Mumbai

Davide Picatto

Mahim train blast, un vagone sventrato da unesplosione presso la stazione di Mahim, fotografia di Manoj Nair, Creative Commons Attribution ShareAlike 2.0.

Mahim train blast, un vagone sventrato da un'esplosione presso la stazione di Mahim, fotografia di Manoj Nair, Creative Commons Attribution ShareAlike 2.0.

L’11 luglio 2006 alle ore 18.24, a fine giornata e nell’ora di punta, ci fu un’esplosione su un treno alla stazione Khar Road, a Mumbai. Negli undici minuti seguenti ve ne furono altre sei nei pressi di altrettante stazioni: Jogeshwari, Borivali, Mahim Junction, Matunga Road, Santacruz e Bhayandar. La città rimase paralizzata, saltò la rete telefonica e, sotto una pesante pioggia, i soccorsi furono molto difficili. Alla fine si contarono circa duecentonove morti e più di settecento feriti.
Le bombe che avevano provocato la strage erano state piazzate nei compartimenti di prima classe di diversi treni locali partiti dalla stazione centrale di Churchgate e diretti verso la periferia occidentale della città. Durante la notte fu localizzato un altro ordigno, in seguito disinnescato dalle forze di sicurezza indiane, mentre la nazione fu dichiarata in stato di emergenza e i cittadini furono invitati a non abbandonare le loro abitazioni.
Una notizia diffusasi poche ore dopo l’attentato indicava l’arresto da parte della polizia di un uomo che ammise di aver preso parte all’attacco dinamitardo e di appartenere al gruppo islamico separatista del Kashmir Larkash-e-Taiba, già accusato di essere responsabile di varie azioni sul territorio indiano, fra cui l’assalto al parlamento del 2001. Il portavoce del gruppo negò la paternità dell’operazione condannando gli attentati e dicendo che l’accusa aveva come fine quello di infangare la lotta per l’indipendenza della regione: “questi sono atti inumani e barbari. L’Islam non permette l’uccisione di una persona innocente. Indicare come responsabili di questi atti inumani il Lakshar-i-Taiba rappresenta un tentativo delle agenzie di sicurezza indiane di diffamare la lotta per la libertà in Jammu e Kashmir”. Un altro gruppo separatista, l’Hezb-ul-Mujaheddin, smentì il proprio coinvolgimento: “Gli attacchi contro civili non fanno parte del nostro programma politico. Noi non abbiamo mai fatti simili attacchi né permetteremmo a chicchessia di farlo”. Ma i servizi segreti indiani ritennero che la pista della guerriglia islamica fosse quella più probabile indicando dopo due soli giorni che lo Students’ Islamic Movement of India si sarebbe occupato dell’aspetto logistico dell’attentato, peraltro mai rivendicato, nonostante le parole dette da Abu al-Haaded, presunto responsabile di Al Qaeda nel Kashmir: “Esprimiamo la nostra gratitudine e felicità a chiunque abbia compiuto gli attacchi”.
Una pista non considerata dalle indagini indica gli autori come appartenenti a gruppi indù, pochi giorni prima coinvolti in scontri a Bénarès e nella stessa Mumbai, mentre fonti anonime della polizia avrebbero rivelato che “dietro l’operazione terroristica a Bombay così ben coordinata e ben preparata c’è una importante potenza”. Intanto il premier Singh rassicurava la popolazione: “Ci adopereremo per sconfiggere i piani diabolici dei terroristi. Non lasceremo che riescano (…) Il governo adotterà tutte le misure possibili per mantenere l’ordine pubblico e sconfiggere le forze del terrorismo”, ed il ministro dell’Interno Shivraj Patil rivelava alla stampa che la polizia aveva ricevuto informazioni riguardanti l’attentato, ma che data e luogo erano sconosciuti.
Ad ottobre il governo e la polizia indiani, dopo aver arrestato quindici persone, chiusero le indagini ed accusarono l’ISI, l’Inter Services Intelligence, i servizi segreti pakistani, di aver pianificato l’attacco terroristico attuato dal Larkash-e-Taiba e dallo Students’ Islamic Movement of India. Fu rivelato che le bombe consistevano in pentole a pressione riempite di nitrato di ammonio ed RDX, miscela molto usata per gli esplosivi militari. Il governo pakistano rigettò le accuse ripudiando gli atti di terrorismo e denunciando l’India di voler colpevolizzarlo. Tariq Azim, il ministro delle Informazioni di Islamad, disse che “L’India, tristemente, ha questa abitudine di lanciare accuse istintive contro il Pakistan ogni volta che accade un qualsivoglia incidente, senza portare alcuna prova”. Secondo l’India, però, undici terroristi provenivano dallo stato vicino, raggiunto nella fuga da nove di essi, mentre gli altri due sono rimasti uccisi.
I sette detenuti chiave, ritenuti i maggiori implicati nei fatti, alla fine del 2006 ritrattarono le loro confessioni accusando la polizia di essere stati obbligati a firmare documenti in bianco. Poco dopo gli attentati, in un clima di caccia alle streghe, erano stati arrestati centinaia di mussulmani su tutto il territorio; alcuni rappresentati della minoranza religiosa fecero notare che, nonostante i veri autori non fossero stati ancora individuati, i sospetti puntavano soltanto contro la comunità islamica presa di bersaglio dalle autorità.
Prove decisive sul coinvolgimento del Pakistan non furono mai trovate, ma secondo l’India molti indizi portano in quella direzione.

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