L’America di Obama e L’Atlante de La Repubblica – Yes, they can?

Marco Vacca

Copertina de "L'atlante" dedicato alle elezioni americane, 7 novembre 2008

Copertina de "L'atlante" dedicato alle elezioni americane, 7 novembre 2008

La Repubblica ha dedicato alla vittoria di Obama un volume speciale, un fatto storico come il primo presidente di origine afro-americana meritava davvero una celebrazione.
Repubblica coglie l’occasione e in 194 pagine di testi e immagini racconta l’America e i mesi di campagna elettorale in questo snodo cruciale della storia contemporanea, con la fine dell’era Bush, segnata da dottrine neo-con e unilateralismo, una crisi economica spaventosa, l’inizio del declino dell’egemonia americana nel mondo e ovviamente la candidatura e poi la vittoria di Obama alle elezioni per la Casa Bianca. Evento simbolico che chiude i conti, spettacolarmente e cominciando dalla testa piuttosto che dalla coda, con lo schiavismo e la segregazione.
Ma se, riportando il bel titolo di Repubblica, “Il Mondo è Cambiato”, possiamo dire che qui da noi oltre a Berlusconi, sempre più un cumenda brianzolo alla Guido Nicheli, anche il posto della fotografia nei giornali non cambia mai.
Repubblica in questi mesi ha raccontato attraverso splendidi reportage un paese in mezzo a una crisi e vicino ad una svolta epocale, grazie alle penne di Vittorio Zucconi, Mario Calabresi, Alberto Flores D’Arcais, Arturo Zampaglione, Federico Rampini, del direttore Mauro e di Eugenio Scalfari e di molti altri. Il giornale ci ha offerto un racconto polifonico dell’America, dei candidati e del nostro tempo, avvincente e commovente. E di questo li ringraziamo. Ma si sono scordati della fotografia. Come sei i giornali fossero fatti di sole parole e non di parole e immagini. Anche in questo caso la fotografia non ha abbandonato la sua funzione puramente illustrativa.
I fotografi di tutto il mondo, e i più avveduti giornali che li hanno sostenuti, hanno raccontato questo anno di campagna elettorale con una straordinaria varietà di toni e registri: il risultato complessivo è davvero eccezionale. Elenchiamo disordinatamente alcuni autori e un paio di pubblicazioni, sapendo di dimenticarne molti altri. Benjamin Lowi, Ron Haviv, Gary Knight, Eric Bouvet, Christopher Morris, Lauren Greenfield (VII), David Burnett (Contact Press), Callie Shell (Aurora) su Time, le Election Day Polaroids di Jon Lowenstein, il ritratto di Obama di Samantha Appleton, il racconto di Magnum (con i fotografi Thomas Dworzak, Christopher Anderson, Alex Webb, Bruce Gilden, David Alan Harvey, Alex Majoli, Paolo Pellegrin, Alessandra Sanguineti, Gilles Peress, Eli Reed, Chris Steele Perkins, Alexander Subotzky, Alec Soth, Peter Van Agtmael, John Vink e Donovan Wylie) attraverso il foto-blog Insight America, i ritratti del futuro presidente e della futura first lady scattati da Annie Leiboviz. Fino alla splendida copertina di Charles Ommanney su Internazionale.
Tutti racconti molto personali, fortemente caratterizzati e in grado di restituire attraverso chiavi di lettura diverse lo stesso evento.
Il New York Times ha mandato in questi mesi di infinita campagna elettorale in giro per il paese i fotografi Stephen Crowley, Damon Winter, Doug Mills, Ozier Muhammad e allestito una speciale sezione con gli slideshow dei momenti più significativi.
Anche il Washington Post ha riservato alle Elezioni Americane un’area apposita della sezione multimedia, tra cui l’emozionante audio slideshow Waiting For History, sui sostenitori di Barack Obama.
Questo elenco dimostra soprattutto la varietà e l’importanza che hanno i fotografi, con nomi storie personali come singoli individui non come generici produttori di immagini, nel modulare il tono e il registro di un racconto e di una cronaca che, in questo caso, molti definiscono già storia.
Lasciando perdere le sezioni multimedia di Repubblica e di tutti i giornali italiani, che potrebbero tranquillamente non esistere del tutto, tale è la loro inutile banalità e volgarità, in questo volume Repubblica avrebbe potuto davvero cambiare il suo atteggiamento (change) e dimostrare che anche noi siamo in grado di costruire un racconto testuale e visivo ricco e articolato, con sfumature di tono e di linguaggio (yes, we can).
Invece le foto del volumetto, incredibilmente, non sono firmate. C’è, in apertura, l’elenco, in ordine alfabetico, delle agenzie e i nomi di due fotografi, Ramak Fazel e Fracchia, Dino supponiamo, ma prive di qualsiasi collegamento con quelle pubblicate nelle 190 pagine successive. Insomma foto senza nome, uscite da un buco nero senza fondo, da cui se ne potrebbero estrarre volendo altre 10 mila o 10 milioni: dal pozzo di san patrizio di internet può comparire qualsiasi cosa. La quantità è garantita, la massa, non critica in questo caso, è imponente.
Alcune foto sono poi clamorosamente pixelate (si vedano a tal proposito l’ultima con la famiglia Obama che saluta i sostenitori dopo la vittoria, oppure una di George Bush insieme a Condoleeza Rice nello studio Ovale). Tanto pixelate da sembrare basse risoluzioni. Il che potrebbe aiutare ad azzardarne la provenienza: saranno mica proprio queste ad appartenere al mitico “Archivio la Repubblica”, elencato tra i crediti in apertura?
La scelta di immagini molto sgranate potrebbe anche essere una scelta stilistica (e viene quasi da ridere mentre lo si dice); piuttosto crediamo che in questi casi bisognerebbe onestamente aggiungere ai crediti una parola forse impronunciabile da un giornale serio a causa della sua genericità: “internet”.
Qualche anno fa a Repubblica ci fu uno sciopero bianco e il giornale uscì per diversi giorni senza le firme dei giornalisti. Sembrava nudo. E vagamente inquietante. Lo sciopero, forzato, della firma dei fotogiornalisti va invece avanti da un secolo. E non sembra certo vicino alla fine.
Il mondo è cambiato, ma per fortuna qualcosa resta come sempre, a ricordarci e a rassicurarci che le cattive abitudini, a cui ci si affeziona più che alle buone, non passano mai. No we can’t.

N.d.r.: questo articolo è stato pubblicato sul sito Fotografia & Informazione.

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