Standard Operating Procedure

Mattia Plazio

S.O.P.: Standard Operating Procedure. Sigla gelida e asettica che sembra riemergere dalle carcasse più nere della storia, evocando qualcosa di lugubre e inquietante, ancorché difficilmente afferrabile. È con queste tre parole che la commissione giudicatrice delle torture perpetrate dall’esercito americano nel lager di Abu Ghraib ha liquidato alcune fra le pratiche più umilianti cui i prigionieri iracheni sono stati sottoposti in questo luogo franco, dove tutto è parso come sospeso, un purgatorio terrestre che ha accolto anime in attesa di giudizio, uno dei tanti – forse dei pochi svelati – che hanno trovato e trovano tuttora posto nella nostra storia più o meno recente. Ed è questo, anche, il titolo scelto da Errol Morris per il suo ultimo, invisibile documentario, che mette sotto la lente di ingrandimento i protagonisti di questo spettacolo raccapricciante da loro stessi voyeuristicamente impressionato su pellicola e poi incautamente divulgato, in un corto circuito cognitivo nel quale è la ragione stessa, offuscandosi, ad autocondannarsi. Sì perché il sipario di questo triste spettacolo non si sarebbe mai aperto se l’ossessione tutta moderna per la registrazione del reale non avesse spinto i malcapitati a fissare indelebilmente le atrocità commesse per mezzo di una o più macchine fotografiche, come divertiti nell’immortalare le loro ignobili “prodezze” e nel rendere poi partecipi tutti del loro stesso divertimento. Quegli scatti hanno fatto il giro del mondo, hanno scosso, a dire il vero un po’ ipocritamente, le coscienze civili, macchiando di fatto l’immagine già ampiamente compromessa dell’America, costretta a imbastire in fretta e furia un’inchiesta per fare luce sull’accaduto. Un’inchiesta che, nella più autentica tradizione a stelle e strisce, si è conclusa con un nulla di fatto, condanne lievi e una sostanziale assoluzione: a standard operating procedure, appunto.
Morris, quattro anni dopo, ritorna sul fatto a riflettori spenti, costruendo un documentario “frantumato” e dagli esiti incerti. L’impianto poggia sulla scelta strutturalmente coraggiosa di affidarsi alla forza scioccante di quei 12 scatti messi sotto accusa, che ritornano ossessivamente, con la loro “staticità”, lungo tutti i 118 minuti del documentario, giustificando peraltro la centralità dell’oggetto fotografia/macchina fotografica, sulle cui forme è marchiata a fuoco l’intera pellicola, titoli di coda compresi, e della riflessione intorno ad una sorta di ermeneutica della percezione, alla statuto di verità rappresentato dalla infinita duplicazione del reale. L’esiguità del materiale di partenza tuttavia, di fatto insufficiente per un lungometraggio, spinge inevitabilmente l’autore americano a cedere il passo, prestando il fianco a una doppia osservazione critica che indebolisce, seppur parzialmente, la potenziale presa delle immagini sullo spettatore. Da un lato, infatti, per integrare la materia a disposizione, Errol Morris decide inspiegabilmente di ricoprire il suo lavoro di una fastidiosa patina finzionale, intercalando alla cruda realtà delle fotografie l’artificio di inserti e ricostruzioni ambientali che a noi possono ricordare da vicino soluzioni adottate dalla TV di Chi l’ha visto? o Blu notte, con tutto il corredo di ralenty, primissimi piani di oggetti, sfocature e chiaroscuri, e che sortiscono l’effetto, più che di accrescere, di depotenziare lo stupore per la crudeltà delle immagini dal vero. Dall’altro, il fatto stesso di puntare sul turbamento provocato da quelle stesse immagini non tiene conto, ingenuamente, del fatto di avere a che fare con un pubblico già ampiamente svezzato dal bombardamento internettiano, dove proprio sulla guerra in Iraq abbonda materiale di ogni genere e sorta, ben più violento e traumatizzante delle fotografie incriminate. E dimostrare di non conoscere il pubblico a cui ipoteticamente ci si rivolge è un peccato di cui non si può non pagare lo scotto, esattamente come è accaduto ad un’altra pellicola che ha avuto grossi problemi distributivi negli ultimi mesi, quel Redacted di Brian De Palma nel quale il regista americano ricostruisce l’evento drammatico dello stupro di una ragazza di 14 anni da parte di due soldati americani e dello sterminio della sua famiglia realizzando, con intenti educativi quanto meno dubbi, un pastiche di immagini fatto di materiale raccolto dalla rete e di filmati ricostruiti in maniera discutibile. Un sostanziale buco nell’acqua.
Rimangono le interviste, ed è qui che Errol Morris dà il meglio di sé, come d’altronde aveva già dimostrato in quella straordinaria lezione di storia che è The Fog of War. Eleven Lessons from the Life of Robert S. McNamara. A fare da contrappunto alle fotografie e alla fiction, il documentarista americano chiama infatti a raccolta (mettendo mano al portafoglio, sembra) i protagonisti e testimoni diretti di quegli eventi, piazzando davanti ad ognuno di loro la sua macchina da presa e lasciando spazio alle storie personali, alle confessioni e ai ricordi, come armi non più spuntate per l’esplosione dell’orrore, quello vero, nascosto dietro gli occhi di coloro che sapevano, che hanno visto e agito. Nessun intervento di manipolazione linguistica, nessun intento morale, o moralistico, né urgenza di giudicare, emergono da interrogativi mirati o domande dirette, perché interrogativi e domande, se ci sono, rimangono confinate in un ipotetico fuoricampo sonoro. Errol Morris esorta i protagonisti al racconto di ciò che è stato, collocandoli in spazi anonimi, spesso davanti a sfondi bui e neri, quasi a richiamare la notte che mano a mano si impadronisce e avvolge gli occhi e le espressioni di coloro che si sono macchiati di tali crimini, specchio in cui si riflette tutta la miseria umana, l’ignoranza, l’assuefazione a modelli di comportamento imposti ma non vagliati dalla ragione critica, il male che si alimenta dalla drammatica irresponsabilità delle proprie azioni. Era la norma, lo facevano tutti, militari di alto grado e servizi segreti compresi, ma lo facevano forse in modo più furbo e discreto, e le conseguenze, per i prigionieri, erano spesso peggiori di quelle mostrate in quelle “sporche” 12 fotografie.
L’America non è certo nella polveriera mediorientale che ha perso la sua innocenza, ma dopo Abu Ghraib e l’Iraq la favola della grande nazione che lotta per esportare democrazia e diritti non è più soltanto una favola per bambini svegli.

TITOLO ORIGINALE: S.O.P.: Standard Operating Procedure; REGIA: Errol Morris; SOGGETTO e SCENEGGIATURA: Errol Morris, Robert Chappell; FOTOGRAFIA: Robert Chappell, Robert Richardson; MONTAGGIO: Andy Grieve, Steven Hathaway, Dan Mooney; MUSICA: Danny Elfman; PRODUZIONE: USA; ANNO: 2008; DURATA: 118 min.

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