quello di mia madre”, mi spiega Carmelo, macchinista temporaneamente prestato ai fornelli. Anche il menù di oggi è strettamente siciliano: spaghetti ai calamari, gamberi fritti, carciofi lessi, melanzane grigliate, pane di semola di grano duro, aranci e mandarini. Assaggio un po’ di tutto ma il Capitano continua a prendermi in giro perché non sono ancora del tutto di compagnia.

La selezione del pescato, marzo 2008. Tutti i diritti riservati, Chiara Ceolin.

La selezione del pescato, marzo 2008. Tutti i diritti riservati, Chiara Ceolin.

Carmelo è felice di averci a bordo. “Qualche anno fa volevo smettere. Nello scafo si era aperta una falla e mi sono salvato per miracolo. Ho iniziato ad avere paura. Volevo andare in pensione ma con 400 euro al mese cosa potevo fare?” Negli occhi dei suoi compagni leggo altre storie che forse mai racconteranno. Domenico, prossimo alla pensione, è al suo ultimo viaggio e si scioglie in ricordi. Ogni membro dell’equipaggio ha avuto il suo battesimo del mare ma nessuno di loro ha veramente scelto di fare il pescatore. Semplicemente, è andata così, non c’era altro. Da come salto sulla panca della cambusa, capisco che il mare si sta ingrossando. Di notte, ancora incubi. Il solito rollio, i soliti rumori di un dormiveglia insonne.
Il quarto giorno partecipo alla cala delle 8. Nonostante il freddo e il vento, il bisogno di parlare è reciproco. “Che giorno è oggi?”, mi chiede Alessandro. Ma anche la mia percezione del tempo è alterata. La profezia di Mimmo si è avverata: “Sempre le stesse cose per settimane. Ogni tanto ci chiediamo l’un l’altro quanti ne abbiamo.”
Domenico e Franco, instancabili e di poche parole, sembra che parlino una lingua primaria e tribale fatta di suoni puri ma dopo un po’ ci si abitua e li si comprende. Corre voce, tra l’equipaggio, di un rientro anticipato a causa del maltempo. A terra qualcuno li aspetta e più di tanto non rischiano.
In sala comando il Capitano improvvisa una lezione di meteorologia e di guida nautica. Prima di una qualsiasi decisione, occorre considerare e interrelare un gran numero di dati: direzione, forza dei venti, clima, rotte, posizioni, carburante residuo. “In mare tutto cambia all’improvviso. Abbiamo sempre con noi due taniche di nafta di riserva”, precisa. L’equipaggio non ha stipendi fissi, guadagna in proporzione al pescato, per cui il rientro viene differito più che si può.
Il cielo si annuvola e il vento si fa più forte. Rivado ai volti rassegnati delle donne di Mazara. Sono contento di sapere che sto per incontrarle di nuovo. Inizia a piovere e il freddo aumenta. Resto sdraiato in branda a rimettere ordine a quello che ho vissuto. Verso le 4 Mimmo bussa per annunciarci che il tempo volge al peggio e stiamo tornando. Tra un paio d’ore saremo a terra.

Il timoniere Francesco getta in mare gli scarti della pesca, marzo 2008. Tutti i diritti riservati, Chiara Ceolin.

Il timoniere Francesco getta in mare gli scarti della pesca, marzo 2008. Tutti i diritti riservati, Chiara Ceolin.

Il mattino è piovoso. “Dopo tutto questo freddo la prima cosa che farò a casa è un bel bagno caldo!”, giura Alessandro. Penso a sua moglie che forse non lo aspetta ancora, ai suoi due figli, alla serata che trascorrerà in famiglia. Chissà se suo cognato è già ripartito per l’Afghanistan…
Mazara si avvicina lentamente, addormentata come un villaggio bretone sotto una coperta di nuvole. Mi tocco la barba lunga. L’odore dei vestiti è un melange di frittura di pesce, salsedine, nafta, fumo e sudore.
Prima di posare i piedi a terra, occorre rispettare un rituale. L’armatore fa consegnare all’equipaggio delle brioches fresche per la colazione a bordo e scende a prendere un caffè col Capitano in un bar vicino al molo. Solo in un secondo momento si procede allo scarico del pesce fresco e poi di quello congelato. Una catena umana si passa di mano in mano le scatole confezionate che dalla cella frigorifera a – 40° finiscono sui trasporti diretti in Spagna, nei supermercati del Continente e nei principali ristoranti di Mazara.
Avvertito del nostro rientro, Vito ci raggiunge per invitarci a pranzo. Nei nostri primi passi c’è la cautela di chi ha ancora sotto i piedi uno scafo che beccheggia in alto mare anziché la terra ferma. Ci sentiamo come due sordi dentro una campana percossa dall’esterno.
Ho visto che tremavate dal freddo quando siete sbarcati e mi sono ricordato di quando andavo in mare”, dice Vito facendoci accomodare alla sua tavola con la famiglia al completo. “Sono andato in soccorso di un peschereccio che stava affondando… Li ho visti annegare e mi è presa la paura.” Per questo è andato in pensione.Dentro abbiamo dei dolori che ci teniamo per noi”, aggiunge suo genero che ha scelto di fare il panettiere ma che, come molti figli di pescatori, si porta negli occhi lo smarrimento di chi è cresciuto senza padre.

Il marinaio Nicolò durante una pausa, marzo 2008. Tutti i diritti riservati, Chiara Ceolin.

Il marinaio Nicolò durante una pausa, marzo 2008. Tutti i diritti riservati, Chiara Ceolin.

Il cielo annuncia tempesta. Il dondolio del corpo si dipana in intervalli sempre più lunghi. Dalla finestra della mia stanza scruto il porto col distacco di chi guarda il mondo stando al sicuro. Inizia a piovere forte. Le strade si allagano, la palme si flettono e in giro non c’è anima viva. La notte trascorre in compagnia della tempesta che non è riuscita a raggiungerci sul peschereccio.
Per l’8 marzo la città ha programmato una lunga serie di eventi interessanti ma lontani dalle vicende che abbiamo ascoltato. È il giorno ideale per conoscere Frau Mott, una signora di Heidelberg che vive qui da molti anni e che lavora all’Istituto di Studi Interculturali. Mentre l’attendiamo nella piazza della Cattedrale, Saverio, uomo che sa leggere le storie che ci precedono, si unisce a noi. “I primi Saraceni sono sbarcati a trecento metri da qui e La Cattedrale è stata costruita su un loro Minareto.” Come è possibile che Mazara se lo sia dimenticato?
Anziché invitarci in un bar come qui si usa, Frau Mott ci propone una passeggiata per la Casbah. L’abbiamo ripercorsa in lungo e in largo, ieri, ma dei pregiudizi che ci avevano riferito non abbiamo trovato traccia. Facciamo conoscenza con Mustafa, un venditore ambulante tunisino che parla fluentemente l’italiano e il tedesco. Ci invita a casa sua senza preamboli perché “per conoscere veramente una persona bisogna entrare in casa senza annunciarsi”. Durante il pranzo, la conversazione è pacata e cruda. È un uomo ferito che ha visto infrangersi i propri sogni di integrazione coi mazaresi. “Per dialogare dovremmo almeno conoscere i libri che leggiamo”, dice Mustafa che sta affrontando il Faust in lingua originale. La sconfitta che si porta negli occhi non lascia spazio a grandi speranze per il futuro. Quando ci separiamo, ho un nodo in gola.
S’è fatto tardi. Palme mosse da un vento lieve e luci fioche di un tempo silenzioso e lento incorniciano la Cattedrale di San Salvatore. Il giorno della donna si conclude con malinconia. Ho visto carabinieri a cavallo e mostre di pittura, assistito a manifestazioni di judo, di lotta greco-romana, di scherma maschile e femminile, ma quante storie di donne sono rimaste senza ascolto, anche oggi, a Mazara?

Ultimo mattino e ultimo sguardo al mare. Poi, la campagna verde e mediterranea scorre voluttuosa, con tinte forti e selvagge, dai finestrini dell’auto che ci accompagna a Palermo. All’aeroporto Falcone-Borsellino, parole di scrittori locali e stranieri che impreziosiscono le pareti. Su tutte, alcuni versi di Marina Cvetaeva. Il ritorno è un silenzioso viaggio a ritroso nel cuore di una Sicilia che, forse, non ho ancora visto né capito. Una cosa è certa: sono venuto per cercare storie di mare ma sulla terraferma ho trovato una storia più grande del mare.

Le fotografie di questo articolo sono di Chiara Ceolin. Qui potete trovare la photogallery completa.

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