Donna Prassede

Giovanni Guizzardi

Bovini di razza Simmental al pascolo in Svizzera. Fotografia di Richard Bartz, Creative Commons Attribution ShareAlike 2.5.

Bovini di razza Simmental al pascolo in Svizzera. Fotografia di Richard Bartz, Creative Commons Attribution ShareAlike 2.5.

Tra i personaggi minori meno gettonati de I promessi sposi vi è una coppia di anziani coniugi cui Manzoni volle dare i suggestivi nomi di Don Ferrante e Donna Prassede.
Quest’ultima è descritta dal sior Lisander in questo modo: “…con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche, ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non era quelle che le fossero men care. Le accadeva, quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa supposizione in confuso che chi fa più del suo dovere possa far più di quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò che c’era di reale, o di vederci ciò che non c’era; e molte altre cose simili, che possono accadere, e che accadono a tutti, senza eccettuarne i migliori, ma a donna Prassede troppo spesso e, non di rado, tutte in una volta”.
Ora, questa perniciosa propensione a fare il bene non richiesto, a tutti i costi, oltre il lecito e senza minimamente tener conto della natura e delle reali esigenze del beneficato è cosa di cui ognuno può, se vuole, esser testimone in molteplici occasioni del passato e del presente. Fra i paesi più ostinatamente inclini a questo vizio, non esito a citare gli Stati Uniti d’America. Ecco un esempio.
Quando negli anni ’60 l’ONU cominciò a preoccuparsi seriamente per la incontrollata crescita demografica dei paesi del terzo mondo, che produceva una cronica carenza alimentare, furono avviati imponenti programmi di aiuto per alleviare le sofferenze di quelle popolazioni. Ora, immagino che non solo io, ma anche un sacco d’altra gente (non tutti, non esageriamo) sia perfettamente d’accordo che ciò fu un bel gesto. La maggior parte di questi aiuti provenivano però, tanto per cambiare, dagli Stati Uniti, e gli americani, peraltro generosissimi, hanno una spiccata tendenza a ritenere che ciò che va bene per loro debba necessariamente andar bene anche a tutto il resto del mondo. Per cui, sbrigativamente, i responsabili (americani) del Food for Peace Program si dissero che siccome i bambini americani crescevano sani e robusti grazie ad una dieta a base di latte e di carne bovina, allora anche in India e nel Congo i bambini dovevano essere nutriti così. Ora, sulle tonnellate di scatolette di carne bovina che arrivarono generosamente dagli Stati Uniti in India e nel Congo troneggiava il volto sorridente di una mucca frisona. Ai congolesi questo particolare risultò del tutto indifferente, ma a moltissimi indiani, che considerano sacra la vacca, parve una bestemmia, e c’è chi racconta (magari non è vero, ma è verosimile) che in alcuni villaggi davanti alla montagna di scatolette alcuni si prostrassero in segno di adorazione e altri si strappassero i capelli disperati per quel monumento all’eccidio dei loro dei. In ogni modo l’intenzione era buona, ma si sarebbe dovuto tenere in maggior conto la sensibilità e le credenze religiose di quelle popolazioni, che saranno state anche povere in canna, ma non per questo meritavano quell’involontario disprezzo. Ma che dire invece dei poveri congolesi alle prese col latte condensato? Eh sì, perché i congolesi non avevano mica problemi etici o religiosi, e quindi il latte americano se lo papparono con gusto ed entusiasmo. Dopo qualche giorno però metà della popolazione del Congo girava per la jungla cacciando scoregge così mostruose da provocare lo svenimento dei leoni e dei coccodrilli più sensibili (per fortuna a quell’epoca gli animalisti erano pochissimi e molto meno agguerriti di oggi, sennò mi figuro il baccano che avrebbero sollevato…). Furono notate nelle settimane successive violentissime epidemie di diarrea, che costringevano i malati a passare gran parte del loro tempo a defecare tra flatulenze mefitiche una poltiglia biancastra che i medici definirono “una specie di pasta dentifricia collosa e maleodorante. I funzionari americani delle ambasciate si mostrarono dapprima increduli, quindi si risentirono per il modo in cui la generosità del loro paese era oggetto di spregio e di insinuazioni maligne” (cfr. M.Harris, “Buono da mangiare“, Einaudi, 1992). Eh sì, perché come ci si può ben immaginare furono in molti a pensare immediatamente che quella sorta di flagello biblico fosse dovuta al latte condensato. Ma i patriottici funzionari del Food for Peace Program sostennero invece che la colpa era dei congolesi ignoranti, che diluivano il latte in acqua inquinata. Ovviamente i congolesi ribattevano offesi e perplessi che quell’acqua la bevevano anche prima, senza che desse loro alcun fastidio. Infine nelle ambasciate americane si venne facendo strada il sospetto che ci fosse del malanimo nei confronti degli Stati Uniti, forse creato a bella posta da chi agli Stati Uniti non voleva bene, e la faccenda sembrò degenerare nella solita crisi da guerra fredda. La verità venne però a galla grazie ad alcuni ricercatori della John Hopkins Medical School i quali, mentre i congolesi scoreggiavano e i funzionari americani li accusavano di farlo per far dispetto a loro, si erano dedicati ad un’attività un po’ meno futile. Nel latte c’è uno zucchero chiamato, in verità con poca fantasia, lattosio. La molecola del lattosio è così grossa che non può passare per le pareti dell’intestino tenue, per cui per essere digerita ha bisogno di essere scomposta in glucosio e galattosio, cosa che può essere fatta solo grazie ad un enzima conosciuto col nome di lattasi. In mancanza di lattasi, il latte non può essere digerito, per cui fermenta nell’intestino e produce violenti e debilitanti attacchi di diarrea. Ebbene, i ricercatori fecero notare che circa il 75% della popolazione mondiale di pelle nera non produce l’enzima lattasi, e quindi dar da bere un litro di latte ad un nero tre volte su quattro equivale a dargli da bere un litro di olio di ricino…

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